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George Segal, "Bus Riders"
di Vilma Torselli
pubblicato il 15/05/2007
Bianchi fantasmi non finiti, metafora dell'anonimato dell'attuale società, del vuoto interiore dell'individuo, della provvisorietà della vita umana.
George Segal (1924-2000) si dedica completamente alla scultura a partire dal 1960, abbandonando definitivamente la pittura figurativa e manieristica (copiava Matisse, Bonnard, gli espressionisti astratti) con la quale aveva esordito nel mondo dell'arte.
Artista riduttivamente definito pop, Segal rappresenta nelle sue sculture compositi gruppi complessi ma non casuali di figure umane colte nei momenti della vita quotidiana, alla fermata del bus, al bar, al parco, mentre fanno musica, fermate in attività banali e senza particolare significato, riprodotte a grandezza naturale utilizzando fasce impregnate di gesso sostenute da un'impalcatura di filo di ferro o ricavando direttamente un calco da modelli umani (solo dopo il '76 comincia ad usare il bronzo): il risultato, di grande effetto scenografico, trasmette un senso di assurdità straniante che stempera entro atmosfere ambientali tranquillizzanti e banalmente normali una sotterranea drammaticità.

Come in questo "Bus Riders", del 1962, tecnica mista di plastica, garza di cotone, gesso, ferro e legno, 177.8 x 107.6 x 230.4 cm, dove, giocando sul contrasto tra l'ambiente esterno, lo spazio della realtà, spesso ricreato con materiali di riciclo, e la marcata artificialità delle forme che vi si collocano, tra il vistoso antinaturalismo delle bianche figure e la loro impostazione quasi accademica, Segal propone momenti di vita congelati, popolati da surreali fantasmi indistinti nel ricorrente bianco monocromo degli abiti e delle sembianze, al tempo stesso metafora dell'anonimato dell'attuale società e del vuoto interiore dell'individuo.
In una sottile analisi dell'alienazione della vita urbana, le figure di Segal sono spesso ritratte in situazioni di attesa o di transito, in atmosfere sospese a significare la provvisorità della vita umana e la sostanziale estraneità psicologica di ogni individuo verso l'altro, nonostante la vicinanza fisica.
Sono uomini e donne irrimediabilmente soli tra la folla, in mezzo al traffico, in attesa delverde di un semaforo, in un locale gremito...... ricordando Hopper e i suoi racconti di solitudini esistenziali.
Molte le analogie con Duane Hanson, anch'egli americano, artista pop, anch'egli abile sceneggiatore della condizione umana nella società contemporanea e dell'individuo solo, nevrotizzato dalla monotonia della quotidianità, ma opposte le vie intraprese dai due artisti: mentre Duane Hanson, nei suoi manichini più veri del vero, ricerca un effetto iperrealistico che vada oltre la realtà stessa, riproducendo minuziosamente ed artificiosamente i particolari naturalistici, Segal depura la sua rappresentazione dai dettagli non essenziali creando figure non finite, e per questo indecifrabili e misteriose, catturando porzioni di tempo inutile e marginale, cristallizzato in un eterno presente attraverso l'enigmatica fissità dei corpi pietrificati.

Dice: "Daily life has a reputation for being banal, uninteresting, boring somehow. It strikes me that daily life is baffling, mysterious, and unfathomable.", e coglie a suo modo il mistero della vita bloccandola nel gesso e mettendola sotto i nostri occhi nella sua misteriosa banalità, innescando l'auto-riflessione sulla solitudine e la fragilità dell'individuo, al quale egli guarda con malinconia e profonda e commossa umanità.

* articolo aggiornato il 25/11/2014


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