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Arte aniconica *
di Vilma Torselli
pubblicato il 9/04/2007
Una forma espressiva non figurativa, non rapportabile ad alcuna immagine conosciuta, senza alcun riferimento a forme reali o naturali.

Con il termine di arte aniconica, dal greco ikona, immagine, preceduto da preposizione negativa (alfa privativo), si intende una forma espressiva non figurativa, non referenziale, non rapportabile ad alcuna immagine conosciuta, senza alcun riferimento a forme reali o naturali.
E' un linguaggio piuttosto comune tra gli artisti moderni, ma ha in realtà radici molto antiche.
Arte aniconica per eccellenza è quella islamica, in cui è fatto divieto di ricorrere alla rappresentazione perchè la religione vigente è rigidamente iconoclasta, per cui la pittura si risolve spesso in un decorativismo pregno di significati simbolici che a noi occidentali possono risultare superfettazioni di significato criptico.
Va tuttavia ricordato che anche l'arte cristiana dei primi secoli, fino al 300 d.c. circa, utilizza esclusivamente figure simboliche, in modo marcatamente aniconico, eleggendo la forma a croce, un elemento astratto anche se con riferimenti religiosi precisi, a tema principale di tante sue composizioni, uniformandosi all'Ebraismo che nell'Antico Testamento  fa esplicito divieto alla rappresentazione di immagini che non siano piante quali palmizi o cedri.

Tutta l'arte visiva occidentale seguente è invece prettamente figurativa, bisogna arrivare all' '800 per veder affermato il concetto di un'arte non legata alla realtà, in clima romantico, quando si forma un nuovo modo di vedere la natura e rapportarsi con essa, mettendo in crisi il soggetto al quale la pittura, fino ad allora, si era sempre riferita, il mondo reale, e sostituendolo con l'intuizione di una realtà poetica soggettiva, creata dall'emozione del singolo artista che trasferisce sulla tela direttamente il suo pensiero, il suo sentire.

Da allora, complice la crisi di identità generata dall'avvento della fotografia, l'artista non ha più bisogno che la sua opera sia "riconoscibile" nel confronto con il reale oggettivo e può esprimere una sua personale verità.

E' evidente che tutto ciò vuole esprimere, più in generale, una mutata visione del mondo e che la pittura aniconica è il mezzo per raccontarla.
La libertà formale che l'aniconicità rende possibile ha un suo contrappasso, rappresentato dalla maggior difficoltà a trasmettere un concetto, il messaggio contenuto nell'opera, senza far ricorso a tutti quei significati informativi o simbolici o concettuali appartenenti alla cultura collettiva e grazie ai quali gli uomini comunicano tra loro.
La pittura aniconica, in particolare, inventa di volta in volta nuove grammatiche e nuovi lessici, quelli che ogni artista o ogni corrente ritengono più idonei al loro scopo, e diventa pittura segnica, informale, astratta, fino ad arrivare al Concettualismo, nel quale l'artista aspira a saltare ogni passaggio intermedio tra espressione e comunicazione per trasmettere direttamente il pensiero, creando non più oggetti artistici, ma idee, discorsi e riflessioni, sconfinando nella filosofia dell'arte, nella psicanalisi.

L'avvento della digital art pare aver accentuato la tendenza ad un linguaggio aniconico, quasi che la virtualità del mezzo si debba accompagnare ad una virtualità della rappresentazione, ed anche se non mancano esempi di opere digitali ad impronta figurativa, pare comunque che l'arte aniconica sia la più adatta ad esprimere una cultura sempre più pluralistica e diversificata, in una società che sta gradualmente perdendo ogni connotazione identitaria e che può più efficacemente riconoscersi in un linguaggio privo di specificità, che lascia largo margine all'elaborazione soggettiva dell'immagine.

A causa del nostro retaggio culturale saldamente legato alla figurazione, le forme decorative astratte a disegno geometrico come possono essere quelle dell’arte islamica sono spesso interpretate in occidente come la stilizzazione o la progressiva alterazione di forme in origine figurative, mentre si tratta in realtà di una visione globale del mondo, dell'uomo e della natura tanto lontana dalla nostra da risultare difficilmente comprensibile.
Edificio emblematico sia dell'architettura che della pittura dell'Islam è l'Alhambra, la famosa fortezza araba che sorge sulla Colina Roja che sovrasta Granada.
E' inevitabile che la complessa simbologia dell'insieme sfugga in gran parte al visitatore occidentale, sopraffatto dalla ridondanza dei cromatismi e dei motivi decorativi, dalla fantastica complessità delle strutture: non è facile capire ciò che sta alla base dell'architettura e dell'arte islamiche, il concetto assoluto di una verità trascendente, mistica, inavvicinabile se non attraverso il totale annullamento di ogni individualismo ed ogni singolarità, espressione di una civiltà fondata su una religione diversa dalla nostra, dalla quale deriva una diversa estetica ed una diversa maniera di intendere l'architettura e l'arte.
La civiltà più evoluta dell'oriente antico, la civiltà della matematica, della geometria, dell'alfabeto, dei numeri, di quella che ancora oggi è la base della cultura anche occidentale, esprime nell'aniconicità di una decorazione geometrica o, spesso, calligrafica, un simbolismo di impronta metafisica che divenne importante base ispirativa per Maurits Cornelis Escher, fortemente affascinato ed influenzato dai decori dell'Alhambra.

Sia per l'arte aniconica a base geometrica di tutto l'oriente antico che per quella sviluppatasi in occidente fino ai giorni nostri va rilevato quanto maggior sforzo immaginativo comporti, pur in una sorta di apparente semplificazione concettuale, la rappresentazione astratta che non ha un referente reale e vuole trasmettere un'idea senza la mediazione della figurazione.
Il che non ha impedito, almeno fino ad ora, il dialogo tra l’artista portatore del messaggio e l’osservatore che ne è il destinatario, nel coinvolgimento tra cuore e mente in cui risiede la capacità da una parte di esprimere e dall'altra di comprendere l'interiorità dell'animo umano.

* articolo aggiornato il 18/09/2018

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