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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: La linea curva
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Libri
L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea” di Francesco Bonami: all'arte contemporanea non bastano più le idee che cercano di essere una più rivoluzionaria dell'altra perché ha esaurito il suo potere di stupire.
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A Serra San Quirico (AN), Nuovo Museo di arte contemporanea per celebrare i 20 anni del Premio Ermanno Casoli ed esporre le opere di tutti i vincitori fino ad oggi.

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Pontenure (PC), concorso per un progetto pilota di arredi urbani lungo i cammini storici del tratto piacentino della via Francigena e del Cammino di San Colombano.

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Matera, la mostra "Salvador Dalí- La Persistenza degli Opposti", nel Complesso Rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci. Fino al 30 novembre 2019.

All'estero
Parigi, al Musée National Picasso-Paris "Picasso, Obstinément Méditerranéen", il Mediterraneo nella vita e nelle opere di Pablo Picasso. Fino al 6 ottobre 2019.

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Funk Art
di Vilma Torselli
pubblicato il 20/02/2010
Un linguaggio ordinario, banale ed anche un po' stupido, non particolarmente bello nè originale, un'arte repellente, maleodorante, scioccante e provocatoria che ama il grottesco e l'ambiguo.

Funk Art è una definizione coniata da Peter Selz, tedesco di origine ebraica fuggito dal nazismo e rifugiato in America nel 1936, Professor Emeritus della facoltà di storia dell'arte all'Università di Berkeley in California, studioso dell'Espressionismo tedesco, autore di molti testi critici, già curatore del 'Museo di Arte Moderna' di New York e direttore-fondatore del 'Museo d'Arte Moderna' della Berkeley.

Il vocabolo funk, derivato da funky, termine musicale usato nel jazz, viene reinventato ed applicato all'arte visiva per definire le opere presentate in una mostra, nell'aprile/maggio del 1967, tenutasi proprio al Museo di Berkeley.
Il neologismo vuol significare qualcosa di ordinario, banale ed anche un po' stupido, non particolarmente bello nè originale, tanto che circola al proposito questa battuta: il pubblico spesso chiedeva agli artisti, vedendo le opere esposte "e voi questa la chiamate arte?" e loro rispondevano "no, noi la chiamiamo George!" (o qualche altro nome a caso), denunciando già da questo primo approccio il carattere di una forma espressiva che vuol essere innanzi tutto provocatoria, volutamente volgare e sgradevole.

Selz definisce questa forma artistica "calda, impegnata, bizzarra, sensuale e spesso piuttosto brutta", praticata da un gruppo di artisti fino ad allora respinti o quantomeno ignorati.
Dal canto suo, la critica ufficiale non accoglie benevolmente la Funk Art, così come inizialmente non aveva accolto bene la Pop Art, anche se si tratta di una forma espressiva tutto sommato non nuova, con radici culturali tutte americane.

Nulla sfugge alla pesante satira della Funk Art, non la società, o la politica, o il sesso, o la religione, rivisitate in chiave kitsch, con corrosiva ironia, senza censure nè pudori.

In polemica con la seriosità del contemporaneo Espressionsimo astratto, in chiaro e non negato rapporto con il Dadaismo, sul piano formale e linguistico la Funk Art utilizza l'oggetto anestetico, l'objet trouvé, quando non recuperi addirittura lo scarto ed il rifiuto (come già aveva fatto, seppure in termini di maggior eleganza, Robert Rauschemberg nei suoi assemblages new dada), prediligendo materiali di scarso valore significativi di una produzione di massa di basso costo e dubbio gusto, la plastica, la finta pelle, il finto legno, la ceramica, nelle versioni più banali e correnti.
Scarti della società moderna, volgari o raccapriccianti, questi materiali, accanto ad una presa di posizione asociale netta e dichiaratamente reazionaria, diventano metafora della disumanità dell’uomo contemporaneo in opere che, attraverso un linguaggio crudo e volutamente repellente, inducono a riflettere sulla precarietà dell’esistenza, sulla vita e sulla morte.

Robert Rauschenberg "Monogram"

Il gusto sovraccarico, la sovrabbondanza di messaggi, l'intenzionale mancanza del senso della misura della Funk Art rappresentano anche una vivace polemica nei confronti della contemporanea Minimal Art, per certi versi fredda e vuota di contenuti, in dissonanza con la cultura beat della costa dell'american southwest, dove il funk si diffonde: infatti, a differenza del minimal, con la sua purezza impersonale, la Funk Art ama la rappresentazione ad effetto, ha il gusto per il complicato, il grottesco, l'aspetto sessuale implicito o scopertamente esplicito, il lato macabro ed ambiguo della realtà, un filone che contamina anche altri movimenti degli anni '60 (ad esempio Bad Painting, New Neurotic Realism, e in genere la Young British Art).

I mezzi, a volte discutibili, che la Funk Art utilizza hanno lo scopo di ricondurre l'arte sulla via di un certo realismo, andato perduto con l'affermarsi dell'Espressionismo astratto, richiamandola ad assumersi una responsabilità sociale ed in un certo senso "morale" all'interno della collettività.

Il maggior rappresentante della Funk Art è probabilmente Edward Kienholz, seguito da Robert Hudson, Gladys Nilsson, Jim Nutt, Richard Shaw, William T. Wiley e parecchi altri trasgressivi artisti.


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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