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Time capsule
di Vilma Torselli
pubblicato il 24/3/2006
"You should try to keep track of it, but if you can't and you lose it, that's fine, because it's one less thing to think about, another load off your mind." (Andy Warhol )






Andy Warhol comincia a raccogliere fin da bambino, con ossessiva metodicità, in piccole scatole di cartone marrone tutte uguali che alla fine della sua vita supereranno le seicento unità, gli oggetti più disparati che gli passano per le mani (foto, ritagli, cartoline, articoli di giornale, racconti sulla sua infanzia a Pittsburgh, manifesti, pezzi di pellicola, fatture), legati a momenti della sua esistenza in apparenza non necessariamente di particolare significato: in queste scatole, che egli chiama time capsule, non sono tanto gli oggetti che vuol custodire e preservare intrappolandoli diligentemente entro le pareti di cartone, quanto il tempo stesso della loro esistenza, la durata di un effimero arco temporale, un attimo irripetibile bloccato e congelato in un insignificante frammento di materia. Piccolo museo antropologico metodicamente organizzato e mensilmente completato, catalogato ed archiviato (sul significato antropologico del materiale si sono espressi anche Jim Richardson, curatore del Museo di storia naturale di Carnegie, e John W. Smith, responsabile del Museo Andy Warhol di Pittsburgh ), la time capsule è il personale tentativo di bloccare la memoria per l'eternità, di fare ordine nello scorrere caotico del tempo della propria vita, di imbrigliare in una cronologia documentata un minuzioso racconto autobiografico fermandone e concretizzandone le emozioni: in seguito, Warhol attingerà a questi cassetti della memoria per trovare spunti ed ispirazioni per la sua arte, che, fedele a questa ossessione giovanile, resterà sempre legata ad una più o meno radicale feticizzazione dell'oggetto comune, di ciò che, apparentemente insignificante, egli giudica soggettivamente degno di essere rappresentato (anche se la soggettività, nella sua successiva attività artistica, sarà costantemente, puntigliosamente e.. vanamente negata).

Definite umoristicamente dai suoi amici "Andy's stuff", versione miniaturizzata e modernizzata della Wunderkammer di un curioso viaggiatore del tempo, le time capsules , mentre svelano le radici ispirative di una delle personalità più enigmatiche dell'arte del secolo scorso, al tempo stesso ci confermano quanto poco sapevamo di lui quando era in vita e quanto dobbiamo ancora scoprire dopo la sua morte, forse proprio aprendo quelle scatole e, in una sorta di comunicazione medianica, mettendoci in contatto attraverso gli oggetti con la sua complessità interiore.
Tutto ciò induce ad una inedita chiave di lettura dell'opera e della personalità di Warhol, facendo emergere radicali contraddizioni in un artista universalmente noto come demistificatore del concetto di arte in quanto processo produttivo di oggetti 'artistici', per lui identificabili tout court nell'oggetto d'uso comune già pronto (o ready-made), ulteriormente degradato nella sua valenza iconica dalla ripetitività seriale, utilizzata proprio per togliere di mezzo ogni residuo di unicità dell'opera e quindi di intervento personale di un artefice.
La contraddizione è confermata dal fatto che per tutta la vita Warhol fu appassionato ricercatore e collezionista di oggetti d'arte, nelle aste internazionali, presso gli antiquari, nei mercati delle pulci di tutto il mondo, inseguendo i propri sogni negli oggetti cercati e trovati con appassionata tenacia, senza tuttavia disdegnare di assecondare la pragmaticità che ne ha fatto l'inventore del marketing d'arte, per sua stessa affermazione "always looking for that five-dollar object that's really worth millions."

La provocatoria rappresentazione di prodotti di consumo proposti senza elaborazione, come la famosa lattina di Campbell's Soup, in immagini volutamente prive di uno stile personale e volontariamente ancorate al puro e semplice significato oggettuale, pare infatti in contrasto con il contenuto emozionale che Warhol sembra attribuire all'oggetto banale amorevolmente custodito nelle sue time capsules e caricato di significati psicologici, quand'anche strettamente individuali. E proprio la soggettività sembra l'unico criterio di giudizio per differenziare ciò che va preservato, all'interno di una scatola di cartone o dentro una cornice, da ciò che va scartato come residuo inutile ed obsoleto del consumismo.
Ernst Hans Gombrich afferma "….. L'opera d'arte significa dunque ciò che significa per noi, non c'è altro criterio.": non sapremo mai cosa significarono per Warhol le sue seicento time capsules, ma possiamo ipotizzare che forse, per lui, fossero quelle le vere opere d'arte di tutta la sua carriera.
Se pensiamo quanti legami rimandino Warhol a Marcel Duchamp, indiscusso padre spirituale della Pop Art, è facile il richiamo alla "Boite en valise" dell'artista francese, personale museo portatile in cui egli raduna la versione microriprodotta delle sue opere più significative, spesso accompagnate da foto e disegni esplicativi, fra le quali una miniatura del "Grand Verre", gigantesca installazione frutto di dieci anni di lavoro, opera centrale della sua produzione, per renderle facilmente trasportabili in raffinati contenitori da viaggio, preziosi oggetti-valigia, alcuni fabbricati da una ditta leader del settore come la Louis Vuitton, prodotti e venduti in edizione limitata (c'è più di un richiamo anche tra lo spirito commerciale ed il fiuto per gli affari di Warhol e quello di Duchamp!).

Partendo da direzioni opposte nel loro significato concettuale, la boite sintesi conclusiva di un percorso artistico compiuto e sintetizzato nelle sue tappe cruciali, la time capsule incunabolo di un linguaggio ancora inesistente, sono entrambe manifestazioni di un'intima necessità di possesso, inteso come mezzo per esorcizzare la morte, che rappresenta l'ultimo distacco, quello definitivo, dalle cose e dalla vita.

Nelle scatole di Andy resta ciò che lui ha voluto tramandarci, forse inconsciamente, come la più significativa traccia di sé, accuratamente sigillata e datata in ordinati, anonimi contenitori di cartone usciti dal buio del ripostiglio del suo studio per finire al museo di Pittsburgh e mettere in scena, postuma, la più strabiliante decontestualizzazione di tutta la sua carriera.
E' questa la vera Pop Art




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