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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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Architettura nello spazio-tempo
di Vilma Torselli
pubblicato il 29/04/2013
Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci.” (John Ruskin)

Gli architetti moderni hanno, rispetto ai loro colleghi di qualche centinaio d’anni fa, un vantaggio non trascurabile: normalmente riescono a vedere realizzato, nel corso della loro vita biologica e professionale, il loro progetto.
Magari fanno in tempo anche a subirne le critiche, a scoprirne i difetti di funzionamento, a vederne l’obsolescenza …… tuttavia l’architetto di oggi, in una società del 'tutto e subito' dove si è perso il limite del possibile sia in termini tecnici che etici, trae da tutto ciò un senso di onnipotenza che può spingerlo verso un’autostima non necessariamente giustificata.
L’archistar è il prototipo di questa nuova specie umana e professionale che, a livello evolutivo, viene conservata in funzione del fatto che l’attuale società riconosce nella cultura dell’istante e del real time, oltre che nella spettacolarità e nella visibilità mediale, un pilastro portante della propria sopravvivenza.

Dalla velocità dei fenomeni e degli eventi deriva una mutata percezione del tempo e di conseguenza dell’architettura, che con il tempo ha stretti legami.
il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi. Essa induce la distinzione tra passato, presente e futuro”, così Wikipedia, e l’architettura è, tra tutte le attività umane, quella che maggiormente segna, conserva, trasmette il senso del tempo e quindi del passato, del presente, del futuro.
Da sempre filosofi e antropologi si interrogano sull’importanza e l'aleatorietà della percezione dello scorrimento del tempo, uno scorrimento che costruisce il senso della storia collettiva e del vissuto individuale, mentre dissentono i fisici, per i quali, specie con l’avvento della fisica quantistica, lo scorrere del tempo ha carattere illusorio (già Einstein parlava di “cocciuta illusione”).
Ma comunque la si voglia mettere, noi viviamo il tempo come flusso, come ‘tempo della mente’, qualcosa di concreto da conservare o riconquistare alla nostalgica recerche du temps perdu, scorrevole o immobile o lineare o ciclico che sia, esso è il padrone delle nostre vite, tutto ciò che facciamo, apprendiamo, programmiamo lo incaselliamo nel tempo.

Scrive Umberto Galimberti:” Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (técton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo.” (da “L’Architettura e le figure del tempo”, 1987).
Il fare architettura e l’abitarla significa quindi confrontarsi col tempo, sapendo che “solo se abbiamo la capacità di abitare il tempo, possiamo costruire.” (idem), sapendo che l’architettura si fonda da sempre sulla stretta interrelazione tra luogo-spazio-tempo mediata dal progresso tecnologico, oltre che da cambiamenti socioculturali, causa di più o meno brusche accelerazioni che si traducono nel modo di abitare in un determinato tempo.
L’accelerazione del tempo, o meglio della sua percezione, non riguarda solo gli architetti/artefici, ma anche i fruitori dell’architettura, abitanti, cittadini, passanti, turisti, viaggiatori, tutti quelli che rapidamente e più volte nell’arco di una vita vedono modificato in tempi insufficienti al proprio ritmo di apprendimento individuale, collettivo, organizzativo, un paesaggio urbano, lo skyline di una città, un luogo.
In maniera stabile e duratura come l’architettura sa fare e, si potrebbe dire, senza preavviso, perché questi cambiamenti sono più veloci delle umane capacità di elaborazione del nuovo, figli di un eterno presente (Marc Augé parla di “ipertrofia del presente”) che conduce dal non-luogo al non-tempo.

L’architettura è sempre stata una promessa di eternità, memoria storica dell’ambiente in cui la nostra specie, evolvendosi, ha dimorato, frutto di un processo corale in cui abitudine e tempo hanno un ruolo determinante.
Minimizzando il tempo necessario all’assimilazione del manufatto nel tessuto urbano o semplicemente nell’immaginario visivo degli abitanti, ogni nuova architettura verrà percepita come violazione ed espropriazione del personale patrimonio mnemonico-affettivo, in disaccordo con quella forma di apprendimento precoce (o imprinting) collettore di esperienze sedimentate che divengono paradigmi di ogni comportamento seguente, che si conserva per tutta la vita e  guida non solo la scelta della figura parentale, del partner, dei segnali di riconoscimento della specie, ma anche la scelta del luogo di nidificazione.
L’architettura è il “nido” dell’uomo, l’abitare, come suggerisce Heidegger, è un atto da imparare e come ogni conoscenza, come ogni storia, ha i suoi tempi di apprendimento, dobbiamo "reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia".

Per citare ancora Galimberti (idem),  “La tirannide dell’attualità ha contratto a tal punto la dilatazione del tempo da rendere impossibile l’abitare. Con la casa, che più non ospita passato e futuro, ma solo l’attualità del presente, la sua fungibilità e fruibilità, ne va dell’essenza dell’uomo, della sua memoria e del suo orizzonte. Disabitando il tempo non possiamo più abitare; non è questione di alloggi, ma di radici. L’attualità ci sradica.”

Consegnata alla caducità del tempo dell’uomo, condannata alla precaria instabilità dell’attualità, imprigionata in una durata spazializzata tra percezione e memoria, l’architettura senza tempo è architettura senza spazio, cessando con ciò di essere architettura.

link:
Non tutti i secoli durano 100 anni

Tutta un’altra storia …..
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