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C'era una volta lo spontaneismo
di Vilma Torselli (parte I) e
Pietro Pagliardini (parteII)
pubblicato il 8/02/2009
l’uomo è tutto una formazione storica ottenuta con la coercizione
(Antonio Gramsci)

© Copyright Stefano Baratti

Nonostante il cambiamento sia l’essenza della vita su questa terra e la storia di ogni singolo "hic et nunc" delle nostre piccole esistenze individuali sia irripetibile e sempre diversa, tuttavia quello che l’uomo preferisce sembra essere un mondo senza sorprese, dove calcolabilità, prevedibilità e controllo si associano all’idea di efficienza e affidabilità.
Questa sindrome, che si chiama "kainotetofobia", paura dei cambiamenti e delle novità, di tutto ciò che non è noto, compreso e riconducibile a canoni consolidati, è una paura che ha anche i suoi aspetti positivi, poiché attiva utili meccanismi di difesa: il nuovo ci fa temere l’invalidazione delle credenze assimilate e divenute parte della nostra identità individuale e collettiva ed averne timore è un innato ed inevitabile retaggio antropologico, la ripetizione del comportamento del nostro antenato preistorico che, indifeso davanti all’imprevisto a causa della propria ignoranza, temeva ogni novità ed ogni dirottamento da una realtà nota e quindi dominabile, che significava spesso la garanzia della propria sopravvivenza.

Questo retaggio è oggi alla base della sempre crescente offerta/richiesta di prodotti omologati e appiattiti prevedibilmente accettabili da tutti, in un villaggio globale dove le tradizioni e gli usi sedimentati nella storia di una comunità, specifici e significativi nel contesto in cui nascevano, perdono ogni valore autentico nel tentativo di adattarsi ad esigenze indifferenziate ed estranee rispetto agli imput iniziali.
Si tratta di una caratteristica saliente del nostro tempo, prodotto di integrazioni selvagge e senza mediazione fra culture diverse ed estranee, che per le sue molte contraddizioni ed antinomie alimenta in molti campi diatribe spesso tanto obsolete quanto oziose tra modernismo e conservatorismo.

Accade anche in architettura ed urbanistica, dove si dibatte se sia più utile reinventare il linguaggio per una modernità che sta faticosamente cercando strade autonome, o recuperare una continuità formale col passato che, senza destabilizzanti innovazioni, pieghi alle esigenze attuali forme e concetti già ampiamente collaudati.
Se quest’ultima posizione fosse stata adottata sempre, e non si vede se, valida oggi, non avrebbe dovuto esserlo a maggior ragione prima, l’urbanistica fino qui prodotta dovrebbe derivare da una sorta di big bang iniziale, un fenomeno noto come spontaneismo urbanistico che in passato ha dato origine a piccoli miracoli paesaggistici, ma che oggi appare un approccio metodologico del tutto inadeguato alla dimensione demografica e alla struttura sociale di qualsivoglia paese occidentale.

E’ infatti un atto di utopistico ottimismo credere che lo sviluppo della città possa avvenire spontaneamente, autodeterminandosi secondo un proprio modello che origina da lontano, senza l’intervento o l’indirizzo di poteri esterni e procedure codificate. L’ultimo esempio negativo lo abbiamo avuto nell’Italia degli anni ’50, quando l’esodo dalle campagne lasciò il territorio in preda allo spontaneismo più assoluto, considerato acriticamente come forza vitale proveniente dal basso e in grado di esprimersi autonomamente.
Il primo nucleo costruito che l’abitante stanziale ha eretto in forma stabile per abitare l’ambiente è certamente frutto di un felice spontaneismo urbanistico che lo ha reso unico e singolare, così come la città spontanea è stata mirabile sintesi di usi e costumi, memoria storica, struttura sociale ed economica di una comunità, ma oggi il processo spontaneo di sviluppo urbanistico all’insegna di un laisser faire che rischia di sconfinare nell’abusivismo e nell’urban spraw, così come lo spontaneismo in politica può sfociare nell’estremismo anarchico, rappresenta un'errata risposta al problema della trasformazione, che si gestisce invece attraverso l’organizzazione e la direzione incondizionata dei fenomeni di sviluppo.

E poiché l’atto politico è l’espressione concreta della civiltà e “l’uomo è tutto una formazione storica ottenuta con la coercizione” (Antonio Gramsci, 'Lettere dal carcere'), la civitas ha dovuto dotarsi di regolamenti e leggi 'coercitive' per indirizzare nei binari di una corretta convivenza le sempre più numerose esigenze individuali e collettive, ciò non guardando ai modelli pregressi, ma assecondando le nuove necessità e le esigenze emergenti.
Infatti la tipologia architettonica ed urbanistica ha sempre assecondato il nuovo, non solo adattando, ma soprattutto inventando il presente in quello che, paradossalmente, pare un processo più ‘spontaneo’ della rassicurante conservazione auspicata da chi vorrebbe reiterare forme e modi appartenenti al passato.

Le motivazioni degli insediamenti umani sono in passato derivate dalla posizione geografica, dalla ricchezza di risorse del territorio, dalle caratteristiche climatiche, dalla presenza di corsi d’acqua, di passi di transito, di vie di collegamento commerciale o religioso, la città che ne seguiva era quanto di meno peggio si potesse fare per porre ordine e pacificazione civile in quel particolare tessuto sociale ed economico, in quel momento storico, ma, sia per il decadere di quei valori sia per la nascita di altri, il modello urbanistico che rispecchia la società odierna non può essere una versione riveduta e corretta di quello del secolo scorso o anche di soli 50 anni fa.

La lettura dello spazio costruito come struttura sociale, prodotto dinamico in cui le architetture e le soluzioni urbanistiche sono il risultato del confronto dialettico all’interno delle comunità mette irrimediabilmente in crisi le aspirazioni programmatiche e iconografiche di una certa urbanistica passatista e antistorica che propone nostalgiche rivisitazioni di centri storici e oleografici recuperi falso-antico, a beneficio di un nuovo concetto di città che non si deve porre necessariamente in antitesi con la città esistente, ma affiancarla ed integrarla.

Il 'come' è la vera sfida dell'urbanistica moderna.

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La voce della dissidenza, link:
La rivincita del pedone
Il tabù del falso in architettura
ed altro ancora su http://regola.blogspot.com

Di seguito un ampio commento a questo scritto da parte di Pietro Pagliardini



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