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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura. In Artonweb l'articolo più letto: L'automobile, mito futurista.
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Il centro storico: fine della storia
di Vilma Torselli (2007)
"Un giorno, forse, un segno verrà da un altro pianeta. E, per effetto di una solidarietà di cui l'etnologo ha studiato i meccanismi su scala ridotta, l'insieme dello spazio terrestre diventerà un luogo. Essere terrestre significherà qualche cosa." (Marc Augé, "Nonluoghi")



C'è accordo unanime tra urbanisti, architetti e sociologi sulla definizione dei centri storici come elementi fondanti dell'identità di una collettività, luoghi creati e modificati nel tempo da etnie con ben precise sovranità territoriali nei quali si concentrano la storia e la geografia economica e sociale di una comunità che ha trascritto le sue caratteristiche nell'organizzazione spaziale e nella struttura architettonico-urbanistica di quel luogo, di quel centro storico: ad esso sono attribuibili le caratteristiche che Marc Augé individua come fondamentali per i luoghi antropologici in senso stretto, che devono essere identitari, relazionali e storici, cioè sede comune di un gruppo etnico ed espressivi di quello stesso agli occhi di un osservatore, i luoghi della nascita individuale delle persone che vi abitano, all'interno di un insieme di interrelazioni estese alla comunità di appartenenza.

E' grazie a queste attribuzioni che l'etnologia, facendo il percorso inverso, dall'analisi dell'assetto territoriale ricostruisce la storia degli uomini che vi hanno 'abitato'.

"Ci dice la grammatica che il latino habitare è un verbo frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Esso significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. "Abitare" rimanda quindi all'avere con continuità. L'abitante, allora, "ha" il luogo in cui abita. Non tanto nel senso che lo possiede o ne ha proprietà, quanto in quello che ne dispone, lo conosce, ne ha confidenza, ne è pratico. L'abitante "ha" la casa in cui abita, Il cittadino "ha" la città di cui è abitante." (1)


Ma oggi, chi 'abita', chi 'ha' i centri storici?

Se partiamo dal concetto più antico connesso all'abitare, quello del Genius loci di memoria classica, per cui, anche inspiegabilmente, un luogo è tale in virtù di un misterioso connubio ed un prodigioso equilibrio tra cultura e natura, possiamo accettare l'idea che i luoghi acquisiscano un'anima attraverso la sedimentazione del vissuto delle generazioni di individui che li abitano, divenendo nel tempo il risultato concreto (pietra, sasso, cemento, palazzi e chiese, quartieri e città) di un paziente accumulo di esperienze, accadimenti, affetti: il che ha portato ad una interpretazione quasi sacrale del territorio abitativo per tutte le culture in ogni parte del mondo.
Il centro storico delle moderne città è l'ultima residenza del Genius loci, lì si è arroccato dopo l'avvento della città infinita, disordinatamente debordata nelle periferie e divenuta agglomerato indistinto ed indifferenziato di architetture senza autore.
Paradigma dell'evolversi del tessuto sociale della comunità insediata, della genesi di aggregazione comunitaria, espressione della specificità, della storia, della memoria, del significato conferitogli da quella comunità, il centro storico delle città soprattutto europee, ed in particolar modo italiane, quelle cioè che, più di altre, hanno un retaggio storico-ambientale importante e, sotto certi aspetti, ingombrante, rappresenta da anni per urbanisti, progettisti, pubbliche amministrazioni e operatori privati un problema sentito, dibattuto e spesso irrisolto.

Dopo l'ondata radical-chic degli anni '70/'80, durante la quale il centro storico si configura come residenza privilegiata e ad alto costo di una media borghesia con aperture verso il sociale spesso più snobistiche che reali, a seguito dell'esponenziale diffusione dei mezzi di trasporto ed alla conseguente difficoltà, se non impossibilità, del traffico pubblico e privato all'interno dei centri, in conseguenza alla scomparsa delle microstrutture commerciali sempre più esiliate in megastore decentrati per ottimizzare sia l'accesso degli utenti che la razionalizzazione dei costi, la realtà consolidatasi negli ultimi decenni è quella di una inarrestabile desertificazione dei centri storici per una sistematica fuga dei residenti verso periferie esterne di più qualificato standard abitativo (più verde e servizi, meno rumore, minor inquinamento, più moderne condizioni igienico-sanitarie), con progressivo svuotamento dell'antico patrimonio edilizio, che perde contemporaneamente valore di mercato.

Innescata la regressione della dimensione demografica e funzionale, per effetto del principio dei vasi comunicanti che interviene nei fenomeni a carattere migratorio, lo svuotamento delle strutture abitative da parte degli autoctoni produce una parallela occupazione delle stesse da parte di nuovi utenti a basso reddito (e a basse esigenze), appartenenti a fasce sociali disagiate e socialmente marginali, in gran parte stranieri senza dimora, extracomunitari, immigrati alla ricerca di un posto in cui vivere alla meno peggio, in alcuni casi in presenza di elevate punte di degrado ed abusivismo, tanto più evidenti quanto più il centro storico è esteso.

pagine 1-2-3-4


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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