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Vincent van Gogh, "Caffè di notte"
di Vilma Torselli
pubblicato il 1/05/2007

"Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. ...... " (Vincent Van Gogh)
Vincent Van Gogh (1853 - 1890) esegue questo "Caffè di notte", un olio su tela di 80 x 60 cm, oggi alla Art Gallery dell'Università di Yale di New Haven, nel 1888, poco prima della sua morte, che avverrà due anni dopo, quando ormai il tormentato viaggio della sua esistenza è giunto ad un punto di non ritorno: nel 1889 egli si farà infatti ricoverare volontariamente nella clinica per pazienti psichiatrici di Saint-Rémy in Provenza, incapace di contrastare quel profondo ed acuto malessere interiore che da lì a poco lo porterà al suicidio a soli 37 anni.

Il caffè di notte, un locale in Place Lamartine ad Arles, è un ambiente chiuso, privo di finestre, dove l'illuminazione artificiale è affidata ad un gruppo di lampade a soffitto che spargono attorno una luce giallastra. I colori della stanza sono violenti e contrastanti - l'artista li definisce in lotta tra di loro - rossi accesi, verdi acidi in più tonalità, con una generale predominanza di giallo, quel 'giallo van Gogh' che colorava ossessivamente il suo mondo a causa di una percezione anomala del colore dovuta all'assunzione di digitale per contrastare gli attacchi epilettici: l'intossicazione cronica era infatti accompagnata da una patologia, la xantopsia, in grado di compromettere le normali percezioni sensoriali e produrre la visione gialla degli oggetti bianchi e la visione violetta degli oggetti scuri, alterazioni ben visibili in un dipinto eseguito poco tempo prima di questo, "Il seminatore".

Scrive Vincent al fratello Theo a proposito di questo quadro: "Ho cercato di esprimere con il rosso e il verde le terribili passioni umane. La sala è rosso sangue e giallo opaco, un biliardo verde in mezzo, quattro lampade giallo limone a irradiazione arancione e verde. C'è dappertutto una lotta e un'antitesi dei più diversi verdi e rossi, nei piccoli personaggi di furfanti dormienti, nella sala triste e vuota, e del violetto contro il blu".

Le regole prospettiche, ben note a van Gogh, abile e colto disegnatore, sono volontariamente trasgredite, con l'effetto di destabilizzazione delle normali percezioni spaziali che caratterizza i suoi interni rendendoli sottilmente angoscianti, protagonista muto ed immobile della scena, il tavolo da biliardo occupa il centro della composizione, non ci sono giocatori, attorno c'è uno spazio vuoto ("la sala è triste e vuota"), metafora della solitudine delle cose che - perché no? - hanno anch'esse un'anima e possono esprimere, se non provare, la sofferenza e l'emarginazione di chi le osserva.
Anche questa volta, Vincent riflette al di fuori di sè, nella realtà del quotidiano, la sua sofferenza, per guardarsi, per capirsi, per rinunciare poi a farlo e mettere tragicamente fine alla sua sofferta ricerca.
Con taglio modernamente fotografico, le immagini di tavoli, sedie e annoiati avventori ("piccoli personaggi di furfanti dormienti") sono interrotte ai bordi della tela, quasi che una forza centrifuga le spinga fuori dal dipinto per fare il vuoto attorno al protagonista, le doghe del pavimento canalizzano lo sguardo sull'unica apertura verso l'esterno da cui proviene una luce radente, mentre i lampioni appesi ("quattro lampade giallo limone") introducono dall'alto una seconda fonte luminosa che sottolinea i contorni degli oggetti e le loro superfici orizzontali proiettando sul pavimento l'ombra del biliardo, l'unico oggetto dotato di ombra, leggermente ruotata rispetto alla direzione prospettica principale: attingendo al suo bagaglio culturale, Vincent elabora questo espediente della luce pluridirezionale dalla cultura classica (ricordando Caravaggio e Delacoix) e lo utilizza per movimentare drammaticamente la rappresentazione.

L'atmosfera densa e inquinata - di fumo? di calore? di vapori di alcool?, ricordiamo che van Gogh definisce il caffè come "un luogo in cui ci si può rovinare" o diventare pazzi o criminali - disegna attorno alle lampade un alone pesante dalla forma globulare che non ha nulla della lievità della luce dei contemporanei impressionisti, un contorno solido, denso, che ricorda da vicino gli astri rotanti dei celebri cieli stellati, dove lo spazio ha consistenza, corposità, vigore ed una matericità assolutamente antinaturalistica ed il vuoto è inteso non già come assenza di materia, ma come esso stesso elemento concreto della rappresentazione.

Ancora una volta lo spazio interno, anche quello di un tranquillo caffè di notte, visto attraverso gli occhi di un artista visionario alla disperata ricerca di sé stesso, diventa metafora di un inconciliabile contrasto tra realtà esterna ed interiorità spirituale, custode di un'angoscia incontenibile che, da lì a poco, traboccherà oltre i limiti della ragione.

link:
Espressionismo
Vincent Van Gogh, "Autoritratto"
Vincent Van Gogh, "I mangiatori di patate"
Vincent Van Gogh, "La camera da letto di Arles"

Vincent Van Gogh e Antonin Artaud, l'incontro di due follie


DE ARCHITECTURA
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