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Mark Rothko, "Yellow Band"
di Vilma Torselli
pubblicato il 26/04/2007
Il colore come onda luminosa per creare lo spazio-immagine nelle grandi tele di un artista alla ricerca del sublime.
Mark Rothko (1903-1970) o Marcus Rothkowitz, ebreo nato in Russia ed emigrato con la famiglia negli USA nel 1910 a seguito della diaspora lettone, è uno dei più importanti aderenti alla "Scuola del Pacifico", di cui fece parte anche Adolf Gottlieb, fu animatore e fondatore di vari altri movimenti pittorici, dapprima di matrice espressionista (creò nel '35 con Adolph Gottlieb, Barnett Newman ed i critici Rosenberg e Greenberg il gruppo 'The Ten'), in seguito volgenti al Surrealismo, per giungere poi alla definizione di un suo personale, riconoscibilissimo linguaggio affidato all'elaborazione del colore per ampie stesure luminose, non avulso dalla tradizione culturale europea assimilata attraverso la lezione di Matisse.
L'Europa e l'Espressionismo europeo sono fondamentali per Rothko, dal momento in cui decide che il rapporto fra l’artista e il suo pubblico si debba basare sul passaggio di profonde sensazioni interiori dall’uno all’altro attraverso opere che siano il prodotto dei più reconditi moti dello spirito dell'artista: la scelta dell’astrattismo, per Rothko, diventa una necessità, perchè le sensazioni non hanno immagine nè contorni definibili che le possano rappresentare. Da queste teorie, condivise da Gottlieb ed altri, deriva la definizione di Espressionismo astratto applicato alla loro pittura e poi esteso a tutta una importante corrente dell'arte moderna americana.

Il suo stile, espressionista astratto o spazialista o comunque lo si voglia classificare, si definisce all'inizio degli anni '50, quando Rothko sceglie di lavorare per tonalità cromatiche sovrapposte, eliminando i contrasti di colore, procedendo per successive velature sottilmente modulate, evanescenti per l'uso sapiente del colore acrilico: la forma si semplifica fino a scomparire, sintetizzata in fluttuanti rettangoli leggeri che paiono staccarsi dalla tela e diffondersi nell'aria circostante, morbidamente pennellati su uno sfondo più sfumato.

In questo "Yellow Band", 1956, oil on canvas 86 x 80 in., la banda colorata si muove verso chi guarda come un'onda luminosa, invade lentamente l'ambiente, pervade l'osservatore inducendo per gradi un effetto emotivo più prolungato che intenso, quietamente contemplativo, quasi mistico nel suo dosato equilibrio: è la ricerca del significato simbolico della forma-colore, dell'essenzialità, dell'eternità immobile, del silenzio e della solitudine, tanto che molti hanno ritrovato nella sua opera un senso di comunione quasi religiosa.
Le letture di Nietzche e Jung, lo studio della filosofia Zen e degli antichi miti lo formano ad una visione del mondo meditativa, ascetica, di estrema purezza concettuale e formale, e gli fanno dire: "Mi interessa solo esprimere emozioni umane fondamentali, la tragedia, l'estasi, il destino."

Rothko dipinge tele di grande formato con uno scopo preciso, dicendo: "Quando uno dipinge un quadro grande ci è dentro".
La sua ricerca tende all'assoluto unitario, persegue, come lui stesso dice, "il diretto rapporto con nessuna particolare esperienza visuale", per giungere alla "eliminazione di ogni ostacolo tra l'idea e l'osservatore", un'aspirazione comunicativa non specifica, basata su una simbiosi cosmica nella quale egli vuole eliminare tutti gli ostacoli.
La sua concezione spaziale, che lo avvicina per molti aspetti allo Spazialismo europeo, è quella di uno spazio reale, uno spazio-quantità, lo spazio dell'immagine è percepito come immagine spaziale, costruito dalla luce, dai piani di colore successivi e paralleli, scandito da una struttura semplice, purissima, senza nessun segno superfluo.

In antitesi allo spazio di Pollock, indifferenziato nell'ampiezza della tela caoticamente percorsa dai segni colorati, lo spazio della vita e delle passioni, Rothko propone uno spazio di serena concentrazione emotiva, di uniforme luminosità, ordinato e tranquillo in una definizione quasi architettonica, a rappresentare uno stato di raggiunto equilibrio.

Harold Rosenberg sottolinea l'aspetto fantasioso e decorativistico della pittura di Mark Rothko, definendolo sostanzialmente un artista di evasione "nel senso più tradizionale del termine - ricco nell'esagerazione dell'auto-straniamento", personalmente credo che l'opera di Rothko vada affrontata ed analizzata possibilmente con opportune "istruzioni per l'uso", che si debba entrare dentro i suoi grandi quadri, invaderne lo spazio, assaporare lentamente la quiete dei suoi cromatismi leggeri e scoprire così il fascino sottile, la suggestione emotiva, la bellezza discreta del linguaggio dell'anima.

Negli ultimi anni '60, l'evoluzione psicologica di Rothko si orienta in una direzione sempre più cupa, spia di un latente malessere sempre meno gestibile, risalente probabilmente ad un vissuto drammatico che già in passato era esploso in ricorrenti crisi depressive.

Le caratteristiche della sua pittura cambiano, come cambia la sua visione del mondo, appartiene a questo periodo una serie di Untitled (i 'Black on Grey') in cui la pennellata si raggela in tratti compassati ed opachi, alternativamente neri e grigi con poche variazioni intermedie, in una disposizione significativamente alterata rispetto alle opere precedenti, in nette fasce orizzontali che contrappongono i blocchi di colore in un ristretto campo di iterazione, conferendo all'insieme una inusuale rigidità talvolta accentuata dalla presenza di una secca bordatura attorno all'immagine.

La vita gli presenta il conto, Rothko, afferma lo psichiatra Vittorino Andreoli in una commovente analisi clinica ed umana, capisce che "non può sfuggire la percezione drammatica dell'esistenza e la fragilità di essere nel mondo [.....] La purezza dei suoi ultimi dipinti, enormi tele di cinque metri per quattro, coperte di nero, non aveva più la possibilità di un'evoluzione. Oltre non era possibile andare con la pittura. E Rothko rispondeva con la percezione della vita che si colorava di nero come le sue grandi tele."

E' una progressiva presa di distanza dal cromatismo gioioso degli anni '50, una presa di distanza soprattutto dal mondo e dalla vita, che con coerenza estrema, Rothko applicherà fino in fondo.
Nel 1970, all'apice del successo, Mark Rothko si suicida tagliandosi le vene.

* articolo aggiornato il 15/12/2013


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