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Albrecht Altdorfer, "San Giorgio e il drago"
di Alessandro Tempi
pubblicato il 14/07/2014
L’antico mito della selva germanica rivive nel lussureggiante mondo silvestre, vero protagonista della storia narrata in questo dipinto strano e inconsueto.
Fin dal Medioevo, come ci racconta Simon Schama in “Paesaggio e memoria(1), l’anima tedesca ha sempre visto nella specificità dell’ambiente naturale silvestre il tratto distinto della propria identità. Albrecht Altdorfer (1480-1538)  veniva da Ratisbona, una città di tradizioni umanistiche e patriottiche, ma il suo mondo religioso era quello di chiese i cui interni erano decorati con colonne e volte che si trasformavano in rami e foglie che creavano veri e proprio pergolati di pietra. E proprio la sacralità dell’elemento silvestre, di una lussureggiante verzura, sarà uno dei tratti distintivi della sua pittura.

In questo dipinto, intitolato “San Giorgio e il drago” e  realizzato intorno al 1510, si esplicita potentemente questo tratto di Altdorfer.
Il dipinto è dominato da una veduta di un’intricata foresta di felci, sempreverdi e querce che domina l’intera superficie; in basso, distinguiamo le figure di un cavaliere chiuso nella sua nera armatura e della bestia leggendaria, metà animale, metà uccello, sotto di lui. Uno spiraglio nel verde lascia intravedere in lontananza un monte.

Ci sono almeno due particolari che rendono questo dipinto strano e inconsueto: innanzitutto il rapporto fra San Giorgio e il drago, che non sembra di sfida né tanto meno di lotta  (come vorrebbe l’iconografia classica di questo miles christianus), ma semmai di interlocuzione, perfino di omaggio (il cavaliere sembra quasi piegato in un accenno di inchino); inoltre l’azione  appare miniaturizzata, persa all’interno dello scenario naturale, rispetto al quale appare come poco più che un elemento accidentale. Si direbbe anzi che qui la foresta teutonica abbia un ruolo eroico pari almeno a quello del santo cavaliere.

Ma il dipinto rappresenta anche una rivoluzione dal punto di vista del genere, la pittura di paesaggio, per la straordinaria cura con cui il pittore ”riproduce fedelmente le convenzioni del fogliame ornamentale dell’architettura religiosa, creando così uno spazio che acquisisce forti connotazioni di sacralità”.(2)
Ciò tuttavia non impedisce ad Altdorfer un acutissimo rigore scientifico nella resa pittorica, degno di Leonardo e di Dürer. Ma se lo guardiamo bene, il dipinto trascende il potente accumulo di dettagli naturalistici producendo uno straordinario effetto di una divorante totalità della selva, che sembra crescere sotto i nostri occhi nel suo rigoglio misterioso.
Così fra l’osservatore e la profondità di campo – rappresentata dal monte intravisto in lontananza – si frappone un lussureggiante mondo verde in cui le foglie gettano luce su altre foglie, si accumulano e si sovrappongono creando successive cortine di fronde dal fitto intreccio che sembra esaurire ogni possibilità di narrazione. O meglio: sembra che la narrazione trascenda i personaggi, che il rapporto fra figura e sfondo si ribalti, che la selva insomma diventi la “storia” e San Giorgio e il drago diventino in qualche modo “prodotti”  della selva.
Con questo dipinto, l’antico mito della selva germanica trova la sua più potente espressione.

1) Simon Schama, Paesaggio e memoria, Mondadori, 1997.
2) Simon Schama, cit., pag. 101.
link:
Anselm Kiefer, "Varus"
Il ritorno del paesaggio: Ana Kapor

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