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Il ritorno del paesaggio: Ana Kapor
di Alessandro Tempi
pubblicato il 23/10/2008
Il ritorno di un tema consueto della figurazione classica, il paesaggio, che manifestamente riconduce la pittura di questa artista al vedutismo, nei suoi fondamentali elementi di riferimento.

Ana Kapor (Belgrado 1964), “Enigma” , Olio su tela. 2007, cm 60 x 50 (Galleria Falteri, Firenze)

I primi paesaggi, in pittura, non erano rappresentazioni dal vero, ma prodotti dell’immaginazione o della ricostruzione ideale dell’artista. I pittori combinavano elementi paesistici reali - ad esempio architetture esistenti - con altri di pura invenzione - colline, fiumi e rovine -, oppure utilizzavano soggetti cari alla tradizione pittorica come pretesti per dipingere più estesi paesaggi. In questo modo, la fuga in Egitto, i santi eremiti, l’orazione nell’orto e temi consimili di carattere biblico passavano in secondo piano rispetto alla rappresentazione della natura. Quando, nella seconda metà del Settecento s’impose un nuovo sentimento della natura, fondato sui principi del pittoresco e del sublime, i pittori cercarono di rappresentare l’intima risonanza che si può creare tra certe manifestazioni naturali e l’animo dell’osservatore. Nella pittura di paesaggio così s’imposero da un lato uno stile meticoloso, atto a raffigurare una natura misteriosa o amena, dall’altro rappresentazioni intensamente soggettive, talvolta perfino visionarie.

Nei quadri di Ana Kapor ritorna in maniera razionale ed esplicita questo tema consueto della figurazione classica, il paesaggio, che manifestamente riconduce la sua pittura al vedutismo, genere del quale la Kapor ripropone in maniera sapiente gli elementi fondamentali di riferimento: il rigore spaziale ed architettonico, il rapporto armonico fra forme costruite e forme naturali, l’idealità dell’ambientazione.

E’ su quest’ultimo elemento che vale la pena di spendere qualche osservazione, giacché la Kapor sembra esprimere quello che esattamente costituisce il retaggio storico di questo genere, ovvero la sua suscettibilità a farsi rappresentazione di un mondo ideale che solo l’artista sa immaginare e rendere sensibile. Nelle atmosfere silenziose e solitarie dei suoi dipinti, la Kapor mette in ordine un mondo che sembra sussistere solo nella severità e nel rigore dei rapporti spaziali, un mondo in cui la ricerca di chiarezza visiva e mentale sembra imporsi a scapito della presenza umana. Dai fari che emergono da lembi di spiaggia, dalle architetture palladiane, dai paesaggi solitari e dalle fortificazioni, emerge, nel silenzio della rappresentazione, il senso dell’ineffabilità delle cose. Per questo, più che alla tradizione di genere otto-novecentesca – quella di ascendenza simbolistica, tanto per intenderci -, la Kapor sembra attingere alla lezione del vedutismo sei-settecentesco - quello del tardo barocco di van Wittel, o dei capricci di Pannini e delle ideate vedute di Bellotto – ove la libera immaginazione dell’artista sa trasfigurare il dato reale, dando espressione a quel “formare sul vero” che costituisce l’essenza più autentica della creazione pittorica.

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