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Anselm Kiefer, "Varus" di Alessandro Tempi
pubblicato il 30/09/2008
Un artista dall'attitudine provocatoria
che sa raccontare l'orrore della guerra senza mostrarne le atrocità.
Fin dai suoi esordi, il pittore Anselm Kiefer
(Donauschingen, Germania, 1945-vivente) ha sempre manifestato
un’attitudine provocatoria a collegare elementi accettati
e costitutivi della tradizione culturale tedesca con le loro
inaccettabili conseguenze storiche. Di queste ultime, la sua
tremenda era senza dubbio il nazismo. Kiefer lavorava su un
discrimine pericoloso. Le sue provocazioni risvegliavano repulsione
o accuse di ambiguità; la sua diventava una posizione
equivoca, che sfidava apertamente l’incomprensione.
Nel 1976, Kiefer si misura con un mito della memoria culturale
germanica: la Selva di Teutoburgo, luogo in cui, nel 9 d.C,
tre legioni romane comandate da Quintilio Varo vennero annientate
dai Cherusci di Arminio. Nel grande dipinto, intitolato “Varus”,
Kiefer cita esplicitamente lo “Chasseur nella foresta”
di C.D. Friedrich nell’impianto scenico del quadro; ma
questa volta la prospettiva porta l’osservatore a percorrere
un sentiero invernale lordato di sangue.
Tuttavia, al posto del dragone francese, abbiamo solo un nome,
vergato a lettere anonime ai piedi degli alberi spogli, Varus
appunto. Non una figura, ma un nome. Sembra che per tenere vivo
il ricordo della morte e della distruzione, per rievocare l’orrore
della battaglia, Kiefer non abbia bisogno di dipingere figure
che ce lo esplicitino. Così egli non cade nella trappola
della “mostra delle atrocità” tipica di una
società che ha mercificato l’orrore nella sua finzione.
L’orrore, nella storia, è reale e irrestituibile.
Farne mostra, perfino sulla superficie di un quadro, è
pura finzione che ci fa dimenticare, ci anestetizza alla sua
reale brutalità.
Ma la foresta di “Varus” non trasuda solo l’orrido
della morte. Qui si consuma una strage consegnata alla storia,
ma anche un inizio. La battaglia vinta da Arminio, infatti,
è anche l’evento inaugurale di un mito destinato
a durare, quello del Deutschtum, che drammaticamente è,
per il popolo tedesco, anche uno Schicksal, un destino. Ed appesi
ai rami di questi tronchi nudi pendono i nomi di coloro che
di quel destino si sono fatti portavoce: Klopstock, Heinrich
von Kleist, Christian Dietrich Grabbe, tutti autori sette-ottocenteschi
di opere letterarie sulla figura di Arminio.
Il sentiero sul quale Kiefer ha condotto l’osservatore
conduce ad un punto nel quale la storia gli viene incontro con
tutto il suo carico di orrori. Si direbbe, insomma, che quel
sentiero sia un Holzweg, un “sentiero interrotto”,
che improvvisamente finisce nel fitto della selva e non consente
a chi lo seguiva fin lì di procedere oltre. Varo lo ha
sperimentato, sembra dire Kiefer, Arminio lo avrebbe sperimentato
di lì a poco, la Germania stessa lo sperimenterà.
Essere su un Holzweg lascia chi vi si trova nelle braccia di
qualcosa di terribile, con cui bisogna fare i conti.