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Chuck Close, "Autoritratto manipolato"
di Vilma Torselli
publicato il 15/04/2007
Iperrealismo americano nei ritratti a struttura reticolare di un impersonale osservatore della realtà.
"Mi affascina il gioco continuo fra artificiale e reale, tra la piattezza della superficie e la plasticità del volto ritratto". (Chuck Close)

Il recente, rinnovato interesse verso l' Iperrealismo americano ha riportato all'attenzione di critica e pubblico Chuck Close (1940), inquadrabile in quel movimento artistico statunitense che si definisce photographic realism o superrealism, tradotto in italiano in Iperrealismo, idealmente collegabile alla Pop Art rappresentando un filone post-pop per una certa freddezza con la quale l'artista ritrae una realtà osservata con l'attenzione puntigliosa e la fredda scientificità di un curioso entomologo: come accade per esempio davanti ai manichini iperrealisti di Duane Hanson, l'effetto sortito è quello di un certo straniamento dello spettatore, che viene portato a riflettere criticamente sul concetto stesso del reale.

Sin dall'inizio della sua carriera, Chuck Close, che è un vero esperto di tecniche incisorie, litografia, acquatinta, mezzatinta, serigrafia e che ha sperimentato negli anni decine di tecniche diverse, ha scelto un tema ben definito da un rigido schema intellettuale, al quale è rimasto assolutamente fedele nel tempo: dipinge solo ritratti, di amici, familiari, ed anche, come nel quadro in esame, autoritratti, mai su commissione, sempre di dimensioni colossali e con un'impostazione rigidamente frontale, per una visione quasi monoculare.
Come tutti gli iperrealisti, Close parte dalla riproduzione fotografica e sembra particolarmente interessato alle caratteristiche deformazioni indotte dall'obiettivo quando la macchina cerca di mediare tra i vari piani gestendo nella maniera ottimale gli effetti di sfocatura: Close riproduce questo effetto tale e quale, senza alcun tentativo di correzione, nella più completa osservanza delle peculiarità 'fotografiche' dell'immagine, tanto che in alcuni suoi ritratti la punta del naso del soggetto può risultare un po' velata rispetto ai piani del viso o dei capelli, che sono invece a fuoco.

La fedeltà quasi ossessiva al tema si accompagna sempre ad una ricerca tecnica estremamente accurata e complessa, che in alcuni casi, come in quello del dipinto presentato, rende la realizzazione dei suoi ritratti lunga e difficile (può durare anche un anno): l'artista scatta numerose foto polaroid del soggetto da ritrarre, poi le riporta sulla tela e le elabora per mezzo di reticoli che gli permettono di ampliare notevolmente le dimensioni del ritratto, conservando intatta la rassomiglianza, resa con maniacale nitidezza in tutti i suoi particolari.
Il reticolo, inizialmente a maglie molto fitte, attualmente più allargato (Close ha ora difficoltà motorie a causa di una malattia), provoca la formazione di tanti riquadri colorati come tessere di un mosaico, con un macroscopico effetto pixel che da vicino rende l'opera di difficile lettura per un sorprendente esito astratto, mentre all'aumentarre della distanza restituisce l'immagine di un ritratto molto realistico, ricomponendo un volto umano con effetto quasi tridimensionale.

In questo "Autoritratto manipolato", un olio su tela del 1982, come del resto in tutte le sue opere, si intuisce uno studio approfondito ed appassionato della grande ritrattistica del passato, quella di Rembrandt, Caravaggio, Giotto, Vermeer, Goya e di tutta la più classica tradizione culturale europea, anche se, nonostante la vastità dei riferimenti pittorici, Close non si discosta mai da una sostanziale ripetitività di atteggiamento nei confronti del soggetto ritratto, proiettando un’immagine anonima, in questo caso anche di sè stesso, e fornendo scarse informazioni sul suo carattere o la sua personalità psicologica.
Nel caso della produzione decisamente iperrealista di Close, si potrebbe discutere sul fatto che ci si trovi davanti a veri e propri ritratti o non piuttosto a delle nature morte, trattandosi di riproduzioni di oggetti inanimati che in questo caso sono le fotografie originarie.
In realtà il quesito non riveste particolare importanza, poichè il fascino delle immagini si gioca comunque sulla triade inganno-illusione-verità, sulla perfetta mimesi di un'immagine che rimanda, come in un gioco di specchi, ad un'altra a sua volta mimesi della realtà, al punto che, paradossalmente, l'immagine finale, pittorica, appare come quella di partenza, fotografica, quasi che l'artista non sia intervenuto affatto ed il suo lavoro non abbia lasciato traccia alcuna.

L’autoritratto è sempre stato un elemento molto importante nell’opera di Close che, fin dagli esordi della sua carriera, ha voluto spesse volte rappresentare sè stesso, analizzandosi con il medesimo distacco con cui ha affrontato qualunque altro soggetto, senza compiere nessuna operazione di idealizzazione del modello per eliminarne le eventuali imperfezioni e producendo talvolta sull’osservatore un effetto inquietante.

E' palese una forte contraddizione tra la scelta del tema e la modalità espressiva adottata, poichè, sempre, la potenza rivelatrice insita nel concetto stesso del ritratto viene, nel caso dell'autoritratto, potenziata dal fatto che l'artista espone sè stesso, la sua immagine, la sua faccia, con un volontario atto narcisistico teso in genere a svelare la propria interiorità.
Scardinando questo principio fondamentale della ritrattistica, Close dice di voler “alleggerire quanto più possibile....l'opera dagli orpelli della ritrattistica tradizionale..........” e in questo autoritratto guarda l’osservatore dritto negli occhi con il consueto atteggiamento schietto ma neutro che non sollecita partecipazione, anche se tradisce, forse del tutto involontariamente, una certa esitazione vicina alla vulnerabilità e, forse, all'umiltà.


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