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Andy Warhol e i ritratti di Marilyn
di Vilma Torselli
pubblicato il 31/03/2007
*
Nella fissità di un'immagine che replica all'infinito la vacuità di una vita di celluloide, forse Marilyn cerca sé stessa, senza trovarsi mai.
Padre indiscusso della Pop Art americana, il primo a scoprire nell'oggetto banale e quotidiano impensati poteri comunicativi ed a vedervi in nuce l'opera d'arte senza intervento alcuno da parte dell'artista se non una spiazzante decontestualizzazione, Andy Warhol si caratterizza per il suo linguaggio privo di emozioni e di stile personale, nel quale viene intenzionalmente abolita ogni impronta di soggettività a beneficio di soluzioni formali buone per tutti e per ogni scopo, anonime e perciò universali.
Il suo passato di illustratore commerciale lo predispone e lo educa a questa fredda sensibilità puramente 'ottica' dell'immagine, lasciando intravvedere un nichilismo che sfocerà nella riproduzione serigrafica di una serie di scene catastrofiche, "Death and Disaster", nel 1963, raffiguranti incidenti stradali, suicidi, sedie elettriche, lattine di tonno contaminato.

E' su questa logica che il prodotto artistico diviene prodotto di serie industriale, proposto come arte ad una società culturalmente livellata, incapace di vedere oltre gli archetipi consumistici esposti nei supermercati, massificata, obnubilata e mentalmente condizionata dalla pubblicità.
La riproduzione meccanica, con metodo serigrafico, si presta in modo ottimale alla produzione di opere seriali destinate al grande pubblico, in aperta dissacrazione del concetto dell'unicità dell'opera d'arte, secondo i metodi industriali della stampa offset dai colori violenti, senza tenere in alcun conto il livello qualitativo dell'immagine risultante.

Nascono così, negli anni '60, i famosi ritratti di personaggi celebri, da Elvis Presley a Marilyn Monroe, quest'ultima ritratta a partire dal '62, subito dopo il suicidio, più volte ed in più versioni, con interesse quasi ossessivo, e non è casuale che, proprio nell'anno seguente, Warhol intensifichi il suo interesse attorno al tema della morte con la settantina di opere della serie dei "Disaster".

Marilyn viene proposta in numerose varianti (del tutto particolare una "Gold Marilyn" a sfondo dorato), singola e multipla, a colori, in bianco e nero, con il metodo del riporto fotografico, ottenendo tra le varie versioni differenziazioni spesso minimali e solo cromatiche, nell'intenzione del massimo appiattimento dei tratti identificativi.
La freddezza della rappresentazione, tipica dell'opera di Warhol che non vuole mai esprimere né sentimenti né giudizi sul soggetto ritratto, è in questo caso assecondata dal fatto che Marilyn non c'è più, Andy non la può incontrare, non la può fotografare, tanto che ricorre ad alcuni fotogrammi di un celebre film della diva, 'Niagara', per ottenere la base delle sue elaborazioni tipografiche.

Le scelte di Warhol sono fortemente influenzate dalla notorietà del personaggio, una notorietà più che sufficiente a connotare l'immagine seppure elaborata in modo anonimo e superficiale, privo di ogni emozione e di ogni interesse per la sua interiorità: Marilyn infatti viene ritratta come sex symbol da "consumare", con plateale accentuazione dei tratti tipicamente femminili, il trucco pesante, le labbra sottolineate dal rossetto, l'espressione ammiccante ed il sorriso stampato di chi sorride per mestiere, icona del fascino femminile e regina dell'immaginario americano, di una bellezza stereotipata proposta e "venduta" dalla grande industria hollywoodiana, che Warhol ripropone tale e quale, confezionata nei suoi ritratti come in una perfetta operazione di marketing pubblicitario.

I ritratti di Marilyn, come le riproduzioni delle lattine di Campbell's Soup o delle bottiglie di Coca Cola, sono la fredda replicazione di un'immagine familiare appartenente al patrimonio visivo di ogni americano, dal fascino vagamente feticista, rassicurante e prevedibile nella sua banale notorietà.
Ma, suo malgrado, in quei ritratti Warhol riesce a cogliere ciò che non vuole, un riflesso dell'anima, la nostalgia per un'interiorità nella quale la diva non sa più riconoscersi, persa nella fissità di un'immagine che replica all'infinito la vacuità di una vita di celluloide.

link:
Time capsule
Città di Castello, Andy Warhol. I never read, I just look at pictures
Milano, Andy Warhol’s Stardust

* articolo aggiornato il 25/05/2014


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