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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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Manifesti strappati
di Vilma Torselli
pubblicato il 6/10/2013
Frammenti come alfabeto segnico per reinventare il significato di un messaggio visivo.

Decollage vuol dire, come l’etimologia della parola esprime, operare al contrario di ciò che si compie con il collage, togliere anziché aggiungere, disunire anziché aggregare, vuol dire agire per sottrazione, eliminando ciò che si ritiene superfluo di un’immagine già esistente conservandone solo alcuni frammenti.  
Risparmiati alla semplificazione iconoclastica, i frammenti residui  costruiscono una  nuova immagine con un diverso senso, provocatoriamente distante dall’originale, a sottolineare il potere della manipolazione compiuta dall’artista sulla materia.

La base materiale da cui parte chi pratica il decollage è in genere il manifesto cartaceo, in Francia si definisce perciò affichisme, incollato sui muri della città, “Per strada mi colpirono alcuni muri tappezzati di affissi lacerati - raccontava Mimmo Rotella - Mi affascinavano letteralmente, anche perché pensavo allora che la pittura era finita e che bisognava scoprire qualcosa di nuovo, di vivo e di attuale…..”
Ciò potrebbe collocare il decollage vicino ad  una delle tante forme di street art, inquadrabile anche nel filone del ready-made  dadaista o nouveaurealista, visto che comunque parte da un esistente objet trouvé; o in quello assemblagista pre-pop di derivazione americana; o anche in quello astrattista, per la sua indifferenza ad un risultato iconicamente leggibile; o in quello informale per il ricorso a materiali poveri, di recupero, spesso già logorati dal tempo e dall'uso sfruttandone le possibilità di trasformazione.
Si tratta, come si vede, di un termine vago, tanto che tutti gli artisti che vi si sono cimentati hanno background diversi  e personalità autonoma a sé stante (viene in mente la ‘singolarità collettiva’, ossimoro dovuto a Pierre Restany). Ciò che costituisce un denominatore comune, seppure allargato, è l’atteggiamento critico nei confronti delle convenzioni sociali,  provocatoriamente giocoso nel riutilizzo in chiave ironica dei miti consumistici, nello stravolgimento delle icone dell’immaginario collettivo attraverso "un riciclaggio poetico del reale urbano, industriale, pubblicitario".

Supporto strutturale di questa arte del recupero, i muri tappezzati di manifesti raccontano così, attraverso il loro vissuto traumatico, violati da graffi, abrasioni, lacerazioni, l’anima convulsa e multiforme della metropoli, sintetizzata in frammenti casuali ai quali l’opera distruttiva dell’artista, che agisce intenzionalmente,  o del tempo, con la sua erosione incontrollata, conferiscono autonomia e compiutezza espressiva.

Era inevitabile che anche la fotografia,  testimone per eccellenza della società in tempo reale, si sintonizzasse su questa frequenza, non poteva sfuggirle l’occasione di un approccio astratto a quella realtà concreta convenzionalmente ritenuta requisito scontato ed inevitabile al quale è da sempre condannata.
Paolo Monti si definisce “un collezionista di foto di muri, di manifesti, come delle vere forme ‘astratte’ per analogia formale (o meglio informale)”, muri densi di storia, dove i graffiti sono a volte illeggibili e il segno appare già antico, consumato dal tempo, dove sono incise le tracce di una moltitudine di identità in una  materia ancora viva, pulsante, evocativa.
Non possiamo non rilevare le affinità ispirative con  Tapies, Burri, Crippa, Morlotti, non ricordare le sperimentazioni segniche dell’espressionismo astratto, non accorgerci, per citare ancora Monti, che “oggi, dopo la lezione dell’arte, il non figurativo ci guarda dai muri delle città dove le macchie, le corrosioni, i manifesti strappati ci emozionano come dei Pollock, dei Klein, dei Soulages”.

"Vediamo secondo l'educazione che abbiamo ricevuto. Nel mondo vediamo solo ciò che abbiamo imparato a credere il mondo contenga. Siamo stati condizionati ad "aspettarci" di vedere ….. come fotografi però, dobbiamo imparare a vedere senza preconcetti”, così scrive Aaron Siskind, un fotografo che sapeva vedere nella complessa materia segnica stratificata sui muri delle grandi città, un messaggio in sé compiuto che non necessita  di interpretazioni, né di elaborazioni, né di sovrascritture, ma solo di una lettura, appunto, “senza preconcetti” perché possa emergerne un senso nuovo.

E scoprire, nel puzzle lacerato e frammentato di un decollage, in quell’accumulo di gesti e di brandelli colorati, un testimone del nostro tempo con la memoria labile e fragile come un foglio di carta.

Paolo Monti
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