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Spaesaggi del terzo millennio
di Vilma Torselli
pubblicato il 24/02/2011
"Más recuerdos tengo yo solo que los que habrán tenido todos los hombres desde que el mundo es mundo".
(Jorge Louis Borges, 'Funes el memorioso')

Direttrice del Centro di elaborazione informatica di testi e immagini nella Tradizione Letteraria,  Lina Bolzoni studia la memoria e le tecniche per svilupparla, allargando le sue riflessioni teoriche sul potere dell’immagine e sulle modalità attraverso le quali la parola traduce l’immagine e l’immagine la parola.
Tema di particolare interesse ed attualità nella società dell’immagine in cui viviamo, nella quale la conoscenza, sia per comunicazione verbale che per rappresentazione iconografica, costituisce un inarrestabile surplus di informazioni in continua trasformazione, o per aggiornamento o per obsolescenza.
La memoria e l’insieme delle pratiche e degli strumenti che essa mette in gioco delineano una vera e propria ‘arte della memoria’ che l’uomo continua ad affinare nel tempo con lo scopo di trattenere il ricordo della realtà, delle esperienze, degli accadimenti, in continua interazione con le relative immagini.
Questo affascinante gioco di rimandi tra pensiero ed azione, tra realtà e ricordo, tra memoria e dimenticanza percorre la nostra vita in ogni sua manifestazione e caratterizza ogni nostra esperienza: se non avessimo memoria non sapremmo nulla del mondo e di noi stessi, non ricordando non potremmo provare sentimento alcuno nei confronti del passato.
Sapendo tuttavia che dimenticare è altrettanto importante che ricordare e che accanto alla ‘ars memoriae’ esiste anche una ‘ars oblivionalis’ , così la definisce Umberto Eco, grazie alla quale si demanda all’oblio il compito di filtrare i ricordi non significativi, scongiurando un cortocircuito neuronale causato  dall’eccesso di memorizzazione: dopotutto, Funes el memorioso era un infelice!

Interessante un recente saggio di Vivian Bradford   (Public Forgetting: the Rhetoric and Politics of Beginning Again) nel quale, accanto alla scontata strumentalizzazione politica della memoria collettiva, viene analizzata la possibilità e l’utilità di una corrispondente pratica della dimenticanza, dove l’oblio è un concetto non necessariamente negativo, come si tende a credere contrapponendolo al ricordo.

Cosa accade se si proietta questa dialettica tra memoria e oblio sull’architettura?
Quale ruolo gioca la memoria? In che misura essa astrae dalla realtà fisica dell’architettura le immagini simboliche di una ‘architettura pensata’ (o passata?) alla quale inevitabilmente parametriamo l’esperienza quotidiana?
E perché per l’architettura contemporanea, come per l’arte visiva, esiste un sostanziale scollamento tra l’opera e il suo destinatario, tra l’archistar o l’artistar e il suo pubblico?

Partendo dall’idea che il ricordo di sé costruisce l’autobiografia di un individuo e che analogamente la memoria collettiva costruisce  l’identità di gruppo, che siamo ciò che ricordiamo, si può imputare l’estraneità dell’architettura contemporanea al fatto che essa sia senza memoria.
E non parlo della memoria storica o filologica, ma di una memoria che si potrebbe definire socio-culturale o addirittura psicologico-affettiva magari riassunta in una sola immagine, lo scatto mentale di un luogo, una vaga reminiscenza che stabilisce una relazione forte come la roccia tra architettura e memoria, l’una forma della realtà, l’altra simbolo di quella forma in identità.

Ricordare significa anche riflettere, gerarchizzare, discriminare ciò che merita l’oblio da ciò che merita il ricordo e nulla si presta meglio allo scopo quanto la consultazione di quell’archivio storico, quel testo narrativo, quella straordinaria mnemoteca che è l’architettura.
Ma l’architettura moderna, rincorrendo il nuovo ad ogni costo, non fa che proporre prodotti unici e personalizzati dall'impronta dell'archistar in un discorso individuale e singolare, immemore del patrimonio culturale che non sia strettamente personale.
In questo modo un’architettura che cancella la memoria dall'ambiente e dalle persone mette in atto un’operazione depistante e innaturale, l’antica punizione divina (damnatio memoriae) che imponeva l’oblio accelerato ( “…. In una generazione sia cancellato il suo nome e la sua memoria sparisca dalla terra! ….” tuona papa Clemente VI contro il povero Ludovico IV) e la distruzione di ogni traccia.

Eppure l’architettura non è facile da dimenticare, perché perdura e resta come  fisico ed ingombrante testimone di qualunque passato, strattagemma fondamentale per collegare  l’uomo alla natura e gli individui tra loro costruendo la ‘memoria architettonica’ di un luogo, di quel luogo e non di un altro.
Perché “l´architettura è memoria. Ogni grande edificio ci aiuta a capire la nostra identità, è una connessione essenziale con il passato, senza non avremmo orientamento, non sapremmo nemmeno chi siamo”.
Così Daniel Libeskind, archistar ‘memorioso’.
Che lo dimostra progettando a Berlino uno straordinario Museo Ebraico denso di significati simbolici che rivisitano il sacrificio di un intero popolo, a memoria  di "un passato che non dev'essere dimenticato". 
E’ il suo passato, quello di un ebreo polacco che ha vissuto sulla propria pelle la Shoa, un evento che ha diviso in un prima e un dopo la vicenda umana sua personale e quella del suo popolo, indimenticabile per ogni ebreo, dovunque sia nato, scolpito nel cemento e nella memoria.
Di Daniel Libeskind e di tutti i suoi connazionali.
"Per non dimenticare ...."

Ma di cosa si sarà ricordato progettando il suo contributo a  Citylife?
Di Milano  e dei milanesi sembrerebbe proprio di no.

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