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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
L'articolo più letto in Artonweb:"Cubismo analitico e Cubismo sintetico".
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A Berlino, a Weimar, a Dessau ed in molte altre nazioni le principali iniziative per celebrarei 100 anni dalla fondazione della Bauhaus.

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Remix
di Vilma Torselli
pubblicato il 18/03/2009
imparare a servirsi delle forme vuol dire anzitutto sapere come farle proprie e abitarle” ( Nicolas Bourriaud)

Se si parte da un’analisi di carattere filosofico-esistenziale dell'individuo immerso in un rapporto di reciproche influenze ed interelazioni in grado di evolversi parallelamente alle mutazioni del tessuto sociale, scegliendo il filone ‘genetico’ dell’urbanistica - per mutuare concetti dall’arte e dall’ “Esthétique relationnelle” e la sua visione collettiva della creazione - il territorio e la città possono essere visti come luogo di incontro, dialogo e confronto in cui ogni comunità origina e gestisce con metodologie proprie la definizione del proprio habitat.

Se invece, con visione eminentemente storicista, si considera l’habitat come una realtà già consolidata, anche se per certi versi astratta, con sue peculiari caratteristiche, ogni nuovo intervento deve trarre le sue direttive dall’esterno, dal contesto, dall’intorno, inserendosi nella storia dei luoghi e rispettandone le preesistenze.
Operare una scelta impone all’architetto moderno il compimento di un’analisi dello stato di fatto e la formulazione di un’ipotesi sul metodo di intervento, al fine di tracciare le ‘regole’ di una progettazione che sia la migliore delle progettazioni possibili, sapendo che un’opzione escluderà l’altra, ma sapendo anche che ciò che è destinato all’uomo non si può inquadrare in dicotomie drastiche e che ogni uomo è diverso dagli altri e non tutti i valori sono condivisibili, a maggior ragione oggi, nell'epoca della 'liquidità' sociale.

L’arte moderna, ancora una volta, dà un indiretto apporto al dilemma e lo fa con una interessante analisi dello stato della cultura globale nell’epoca dell’informazione negli scritti di Nicolas Bourriaud ("Postproduction. Come l'arte riprogramma il mondo", 2004).

gli artisti programmano le forme più che comporle” scrive Bourriaud, e l’arte della postproduzione è in realtà una sorta di riappropriazione di oggetti già esistenti reinventati a nuovi usi, è riciclaggio, détournement, hacking che svuotano il concetto dell’originalità ad ogni costo, della creazione obbligatoria, ricorrendo ad una pratica artistica che pare l’unica in grado di contrastare la confusione della cultura globale nell'era dell'informazione.
Ri-editando linguaggi estetici e teorici di diversa provenienza, l’arte perviene così ad una ‘interpretazione’ anzichè ad una ‘produzione’ di nuove forme, elaborando “protocolli alternativi per rappresentazioni e strutture narrative già esistenti“ (Stefano Chiodi, Alias n.31 / 08-2005).

L’architettura moderna sta dimostrando che il nuovo ad ogni costo, la singolarità, il prodotto personalizzato non fanno che incrementare il livello del caos, disperdendo in un indifferenziato babelismo il patrimonio culturale esistente che abbiamo a disposizione. Non è assurdo pensare, invece, che l’architetto moderno debba compiere una sorta di navigazione culturale, essere ciò che Bourriaut definisce “semionauta”, un esploratore dei segni della cultura perché “ogni opera deriva da uno scenario che l’artista proietta sulla cultura, considerata a sua volta come cornice narrativa che produce nuovi possibili scenari in un movimento senza fine.

I luoghi della vita, e l’architettura è uno di questi, sono scenari narrativi abitati da forme, che possiamo interpretare, smontare, rimontare per “rivelare le strutture invisibili dell’apparato ideologico”, decostruendo i 'sistemi di rappresentazione' del mondo che ci circonda, perché “ciò che abbiamo l’abitudine di chiamare “realtà” è un montaggio, e ci si chiede se, quello in cui viviamo, sia l’unico possibile ……. “

Bourriaud ci esorta a non chiederci “che fare di nuovo”, ma “che fare con quel che abbiamo a disposizione”, nella consapevolezza che nulla ha un senso definitivo, che la realtà stessa non è definitiva, che i significati non sono permanenti, che si può inventare un dialogo con la storia e recuperare 'tutti i nostri ieri', per un ritorno al futuro o ad un “Futuro passato” (Reinhart Koselleck , Per una semantica dei tempi storici, 2008) per capire che ogni evento si colloca in un tutto e cogliere l’indissolubile dialettica che lega passato e futuro nella definizione di ogni momento della nostra vita.

Di seguito "Remix 2", un articolo di Pietro Pagliardini >>>>>

link:
Arte Relazionale


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


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