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Architettura da amare
di Vilma Torselli
pubblicato il 4/08/2008
"Amate l'architettura, la antica, la moderna… Amate l'architettura per quel che di fantastico, avventuroso e solenne ha creato - ha inventato - con le sue forme astratte, allusive e figurative che incantano il nostro spirito e rapiscono il nostro pensiero, scenario e soccorso della nostra vita".( Gio Ponti)
Che l’architettura sia indissolubilmente legata alla misura del corpo umano ed alla proporzioni tra le varie parti è cosa acquisita e verificabile percorrendo la sua storia a partire dalle più lontane origini conosciute.
Alla base del progettare sta il ‘modulo’, dal latino modus, ‘misura’, o ‘canone’, un’unità di misura massimo comune divisore tra le dimensioni degli elementi di un edificio o del corpo umano, in origine desunto ed applicato in modo diretto (era infatti un ‘modulo’ il diametro della colonna o lo sviluppo del triglifo negli edifici, l’avambraccio, il piede, il palmo, il dito nel corpo umano), in seguito, per comodità divenuto una quantità lineare astratta convenzionale, indipendente dal corpo umano e dall’edificio, ma applicabile sia al corpo che alle strutture, sia alla scultura che all’architettura.
Per garantire la massima libertà espressiva, il modulo diventa col tempo sempre più piccolo, e quindi più adattabile ai diversi usi e ad un sempre maggior numero di varianti, divenendo comunque il fondamentale principio sul quale si basano le caratteristiche compositive di un’opera d’arte o di architettura ed il proporzionamento fra le sue varie parti.
La teoria del modulo acquisisce importanza particolare nei trattati del rinascimento, quando la cultura dell’Umanesimo instaura il concetto dell’uomo-misura dell’universo, l’uomo vitruviano dalle proporzioni leonardesche, e da lì percorre tutta la storia dell’arte e dell’architettura fino ad un recente passato, in cui, non più modulo ma ‘Modulor’, questa versione modernizzata del canone di Policleto ridimensiona i parametri dell’architettura che ne verrà profondamente cambiata e divisa in un prima e un dopo Le Corbusier.

Oggi, in settori specifici quali il design e la produzione seriale di elementi di arredo o componenti prefabbricati edilizi, si è giunti al concetto di multipli e multimoduli, di sottomultipli e sottomoduli estremamente frazionati, per esigenze di praticità e flessibilità in sede di progettazione e realizzazione.

Questi sommari riferimenti vogliono introdurre un concetto che è tra i pochi rimasti immutati nel corso della storia dell’umanità: “quando si pensa all’architettura, si pensa ad un’arte abitata, con un corpo umano che si muove al suo interno e l’architettura che si adatta ad esso”.(Bassam Lahoud, ‘Body Architecture’)
Tant’è vero che il nostro linguaggio ricorre comunemente a metafore mutuate da questo accostamento: si parla di città-corpo (un concetto inaugurato dal De Architectura di Vitruvio), dotata di ‘arterie’, ‘cuore’, ‘polmoni verdi’, ‘viscere’, divenuta poi città-organismo nella concezione ottocentesca della metafora organicistica, si parla dello ‘scheletro’ di una struttura, del ‘braccio’ nell’articolazione di una planimetria, si parla dell’architettura 'pelle e ossa' di Mies van der Rohe, dell’architettura ‘organica’ di Frank Lloyd Wright, interpretazioni antropomorfe di un concetto di architettura radicato nella nostra origine biologica.
Per inciso, voglio ricordare che l’architettura, nata in origine per rispondere a necessità primarie, per difesa dai pericoli esterni e dai rigori climatici, come riparo, come involucro protettivo, come ‘abito’ dell’uomo, secondo una curiosa teoria di Gottfried Semper, architetto e teorico tedesco dell’ottocento che conferma sotto un originale punto di vista il rapporto corpo-architettura, si sarebbe poi sviluppata come architettura ‘abitata’ grazie alla pratica della tessitura, tutta femminile, attraverso la quale veniva costruito l’abito per il corpo. Da lì avrebbero infatti preso spunto le costruzioni arcaiche fatte di strutture intrecciate (tende e capanne), ‘tessute’ sull’esempio di quanto facevano le donne della tribù.

A similitudine del corpo umano, in cui la pelle, in osmotico contatto con l’esterno, definisce materialmente il confine tra il fuori del mondo reale e il dentro dello spazio interiore del pensiero, della memoria, dei sentimenti, così l’architettura racchiude lo spazio interno dell'esperienza quotidiana, direttamente correlato con aspirazioni e paure psichiche individuali, differenziandolo da uno spazio esterno collettivo e relazionale.
Giocato sull’antinomia dentro-fuori di due mondi complementari, il rapporto corpo-architettura realizza una fondamentale opera di mediazione fra due limiti estremi rappresentati da una parte dalla realtà storica, ciò che già esiste, la materia, vivente o inerte, l’involucro visibile, e dall’altra da ciò che è destinato a riempirlo e ad informarlo in quanto contenuto, di per sé senza luogo, senza spazio, senza forma: l’interiorità psicologica per il corpo e la funzione per l’architettura.

Come afferma Bernard Tschumi, "Il corpo è sempre stato sospetto in architettura: perché ha posto i propri limiti alle ambizioni architettoniche più estreme. Disturba la purezza dell'ordine architettonico. Equivale a una pericolosa proibizione", in quanto elemento condizionante ed inquinante rispetto alla pura virtualità del progetto, causa di contrapposizione tra lo spazio architettonico inteso come costruzione mentale e lo spazio dell’uomo inteso come pura esperienza fisica.
Tuttavia il legame corpo-architettura è sempre stato viscerale, ingarbugliato, intrecciato e inestricabile tanto che la fruizione dell’architettura, al di là di ogni lettura intellettualistica, teorica, culturale, stilistica, formale ecc. finisce inevitabilmente per identificarsi, nella sua chiave di lettura meno concettuale, come esperienza sensoriale, quindi alla portata di tutti: guardare, toccare, ascoltare, annusare in un diretto corpo a corpo tra carne viva e materia inerte, entro un turbine di sensazioni fisiche e psichiche indelebilmente connesse, metafora dell’eterno confronto tra psyche e soma.
E’ sempre Tschumi che suggerisce una rilettura modernizzata delle categorie vitruviane venustas-firmitas-utilitas che le muti in linguaggio-materia-corpo, dove il corpo suggerisce, sì, l’aspetto utilitaristico e funzionale dell’architettura, ma anche la sua fruizione edonistica e sensoriale.
Le sensazioni fisiche indotte dall’architettura sono infatti reali e immediate, ancorché inconsapevolmente vissute dal corpo, la psicosomatica (branca della psicologia clinica) ha da tempo scandagliato le relazioni che intercorrono tra spazio, corpo e mente, appurando come lo spazio architettonico possa generare veri e propri stati di coscienza e come diverse organizzazioni spaziali diano adito a specifici effetti sul sistema nervoso e sui principali parametri vitali (respirazione, pressione, circolazione ecc.).
E se uno spazio ingombro sollecita l’attività dell’emisfero cerebrale sinistro, razionale e analitico, che tende a riconoscere, identificare e classificare gli oggetti, mentre uno spazio vuoto induce al lavoro l’emisfero destro, più dotato di facoltà intuitive e creative, si può comprendere come dimensioni e proporzioni, forme, colori, distribuzione, occupazione degli spazi producano risposte biologiche ed emotive diverse in grado di scatenare precise risposte fisiche differenziate, anche in funzione del grado soggettivo di identificazione con il proprio spazio e con il proprio corpo.
A causa di questi meccanismi il corpo è in grado di esprimere attraverso una procedura gestuale non casuale le influenze esercitate dall’architettura ricorrendo ad un paralinguaggio irrazionale e incontrollato, il gradino meno evoluto della comunicazione, ma non per questo il meno articolato e variegato, di valenza o universale o talmente specifica da essere in grado di identificare anche un repertorio culturale preciso.

L’esperienza diretta dell’architettura, senza mediazioni culturali, può essere compiuta da chiunque semplicemente percorrendo le vie di una città, entrando in un edificio, abitando, lavorando, non è necessario sapere, conoscere, capire, ricordare, è sufficiente ‘esserci’.

E’ così che trovarsi sotto il colonnato di un tempio greco accentua la consapevolezza della verticalità e della forza di gravità e la presa di coscienza della postura eretta (grazie alla ‘colonna’ vertebrale), una struttura gotica induce ad alzare il capo e gli occhi verso l’alto, inseguendo la fuga mistica verso il cielo delle lesene lineari, tendendo verticalmente la muscolatura del corpo in una postura di chiara valenza simbolica e spirituale, la visione di un’infilata prospettica rinascimentale o razionalista (preferita dall’emisfero sinistro) indirizza a percorsi rettilinei e direzionali mentre la semplice osservazione di un’architettura barocca induce a movimenti rotatori e percorsi curvilinei.
C'è chi ha voluto intravvedere in questi fenomeni la possibilità di una sorta di architecture-therapy, sull’esempio di ciò che si fa con successo attraverso la pratica artistica, e sull’argomento è d’obbligo citare come precursore Rudolf Steiner, l’inventore dell'Antroposofia, progettista del Goetheanum e di una dozzina di edifici pensati in funzione di un approccio fisico all’architettura di grande originalità.

Questo mio discorso vuole sottolineare la componente profondamente umana dell’esperienza del fare e del fruire l’architettura e la possibilità di un approccio emotivo ed istintivo che per secoli, ingiustamente, è stato delegato solo all’arte.

Qualcuno ha detto che l'architettura è il luogo dell'amore, il luogo per amare la propria casa, la propria moglie, le proprie cose e per amare gli architetti …… ma, aggiungerei, soprattutto per amare l’architettura.

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Corpo, moda, immagine


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