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Corpo, moda, immagine
di Vilma Torselli
pubblicato il 2/11/2014
Il legame tra architettura e moda mediato dal comune interesse per l'immagine del corpo.

Ci sono saldi legami che connettono l’architettura ad altre attività creative umane quali il design, la pittura, la scenografia, la pubblicità, il cinema e persino la musica, almeno a sentire Daniel Libeskind, musicista, studente al conservatorio in Israele prima di diventare l’archistar che tutto il mondo conosce, che rincorre nei vuoti spirituali delle sue strutture la musica interiore dell’architettura e la recondita sonorità degli spazi.
Per non parlare dello stretto rapporto con l’arte visiva, come testimoniano  i disegni di abiti e tessuti di Klimt, Matisse, Dalì, le t-shirt di Haring, gli abiti di Armani esposti al Guggenheim di New York, dove hanno sfilato John Galliano e Alexander McQueen.
Il legame dell’architettura con la moda è speciale perché passa attraverso il corpo, un incidente fisico e materico del tutto unico che, in entrambi i casi, pone al centro del proprio fare l’uomo, la sua carne, la sua epidermide, abito come seconda pelle, architettura come involucro protettivo, entrambi margine di confine tra interno ed esterno, tra realtà psicologica e identità sociale.

E non è casuale il legame etimologico di radice latina tra due termini aventi a che fare con la protezione del corpo, abito (habitus) e abitare (habitare), a loro volta derivati dal verbo habere (di cui habitare è il modo frequentativo), con il concetto di ‘utilizzare continuativamente’, di avere possesso, disponibilità e confidenza sia con l’abito che ci veste, sia con la casa che ci alloggia.
Partendo dallo stesso legame semantico, la stessa interazione troviamo nei termini anglosassoni  ‘address’ e ‘dress’.

Quando si pensa all’architettura, si pensa ad un’arte abitata, con un corpo umano che si muove al suo interno e l’architettura che si adatta ad esso” scrive Bassam Lahoud (1), architetto e fotografo libanese, proponendo suggestive immagini  fotografiche dell’architettura del corpo e, allo stesso tempo, del corpo dell’architettura in un confronto dinamico dove “l’architettura assume la forma del corpo e diventa spazio umano.”
In nome di una ineludibile finalità funzionale, architettura e moda condividono un’idea di corporeità democratica, diffusa  ed egualitaria in grado di influenzare i comportamenti sociali dei quali sono contemporaneamente espressione concreta e spinta generatrice (basti pensare al successo trasversale del jeans).

Su questo filone, Eleonora Fiorani (2) indaga i codici vestimentari e le strategie che la moda mette in atto per dialogare con le molteplici identità sociali e nello stesso tempo modificarle se non generarle, qualificandosi  autorevolmente come osservatorio strategico e privilegiato dei rapidi mutamenti di questa nostra epoca della comunicazione globale dove, in una  disinvolta ibridazione di forme e materiali, “moda e architettura si integrano come stili di vita e forme di estetizzazione del quotidiano” (3)

Oggi più che mai moda e architettura seguono lo stesso processo comunicativo basato sulla rappresentazione per immagini (fotografiche o renderizzate), dove le cose, i luoghi, gli abiti, le case vengono conosciuti attraverso le forme, non importa se illusorie o virtuali, di palazzi che non ci sono, o che non ci sono ancora, di corpi non esistenti in natura, reali solo nella magia del fotoritocco.
Il compito della fotografia di moda è trasmettere segni iconografici nel modo più seduttivo possibile a beneficio di prodotti vendibili, contemporaneamente agganciandone il significato alla realtà sociale e culturale affinché il messaggio si inserisca in un contesto il più possibile condiviso dai soggetti compratori, esondando dal campo strettamente vestimentario, contaminandosi con altri media e nuove estetiche al centro delle quali sta il corpo e la sua immagine.

© Copyright Efrem Raimondi, 1988, per Gap Italia

Eppure ciò che mi ha indotta a scrivere queste brevi considerazioni è una foto ‘di moda’ nella quale il corpo è assente, la foto è di Efrem Raimondi, il prodotto di abbigliamento pubblicizzato è destinato ai bambini.
Con una spiazzante inversione di ruolo, Efrem Raimondi mette in posa l’abito, atteggiandolo in modo naturalistico, in piedi e seduto, facendolo sfilare su un raggio di luce che, proiettando nette ombre scure, ne crea la consistenza e la tridimensionalità volumetrica, una sorta di carnalità che ne fà sostituto perfetto di un corpo invisibile: il realismo della scena è assolutamente sufficiente per un messaggio forte e diretto, l’attenzione è puntata sull’essenziale, il bimbo-che-non-c’è  può starsene tranquillamente altrove, custodito nel suo mondo segreto, inviolato dall’occhio indiscreto della macchina fotografica.
Come in un cartoon dove l’impossibile diventa credibile al comando di un apprendista stregone capace di animare gli oggetti, gli abiti fanno il lavoro per lui, schierati in attesa sulla passerella, pronti ad animare la scena.

E accade che, in questa foto dell'assenza, sospesa fra una sottile magia e uno straniante senso di irrealtà, echeggi il linguaggio leggero, delicato e sommesso che parla la poesia.


1 - Bassam Lahoud, ‘Body Architecture’,  2005
2 - Eleonora Fiorani  ‘Abitare il corpo. Il corpo di stoffa e la moda’ , 2010
3 - Patrizia Cefalato, ‘Corpi moderni nell'abito-mondo’, 2006

link:
Il blog di Efrem Raimondi


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


blog di Efrem Raimondi


blog di Nicola Perchiazzi
 








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