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Il centro storico: fine della storia (parte II)
di Vilma Torselli

Accade così che in molti centri storici si osservi oggi il paradosso per cui un territorio di forte valenza identitaria per comunità che non lo 'abitano' più, viene 'posseduto' da individui che non hanno alcun rapporto cosciente con quello che in effetti è un luogo del tutto estraneo al loro vissuto culturale, del tutto inadeguato a soddisfare un corretto rapporto di interrelazione tra le caratteristiche morfologiche dell'habitat e le esigenze, le abitudini, i bisogni, la memoria, la storia, il "sistema rappresentazionale" dei suoi occupanti.
Il che non impedisce uno strisciante processo di colonizzazione e di occupazione spontanea, anarchico e ribelle ad ogni razionale pianificazione urbanistica, sfuggente al controllo della comunità nativa che, per diritto acquisito, ritiene di 'possedere' il luogo pur non 'abitandolo' più, in quanto depositario di una memoria storica di pertinenza esclusiva: è questo l'elemento scatenante di una generalizzata ansia da riconversione per la collettività che tenta di ri-occupare, riqualificandoli, spazi ai quali non è disposta a rinunciare, non importa se attribuendo loro funzioni banali e scarsamente polarizzanti, in rapporto passivo con realtà urbane più forti.
Così che, venute meno le utenze per le quali il centro storico si è plasmato in centinaia di anni di successivi adattamenti dello schema urbanistico, si cerca di trovarne di nuove inventandole da zero, in genere ignorando le vere esigenze e le nuove vocazioni basate su un reale ed irreversibile processo di modifica, imprevedibile solo fino a pochi anni fa, verso il quale si oppone resistenza poiché mette in crisi linguaggi consolidati e sacre identità nazionali, turbando equilibri profondi anche di carattere individuale.

E' innegabile che il futuro delle nostre città vada verso una fluida società multietnica fatta di comunità diverse che si pongano auspicabilmente in reciproca osmosi e contaminazione, in virtù di un processo che è giocoforza assecondare o catalizzare attraverso la proposta di modelli comunitari flessibili per evitare che l'immigrazione si risolva nell'involuzione in molteplici realtà chiuse e ghettizzate, antitetiche ed ingovernabili: così come è ormai ineluttabile accettare l'idea che "mai le storie individuali [……] sono state così coinvolte nella storia generale, nella storia tuot court", e mettere in conto che una simile evoluzione comporta necessariamente una omologazione ed una perdita di identità in grado di configurare nuovi scenari sociali.
Scartata l'ipotesi utopistica di riportare nei centri storici gli abitanti originari, scartata anche quella che popolazioni di costumi lontanissimi dai nostri possano semplicemente sostituirsi ad essi nell'utilizzo di strutture segnate da una storia secolare aliena alla loro cultura, sembra non resti altro che mettere in atto progettazioni generiche ed omologanti, ad alto il rischio di effetto presepe, come osserviamo in molti centri storici europei, tutti ugualmente caratterizzati da una desolata aria di "déjà vu", percorsi da spaesati turisti nostalgici, musei di sé stessi, oleografiche riproduzioni di una realtà imbalsamata, di un modo abitativo che non esiste più.
Sono lontanissimi i tempi della Carta di Gubbio, che assieme ad una visione squisitamente umanistica promuove istanze di salvaguardia stilistica configuranti un approccio al problema dei centri storici modernamente restaurativo, lontani i tempi in cui Pier Luigi Cervellati ristruttura il centro storico di Bologna a misura di residente, considerando gli abitanti e le loro attività patrimonio da conservare alla pari delle loro dimore, salvaguardando uomini e strutture con una progettazione partecipata frutto della collaborazione di tutta la collettività.
In entrambi i casi si è consolidato in via definitiva e generale il concetto innovatore dell'estensione della salvaguardia dall'ambiente al suo contesto sociale ed alla funzione originaria, indelebilmente scritta nella forma architettonica, tuttavia, a fronte di mutazioni socio-ambientali di inedita velocità e di imprevedibile portata, attualmente la fattibilità di recuperi secondo questa direttiva è drasticamente ridotta.

Un esempio estremo, tuttavia realistico, è rappresentato dal travagliato tentativo di recupero, in atto da anni, di uno dei più degradati ed estesi centri storici d'Italia, con i suoi 113 ettari, quello di Genova, di caratteristiche morfologiche tali da renderlo incontrollabile sia dal punto di vista edilizio sia da quello dell'ordine pubblico, interessato da un costante calo demografico della popolazione originaria, numericamente decimata anche dall'esodo spontaneo o forzatamente estromessa da pratiche di esproprio messe in atto dall'Amministrazione comunale, responsabili, a causa del diffuso contenzioso, di un fermo di cantiere ormai settennale. Tutto ciò ha significato aumento delle occupazioni abusive e irreversibile degrado economico, commerciale e sociale.
"Genova ha due forti personalità. La prima è quella del centro storico, che sembra un blocco di pietra dove qualcuno abbia inciso le strade, scavandole. La seconda è quella del porto, il luogo del precario e dell'avventura.." così dice Renzo Piano, al quale si devono alcuni scenografici interventi a margine del centro storico, fra i quali un complesso multifunzionale a destinazione congressuale, ricavato negli antichi Magazzini del Cotone, ed il mastodontico Acquario, imponente quanto discutibile attrazione scientifico-turistica-naturalistica .
Nonostante l'intervento si voglia porre come tentativo di ricucire l'angiporto con il mare, ricomponendo finalmente le due anime della città, le nuove strutture restano completamente estranee, al margine esterno del centro storico neanche minimamente coinvolto, accentuando anzi le differenze e le incompatibilità tra una Genova turistica incuriosita da un bigo che sempre più assomiglia ad una malinconica giostra per adulti ed una Genova medioevale chiusa ed impenetrabile, nascosta ed indifferente.

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