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Concorso a partecipazione gratuita rivolto agli studenti per l’ideazione e la creazione del logo rappresentativo dell’azienda AMIACQUE srl.
Premio una borsa di studio di €. 5.000,00, termine di presentazione del progetto : ore 16.30 del giorno 15 febbraio 2012.

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Assegnato il Premio "Abitare il Mediterraneo 2011", 1° classificati ex-aequo: Raimondo Guidacci, Elisa Valero Ramos  Bodàr Bottega d'Architettura . La terza edizione aveva come tema “Architettura, strumento centrale nei processi di trasformazione urbana.”
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su Tele Ambiente, Entr'acte Intermediale rubrica televisiva di videoarte e cinema sperimentale, dal 13 Novembre 2011 ogni 2° domenica del mese, ore 23:15
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Parigi, Musée d'Art moderne de la Ville de Paris, fino al al 29/01/2012 , "Baselitz come scultore", retrospettiva delle sculture di Georg Baselitz realizzate tra il 1979 e il 2010, in confronto dialettico con suoi dipinti e disegni su carta.
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Abitare la rete
di Vilma Torselli
pubblicato il 19/08/2007
" Lo schermo del computer è la nuova dimora delle nostre fantasie, erotiche e intellettuali. Stiamo utilizzando la vita sullo schermo del computer per metterci a nostro agio con i nuovi modi di considerare l'evoluzione, le relazioni, la sessualità, la politica, l'identità...... " (Sherry Turkle, La vita sullo schermo , Apogeo 1997)
Tutto ciò che l'uomo ha potuto escogitare per modificare l'ambiente è stato, nel tempo, strumentalizzato per colonizzare la terra e dimorarvi, rendendola abitabile, ed il mezzo d'elezione per raggiungere questo fine è sempre stato quello di costruire.

E' così che, fino ad oggi la definizione dei luoghi antropici è stata affidata all'architettura ed all'urbanistica, capaci non solo di rendere possibile il dimorare, ma anche di rappresentare con efficaci metafore ordini sociali, ideologie politiche, concezioni religiose, forme di un'idea e materializzazioni di un concetto di portata più ampiamente filosofica.
L’architettura è un linguaggio ed è al tempo stesso un racconto che sintetizza tempo e spazio e trasmette alle generazioni che si susseguono il senso della continuità della presenza dell’uomo nell’ambiente. Il concetto di spazio, di interno ed esterno, di pieno e di vuoto, di luogo, di territorio, sono stati analizzati ed interpretati secondo questa chiave di lettura, sostanzialmente antropocentrica, partendo dall'idea che sia l'ambiente sia l'architettura possano/debbano relazionarsi con l'individuo o la collettività che ne fruiscono in qualità di asseità identificabili, dotate di storia, di memoria, di cultura specifiche, frutto di un passato comune e proiezione di comuni aspettative reali e psicologiche.
In questi termini, la città costruita dall'uomo, rassicurante simbolo di partecipazione ed appartenenza, acquisisce un inarrivabile spessore storico, assieme a peculiari connotazioni fisiche, colori, suoni, odori, tali da farne il luogo in cui si radicano e si tramandano le tracce di una grande storia collettiva, insieme di uno sterminato numero di storie individuali, di cui il monumento e l'architettura sono testimonianze: è lì che abita il cittadino inteso come individuo stanziale, parlante una certa lingua, erede di una tradizione culturale, legato a luoghi, usi e costumi specifici. Nella città si concentrano la storia e la geografia economica e sociale della comunità che vi abita e che ha definito nel tempo le caratteristiche della sua organizzazione spaziale e della sua struttura architettonico-urbanistica.
Oggi, tuttavia, è sempre più difficile ed anche francamente sbagliato porre pregiudiziali di appartenenza ad un gruppo o ad una struttura culturale ben definita da confini di ambito, in una società sempre più indifferenziata, pluralistica e globalizzata che, realizzando una vera e propria “utopia planetaria”, è costituita ormai dalla nuova specie antropologica della surmodernité , abitante di uno spazio pubblico di dimensione indefinitamente allargata.
Il futuro della città prevede infatti una società multietnica, aggregato di comunità diverse in reciproca osmosi e contaminazione, abitanti di un mondo senza confini, dove ciò che conta non sono più i punti fermi della sedentarietà e della stanzialità, ma i canali di flusso, le traiettorie, le migrazioni e ciò che veramente importa sono i nodi, i centri di aggregazione, le zone di transito, i collegamenti, le reti, i punti cruciali in cui le direttive convergono o si intersecano e dove confluisce una nuova umanità fatta di individui simili ma soli, vicini ma anonimi gli uni per gli altri, individui senza volto che si sfiorano senza comunicare.
Questa nuova specie antropologica abita una realtà senza dimensione, ovunque identica perché priva dei caratteri distintivi della cultura che l’ha prodotta: sono le aree di sosta, i supermercati, gli stadi, la rete viaria, i parcheggi, gli aeroporti, le stazioni, le autostrade, sono i non luoghi, spazi anonimi della contemporaneità nei quali la globalizzazione costringe alla convivenza in una aggregazione societaria provvisoria comunità eterogenee e non necessariamente compatibili.
Lo spazio web è proprio questo, un non luogo, anzi il non luogo per eccellenza, privo di qualsiasi connotazione architettonica, di dimensione, di storia, di cronologia, dove gli utenti di una comunità provvisoria entrano ed escono senza permesso, instaurando relazioni che si disperdono senza lasciare tracce né memoria, dove l'esistenza di uno spazio, o di un sito, è legata alla sua sola visibilità, dove si realizza, senza integrazione, la coesistenza e il contatto intermittente di individualità distinte e reciprocamente indifferenti, dove dominano quelli che Marc Augé definisce i tre eccessi della contemporaneità: l'eccesso di informazione, di immagini, di individualizzazione.

"Linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città…..” (William Gibson, “Neuromancer”, 1984), non luogo delle non persone accomunate da una identità condivisa sulla base di comportamenti minimali, il cyberspazio non nasce con una vocazione territoriale e relazionale tesa alla costruzione di patrimoni comuni ideali o simbolici, ma per agevolare la circolazione e l'interazione tra estranei che per vie diverse accedono alla stessa informazione, andando alla deriva in spazi informatici virtuali e condivisi come in una sorta di immensa periferia di una città senza impianto urbanistico e senza centro storico. E' possibile abitare una simile città, è possibile abitare la rete?

***

A questa mia pagina così replica Pietro Pagliardini, architetto:

Abitare è un verbo che lega strettamente il soggetto al complemento e poiché il soggetto è l’uomo il complemento oggetto non può che essere un luogo. E’ vero che il significato delle parole non è assoluto e può cambiare nel tempo in seguito al cambiamento della società ma la funzione dell’abitare non può prescindere dalla evidente (e immutabile) presenza di un corpo umano che in un determinato momento è lì, in quel determinato luogo dove ha fissato la sua dimora, stabile o temporanea, ma che ha sempre la caratteristica di essere luogo e manufatto fisico e non virtuale.
La domanda se sia possibile “abitare la rete” è mal posta, è una suggestione e una provocazione fuorviante. E’, se possibile, ancora più fuorviante che porre la domanda: si può essere madri naturali senza procreare? La tecno-scienza lo può fare e lo fa ma, anche in questo caso estremo, c’è la permanenza di una relazione biologica tra madre e figlio; la manipolazione medica non è ancora riuscita ad eliminare quest’ultimo, lontanissimo contatto con il mondo reale. Banalmente: abitare la rete è impossibile perché manca “il riparo” che costituisce la primordiale spinta all’abitare.
Direi invece che la rete è una delle tante possibilità offerte dall’abitare, cioè tra le moltissime funzioni dell’ “abitare” è entrata con forza la componente “rete”. Certamente questa, pur nella sua quasi assoluta mancanza di sostanza fisica, di materia, ha una forza tale da influenzare l’abitare sia a livello di cellula residenziale, che di luoghi di lavoro che a livello urbano.
Non sopravvaluterei troppo l’influenza sulla residenza in sé (avulsa cioè dalla sua localizzazione territoriale) proprio in virtù della mancanza di materia (un lap-top, poco più di un soprammobile); ma immagino che a te interessino più i cambiamenti dei costumi, l’influenza sull’esistenza e sui comportamenti della gente, le conseguenze sui rapporti tra le persone e quindi le relative ricadute sulla forma dell’abitazione.
Certamente esistono ma non saprei neanche intravedere quali esse siano e quali conseguenze possano portare sull’abitare, almeno a questo livello. Io personalmente non sono affatto catastrofista sui rapporti interpersonali creati dalla rete; per me è solo un modo diverso di entrare in rapporto con gli altri. Se si pensa che possa essere esclusivo, beh il mio common sense e la mia semplicità intellettuale mi dicono che si parla solo di sceneggiature da film. Le influenze sulla città sono importanti, è evidente, perché il passaggio dalla produzione di beni alla produzione di servizi comporta una delocalizzazione delle residenze che possono essere anche luoghi di lavoro. Però esagerare queste cose è uno sbaglio perché la storia e la cronaca dimostra sempre che ci sono ritorni: vedi il ritorno all’agricoltura, che tutti avevano data per morta e che invece oggi è forte, produttiva e remunerativa.
Non mi sentirei affatto di escludere, nel lungo periodo, un ritorno alla produzione di beni, una volta esaurita la possibilità di delocalizzare all’esterno, dopo che anche i paesi a basso costo di mano d’opera avranno raggiunto la soglia del benessere e diventeranno ad alto costo. E’ il bello della globalizzazione, per fortuna.
Dunque attenzione alla grandi visioni future. Internet è una grandissima opportunità, anche a livello di rapporti umani: attraverso la rete sono entrato in contatto tramite la parola scritta, quindi di tipo esclusivamente intellettuale, con moltissime persone, alcune delle quali non so neanche che volto abbiano, eppure è come se le conoscessi da sempre. E’ un arricchimento straordinario, almeno per me, perché dallo scritto non emerge solo il “pensiero” di una persona, che già è molto, ma anche una parte (non tutta) della sua umanità e io, come credo gli altri, riescono a sentire subito se c’è consonanza oppure no. Questo escluderebbe un cambiamento della nostra umanità, un quid minus rispetto al corpo? No, solo un arricchimento, un quid plus che si aggiunge agli indispensabili rapporti umani il cui tramite è il corpo nella sua totalità sensoriale, non solo la parte alta: i figli, la moglie, gli amici, i colleghi, gli estranei, gli extra-comunitari, la fidanzata, il prete, il fruttivendolo, il politico. Il rapporto tra individui mediato dalla parola scritta non è che sia una novità: basti pensare ai libri, a cominciare dalla Bibbia. La differenza consiste nel fatto che nei libri il rapporto è di uno-a-molti, in internet è di molti-a-molti, cioè, come nei data-base, è per definizione indefinito ma, a ben pensarci, è prima di tutto di uno-a-uno, quindi il più definito e determinato che ci possa essere.
Le grandi metafore e le grandi visioni di un mondo diverso sono utili a capire meglio la realtà, sono provocazioni intellettuali ed emotive forti che però vanno prese per quello che sono, come i romanzi di Verne: uno sguardo verso il futuro non una previsione esatta di ciò che sarebbe accaduto.




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