| Non-lieux , titolo di un libro
di Marc Augé del 1992 è un neologismo introdottosi
nel linguaggio comune che reca in sé un significato
negativo, in quanto contrappone un’entità nota
e precisa, il luogo, all’idea di assenza dello stesso:
non-luogo è un termine derivato che denuncia una
mancanza, non definisce nulla, solo enfatizza che manca
qualcosa, con attribuzione implicitamente negativa se per
luogo si intende uno spazio non solo geografico, ma anche
sociale, identitario, relazionale e storico.
A rafforzare questo concetto va rilevato che Augé
non definisce con questi aggettivi il luogo, ma definisce,
negandoli, il non-luogo come “né identitario
né relazionale né storico”: il
non-luogo non è quindi un’alternativa al luogo,
non lo sostituisce, non interagisce e non comunica, non
c’è dialettica tra ciò che esiste e
il nulla, tra un ‘qua’ noto e definito ed un
‘altrove’ sconosciuto e separato.
Il sottotitolo del libro di Augé, “introduction
à une anthropologie de la surmodernité”
denuncia la possibilità/probabilità che i
non luoghi abbiano tuttavia un potere antropogenetico in
virtù del quale si potrebbe ipotizzare il graduale
affermarsi di un modello di individuo solitario ed instabile
che rappresenterebbe per gli stessi antropologi una novità
da studiare.
E forse, a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione
di quel libro, si può dire che quella ipotizzata
nuova specie antropologica si è strutturata e definita,
esiste, è fra noi, parla e cammina, vive.
A questo punto varrebbe forse la pena che architetti ed
urbanisti si soffermassero a considerare cosa significhi
tutto ciò, come possa accadere che individui in movimento
in una società di passanti possano trovare proprio
nell’instabilità e nella mutevolezza delle
situazioni non-sociali dei non-luoghi momenti casuali e
flessibili di aggregazione e disaggregazione, nel superamento
del concetto di luogo comunemente inteso.
E scoprire che i non-luoghi (outlet, aeroporti, stazioni,
centri commerciali, metropolitane, parchi divertimento)
sono oggi una diffusa realtà che esiste accanto ai
luoghi e costituisce ben più efficacemente di essi
il paradigma della società che abita il mondo globale,
per la quale "la situazione di mobilità
non è una parentesi, un tempo vuoto: è un
momento della vita sociale ….”
Questo salto di qualità, la perdita del carattere
di a-socialità e di anonimato, ne determina fatalmente
lo snaturamento : “….. anche questo tipo
di spazi sta tramontando di fronte all’esigenza asfissiante
che ha il mercato di controllarli, trasformandosi quindi
in “luoghi” con telecamere e guardie armate,
con la differenza che comunque rimangono senza radici e
senza storia. Mentre prima erano la memoria e la storia
a determinare l’architettura delle città, adesso
sono il controllo e il desiderio di libertà a costruire
i luoghi contemporanei.” (intervista
a Massimo Ilardi,autore de "Il tramonto dei non
luoghi’, 2008)
E mentre i non-luoghi finiscono per diventare luoghi, i
luoghi sembrano destinati a divenire non-luoghi in mancanza
di quella ‘forma’ che in qualche modo permetteva
di definirli come spazio costruito, come aggregato umano,
come città: non ha più senso, infatti, parlare
di “forma metropoli” “perché
la metropoli è la forma mondo che ha dissolto ogni
altra forma urbana” (idem).
Ora, entrata in crisi l’idea di città come
luogo rappresentativo di un ordine territoriale specchio
di un ordine sociale, assistiamo al diffondersi di una sostanziale
equivalenza di stili e di luoghi perfettamente intercambiabili,
nei quali emerge l'uso funzionale ed efficientista del modello
di città meglio rispondente alle esigenze di mobilità,
libertà e flessibilità, unici valori riconosciuti
da una cultura eminentemente tecnicista e a-finalistica,
che si limita a rappresentare il presente, senza prospettive
sul futuro e senza finalità alcuna.
E il futuro è dei non luoghi, privi di storia perché
privi di passato e di memoria, e compito dell’architetto
del futuro è farne i luoghi della vita, se vita ci
può essere senza passato e senza memoria.
E viene il dubbio se sia più corretto parlare di
tramonto dei non-luoghi e non piuttosto di tramonto dei
luoghi.
"...... Era la prima volta che
venivo a Trude, ma conoscevo già l’albergo
in cui mi capitò di scendere; avevo già sentito
e detto i miei dialoghi con compratori e venditori di ferraglia;
altre giornate uguali a quella erano finite guardando gli
stessi ombelichi che ondeggiavano. Perché venire
a Trude?
Mi chiedevo. E già volevo ripartire.
-Puoi riprendere il volo quando vuoi, - mi dissero, - ma
arriverai a un’altra Trude, uguale punto per punto,
il mondo è ricoperto da un’unica Trude che
non comincia e non finisce, cambia solo il nome dell’aeroporto”
(Italo Calvino, "Le Città Invisibili",
1972) |