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Arte e malattie invalidanti
di Vilma Torselli
pubblicato il 24/04/2007
Malattie invalidanti che coinvolgono la motricità fine e loro influenza non solo sulla visione del mondo, ma anche sul contenuto esecutivo e tecnico dell'opera d'arte e sul suo risultato formale.
"Salute e malattia non sono cose sostanzialmente diverse". (Friedrich Nietzsche)

Il rapporto arte-malattia si può presentare sotto molti diversi aspetti, sia per la grande varietà delle patologie sia per la diversità dei punti di vista da cui si può guardarlo. Nella iconografia dell'arte visiva di tutti i tempi si possono rilevare i sintomi delle malattie che gli artisti hanno riprodotto con acuto spirito d'osservazione nei soggetti raffigurati, coinvolgenti l'aspetto fisico e l'alterazione della forma corporea, come le malattie scheletriche, l'osteoporosi o le artriti deformanti (Botticelli dipinge deformità simili a quelle che affliggono i malati di artrite reumatoide), ma l'aspetto che vorrei proporre riguarda i riflessi che le malattie fisiche hanno avuto sugli stessi artisti e sulle caratteristiche espressive, sia linguistiche che concettuali, delle loro opere.

La salute è uno stato psicofisico molto legato alla produzione artistica, alla creatività intesa, nella definizione che ne dà Elisabetta Corberi, psicologa e psicoterapeuta, come "una dimensione che risiede dentro ogni uomo, è come una fonte luminosa, una sorgente d’acqua inesauribile, un demone anche, che rapisce e trascina via. E’ espressione di energia e allo stesso tempo è fonte di energia. Si tratta di una dimensione che alberga nell’inconscio e per questo motivo non a tutti è accessibile, comunque non a tutti nello stesso modo".
La malattia influenza in maniera determinante la visione del mondo di ogni individuo, il suo potenziale creativo, quello che per Henri Bergson è l'élan vital, la voglia di essere e di fare, ma le malattie invalidanti che coinvolgono la motricità fine, indispensabile per il corretto utilizzo della mano e dell’uso del pennello, possono indurre variazioni molto evidenti e del tutto imprevedibili anche sull'aspetto eminentemente esecutivo e tecnico dell'opera d'arte.

Tiziano giunge in vecchiaia ad una pittura di maggior sintesi e sommarietà, certamente per una mutata visione del mondo, ma anche per scopi pratici, perché costretto dall'artrite a necessarie limitazioni motorie, come accade per il seicentista Vittore Ghislandi (Fra' Galgario), che in vecchaia arriva a realizzare direttamente con le dita dipinti sempre più incisivi ed essenziali, come farà Mirò, certo per un desiderio di concretezza che lo porta a ricercare un rapporto fisico con la materia, ma anche per eliminare il conflittuale rapporto con un pennello sempre più difficile da manovrare.

Renoir, colpito negli ultimi anni della sua vita da una grave forma di artrite deformante che lo relega sulla sedia a rotelle e gli impedisce l'uso corretto delle dita, continua a dipingere legandosi i pennelli alle mani ormai inservibili, recuperando un acceso cromatismo che, in qualche modo, supplisce alla maggior incertezza del segno, realizzando "Le bagnati", sintesi del suo iter artistico ed umano.

Paul Klee comincia a soffrire di sclerodermia, una rara malattia degenerativa, nel 1935 (ne morirà nel '40), vivendo la sua vicenda personale con una drammaticità ed una angosciata sofferenza rintracciabili chiaramente nella sua ultima produzione: abbandonata la sua tipica, elegante flessuosità, il segno si fa grosso, cupo, spezzato, appesantito dall'uso del nero, che compare abbondante ed ossessivo negli ultimi dipinti dove la mano, indurita dalla malattia, esprime la fatica di disegnare e di vivere con una grafica sempre più rigida e semplificata.

Francisco Goya, che incupisce il suo linguaggio dopo una grave malattia che gli compromette l'udito, Edvard Munch, che acuisce la disperata drammaticità del suo segno dopo la conclamazione della tisi, Keith Haring, che avvertendo i primi segnali della malattia, esegue con febbrile concitazione grafica uno straordinario "Tuttomondo", struggente testamento spirituale, moderna "Guernica" di cui ha lo stesso pathos immaginifico, Monet e Turner, che cambiano radicalmente linguaggio per la presenza di un deficit visivo dovuto della cataratta, e tanti altri sono l'esempio di come una patologia invalidante possa alterare significativamente il risultato estetico.

E' difficile discernere quanto la malattia fisica influenzi l'opera d'arte sul piano dell'espressione dell'emotività interiore e quanto su quello puramente funzionale e quindi realizzativo, probabilmente la mutata percezione del mondo e della vita collima con le nuove modalità espressive e forse ogni artista ci racconta un suo personale compromesso tra questi due aspetti, secondo un suo peculiare modo di relazionare salute, malattia e creazione, sentimento ed autonomia di movimento, ricordandoci ancora una volta che la comunicazione artistica segue vie misteriose e che forse a volte proprio dalla negatività della malattia derivano messaggi di straordinaria altezza.


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