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.... e adesso EXPO!
di Vilma Torselli
pubblicato il 30/04/2015
"L’architettura è urbanistica, come è ecologia della natura, trasfigurata in ecologia dell’uomo….” (Paolo Soleri)
Mies van der Rohe
1929, Expo di Barcellona
Alvar Aalto
1939, Expo di New York

A partire dal 1851, anno della loro creazione, le esposizioni universali sono manifestazioni di rilevanza  mondiale che creano occasioni di confronto tra nazioni lontane sia geograficamente che culturalmente, preziose opportunità per scambiare e diffondere sapere, tecnologia, conoscenza, informazione.
Sbrigativamente chiamate EXPO, abbreviazione del termine francese exposition, denunciano nella loro derivazione etimologica il fatto che qualcosa di particolarmente significativo  viene ‘esposto’ all’interesse della comunità internazionale o universale (i due aggettivi hanno finito per fondere il loro significato), sotto l’egida del Bureau International des Expositions, BIE, con sede a Parigi, che ha formulato, a partire dal 1928, precisi protocolli per la classificazione degli Expo.

La Tour Eiffel è forse il più noto dei monumenti che, negli anni, hanno fissato nella memoria visiva dei contemporanei il ricordo degli Expo, nella fattispecie dell'Exposition Universelle del 1889, quando a Parigi si celebra il centenario della presa della Bastiglia erigendo questa audace struttura superbamente proiettata verso il cielo che proprio per la sua inutilità funzionale ha acquisito nel tempo un significato prettamente e fortemente simbolico.

Già del 1873 si comincia a pensare ad una strutturazione degli spazi espositivi in padiglioni nei qualli ogni nazione presente possa trasmettere i tratti peculiari della propria identità culturale attraverso i prodotti o i manufatti esposti, oltre che attraverso la struttura costruttiva che li contiene: nascono i Padiglioni nazionali, vere e proprie opere architettoniche rispondenti ai requisiti fondamentali di sfruttamento ottimale delle superfici espositive, razionalità dei percorsi distributivi, esito estetico delle strutture architettoniche, alcune delle quali conservate anche dopo la chiusura dell’Expo.
E' il caso dell'Acquario Civico di Milano, eredità del primo Expo ospitato in città nel 1906, un pregevole edificio liberty progettato dall'architetto Sebastiano Locati nell'area del Parco Sempione e prossimo all'Arena del Canonica, più volte ristrutturato e ancora oggi aperto all'utilizzo da parte della comunità.
Specie per gli architetti, quindi, gli Expo hanno rappresentato una importante vetrina sul mondo attraverso la quale far conoscere il proprio linguaggio ed entrare in contatto con quello di ‘colleghi’ radicati in culture diverse e poco conosciute, data la limitatezza dei mezzi di comunicazione specie visiva in epoca pre-internet.

Ciò permette a Frank Lloyd Wright, che si recherà per la prima volta in Giappone solo nel 1905, di conoscere già nel 1893 la Villa imperiale di Katsura grazie all'Expo di Chicago, “The Chicago World’s Fair of 1893” o “The World’s Columbian Exposition” allestita per i 400 anni dalla scoperta dell’America, dove è presente una riproduzione dell’edificio. Folgorato da quel linguaggio fortemente innovativo per la sua mentalità di occidentale, con la sua intelligenza onnivora capace di assimilare ed elaborare ogni cultura, il giovane Wright trae proprio da lì, visitando quell’Expo, la scintilla ispirativa della sua architettura organica.

Il padiglione tedesco dell’Expo di Barcellona del 1929 reca l’impronta del genio di Mies van der Rohe: costruito con funzione temporanea e demolito l’anno seguente, poi ricostruito da un gruppo di architetti spagnoli (1983/86) ed oggi visitabile, testimonia al mondo intero il manifesto intellettuale che Mies diffonderà dalla Bauhaus di Berlino.

Obbligatorio citare Alvar Aalto, presente all’Expo mondiale del 1939 a New York con il suo padiglione dove il legno, materiale fondamentale nel suo paese, la Finlandia, asseconda il dispiegarsi di una grande parete morbidamente ondulata a definire uno spazio  architettonico al tempo stesso antropico e naturalistico.

EXPO Milano 2015 - Palazzo Italia

E allora parliamo dell’Expo di Milano (1/05 - 31/10/2015), parliamo del padiglione Italia, sapendo, a questo punto, che i precedenti possono indurre ansia da prestazione.
Su progetto di Nemesi & Partners S.r.l., Proger S.p.A. e BMS Progetti S.r.l , il padiglione è “ispirato a una “foresta urbana”; la “pelle” ramificata disegnata dallo Studio Nemesi come involucro esterno dell’edificio evoca una figuratività primitiva e tecnologica al tempo stesso…….. un’architettura-scultura che rimanda ad opere di Land Art….. I volumi architettonici, metafora di grandi alberi, presentano degli appoggi massivi a terra che simulano delle grandi radici che affondano nel terreno……. A dar risalto alle forme scultoree di Palazzo Italia è la ricca trama ramificata dell’involucro esterno……che evoca l’intreccio casuale di rami.
Insomma, un calibrato mix dove l’innovazione più spinta si intreccia con richiami ancestrali dell’inconscio collettivo, radici, rami,  paesaggi, foreste …… un acceso simbolismo che vuole attingere al substrato basico comune agli abitanti del mondo.
Definito dal direttore creativo Marco Balich  a cui si deve il concetto guida  della pianificazione,  un “nido del futuro”, il progetto, forse proprio per questa definizione, ne richiama obbligatoriamente un altro, per la sua forma soprannominato "nido d'uccello", lo stadio olimpico di Pechino del 2008, presentando l’opera di Herzog & de Mueuron e Li Xinggang con Palazzo Italia marcate analogie formali: una selva di bacchette che avvolgono il Palazzo col disordine ludico di un gigantesco mikado, un volume più  composto e rigoroso nello stadio di Pechino, dove il motivo ispirato all’antica tecnica dell’intreccio di bambù si stratifica in una struttura geometrica ed organica al tempo stesso, conciliando modernità e tradizione.

Pechino - Stadio olimpico

Mi piace pensare che edifici come questi siano il sintomo di una inversione di tendenza e che, dopo decenni di architettura oggettuale, artisticizzata, decostruita, di archistar e archiscultori alla ricerca di una “risonanza segnica” nella quale esaurire tutti i significati dell’architettura contemporanea condannandoli ad un’involuzione estetizzante, possano indicare la via verso una iconografia della tecnologia in chiave ecologico-ambientale.
La nostra tecnologia se non la nostra coscienza non ci consentirà ancora per molto approcci parziali ai nostri problemi … L’architettura è urbanistica, come è ecologia della natura, trasfigurata in ecologia dell’uomo….”, scrive Paolo Soleri, visionario ‘arcologo’ progettista di utopie.

Forse è tempo di un passo decisivo verso quella ‘ecologia della mente’ auspicata da Gregory Bateson, studioso dell’evoluzione culturale secondo una concezione olistica del mondo che collega indissolubilmente uomo e natura entro un unico ecosistema di idee.
Alla radice – scrive Bateson -  vi è la nozione che le idee sono interdipendenti, interagiscono, che le idee vivono e muoiono. Le idee che muoiono, muoiono perché non si armonizzano con le altre. E' una sorta di intrico complicato, vivo, che lotta e che collabora, simile a quello che si trova nei boschi di montagna, composto dagli alberi, dalle varie piante e dagli animali che vivono lì, un'ecologia, appunto.” ("Verso un'ecologia della mente", 1977)

E' tempo di una nuova epistemologia per una nuova mente ecologica che metta in relazione tra loro tutti i fenomeni e i sistemi, l’uomo, la natura, la scienza, una struttura che, come un filo rosso, percorra trasversalmente e connetta tutti i saperi e che, come osserva Paolo Portoghesi, fornisca “un modo di "imparare dalla natura" che rinunci al totalitarismo riduzionista della scienza classica e rivolga alla natura domande circostanziate in una sorta di dialogo sperimentale: una prospettiva particolarmente fruttuosa per l'architettura e l'urbanistica.” (“La tenera crescita”)

link:
Temporary Architecture
Padiglione Italia
L'Architettura nell'epoca della sua trasformazione artistica
Mollette e Cetrioli

Gregory Bateson, "Mente e natura"


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


blog di Efrem Raimondi


blog di Nicola Perchiazzi
 







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Lucian Freud,
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