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Potsdamer Platz
di Vilma Torselli
pubblicato il 2/06/2007
Potsdamer Platz, uno dei luoghi-simbolo della Berlino divisa, un discusso intervento di riqualificazione urbanistica.
Berlino è una metropoli che soffre dei problemi comuni a tante altre, più acutamente per il suo recente passato storico che ne ha forzato la crescita in direzioni illogiche: una sistematica fuga dei residenti verso l'immediato hinterland, un progressivo processo di terziarizzazione, la presenza di aree dismesse all'interno del tessuto urbano (vecchie fabbriche abbandonate, magazzini, palazzi per uffici ormai obsoleti ecc.) e di vaste aree libere, soprattutto nelle zone del muro (è il caso della Potsdamer Platz), che risucchiano all'interno della città una sorta di effetto periferia, caratterizzato da degrado e fatiscenza.

La conversione e la riqualificazione di questi spazi per una soddisfacente integrazione con il restante tessuto cittadino costituiscono un ricorrente problema urbanistico, che si risolve trovando per queste aree nuova utilità e nuovi significati sociali, caricandole di attribuzione e di funzioni, colmando così una sorta di "horror vacui" indotto dall'eccedenza di spazio resosi disponibile.
Per la Potsdamer Platz, uno dei luoghi-simbolo della Berlino divisa, davanti ad un "vacuum" così evocativo ed eloquente, si sceglie di dimenticare, optando per un'operazione di urban renewal dedicato alla sospensione della memoria storica.

In che modo? Adottando una soluzione di carattere simbolico (e demagogico) che dia di Berlino l'idea di una metropoli del mondo, ostentatamente non nazionalista, immagine della rinascita di una Germania moderna e aperta, globalizzata, affidandone la progettazione a professionisti di più paesi, lottizzando equamente la volumetria tra varie multinazionali, realizzando mastodontici monumenti al consumismo in tutte le sue varianti in una sorta di delirio di grandezza progettuale.
L'impressione finale è che ognuno dei pur validi progettisti abbia in effetti espresso se stesso ed il suo committente, in apparente, totale mancanza di un comune coordinamento e che i Berlinesi siano stati dotati di una realizzazione urbanistica di cui probabilmente non sentivano la necessità, per di più attraverso una progettazione che mostra di non tenere in alcun conto né i cittadini né la loro identità culturale, per effetto di una scelta politica che privilegia obiettivi estranei alla città.

E' un comportamento che ha indirizzato gli interventi urbanistici a Berlino negli anni '90 e che la Germania di oggi ha messo già in crisi, cercando nuove vie per una progettazione urbanistica che si riproponga come punto di riferimento e di identità , saldatura tra passato e futuro di un popolo che si riappropria della sua cultura anche attraverso la pianificazione del territorio.

Dubito fortemente che, col tempo, il complesso della Potsdamer Platz, con la sua progettazione frammentaria e disomogenea, possa assumere un ruolo di riferimento e di coagulo per la città, del resto gli interventi progettuali a più mani, quasi sempre un insieme di progetti parziali più o meno integrati, hanno sempre rappresentato un fallimento dal punto di vista urbanistico (Brasilia è un esempio tristemente famoso! )

In alcuni parchi giapponesi, le pavimentazioni dei percorsi pedonali vengono posate sulle tracce lasciate dal calpestio dei passanti sull'erba, piccolo esempio di grande integrazione tra progettazione pubblica ed esigenze della comunità: forse la Potsdamer Platz doveva essere calpestata da migliaia di Berlinesi, prima di finire in mano ai suoi progettisti: chissà, magari la lettura delle loro tracce avrebbe fornito utili indicazioni.



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