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Arte e deficit uditivo: Leonardo Da Vinci e la concezione del sordomutismo
di Lara Ricciotti
Starkey Italy
pubblicato il 10/07/2018
Non tutti sanno che Leonardo da Vinci, genio fiorentino che ha segnato la storia dell’arte italiana (e non solo) si interessò anche a un disturbo particolare: il sordomutismo.

Di Leonardo Da Vinci, il genio fiorentino che ha segnato la storia dell’arte italiana (e non solo) abbiamo sentito parlare tutti.
Ciò che molti non sanno, tuttavia, è che accanto alla pittura, all’architettura, all’ingegneria, alla meccanica, alla matematica, alle scienze naturali e all’astronomia, Da Vinci si interessò anche a un disturbo particolare: il sordomutismo.

Un interesse che nacque dalla conoscenza del filosofo pavese Girolamo Cardano, il quale si espresse più volte a favore dell’insegnamento ai sordomuti, tanto da definire “criminale” chi lo impediva.

Non mancavano poi anche i pittori sordomuti, con i quali Da Vinci ebbe rapporti diretti: un insieme di spunti, riflessioni e stimoli che condussero il genio fiorentino a scrivere del sordomutismo all’interno del “Trattato della pittura”. Sebbene i pregiudizi - inevitabili nel mileu culturale del Rinascimento - non mancassero anche nelle sue riflessioni, gli scritti che Da Vinci ci ha lasciato sul tema hanno il pregio di porsi come un’indagine scientifica sul fenomeno, molto prima che se ne occupassero la scienza e la medicina moderne. Leonardo Da Vinci paragona il sordo al cieco, definendoli entrambi “esseri incompleti” perché privi di uno dei cinque sensi “servi e ministri dell’anima”. Tuttavia, Da Vinci fa una distinzione tra sordità e cecità, ponendo – per così dire – il sordo su un livello superiore rispetto al cieco. A parere di Leonardo Da Vinci, infatti, la vista è la regina dei sensi, sicché è meglio perdere l’udito e adattarsi alla mancanza della parola piuttosto di non vedere le bellezze dell’universo: “chi perde il vedere perde la bellezza del mondo a differenza del sordo il quale perde il suono fatto da moto dell’aria percossa, che è minima cosa nel mondo”.

Un pensiero che oggi non esitiamo a classificare come arcaico ma che riflette l’isolamento e l’esclusione di cui spesso sono soggette le persone sorde e sordomute. A questo proposito, Da Vinci differenzia la sordità “colpita”, ossia quella che interessa l’individuo durante la crescita o l’età adulta e quella “non colpita”, cioè quella che occorre alla nascita. In quest’ultimo caso, il soggetto nato sordo è anche muto perché non ha mai avuto alcuna esperienza del linguaggio. Per contro, la sua capacità visiva è altamente sviluppata, tanto che ai soggetti sordomuti è possibile insegnare a comprendere un interlocutore attraverso la lettura del labiale. Nel “Trattato della pittura”, Leonardo Da Vinci definisce il sordomuto “interprete dei movimenti e modello di espressione”. In che senso? Perché una raffigurazione sia degna di essere definita tale, il pittore deve creare figure che siano in grado di esprimere sentimenti, proprio come una persona muta che, vedendo due persone discutere, pur non comprendendo ciò che si dicono l’un l’altro, capisce il motivo della disputa da altri segni, come gesti, espressioni del viso, postura. Lo studio dei gesti dei sordomuti è dunque molto importante per il pittore, perché essi sono “i maestri dei movimenti e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli accomoda i moti delle mani con le parole”.

Leonardo si appassionò quindi molto allo studio del comportamento e della gestualità dei sordomuti, che diventò per lui un modello – anche da raccomandare – per la pittura. Anche rispetto allo studio della lingua dei sordi Leonardo Da Vinci rappresentò una figura importante, in quanto, come abbiamo visto, fu un antesignano dell’interpretazione della gestualità delle persone affette da sordomutismo. E, benché il suo interesse nascesse semplicemente dalla curiosità, in realtà – come sappiamo – è proprio in questo modo che si fa scienza. Ed è stata proprio la curiosità di Leonardo Da Vinci che ha dato impulso allo sviluppo delle ricerche sul sordomutismo.

Vedere le voci: la Vergine delle Rocce

Il dipinto “La Vergine delle Rocce” risale al 1486, durante il periodo milanese di Leonardo Da Vinci. Realizzato in collaborazione con i fratelli de Predis, tra i quali c’era anche il miniaturista sordo Cristoforo, il quadro secondo molti studiosi è firmato con la lingua dei segni. La mano sinistra della vergine compone infatti la “L” di Leonardo, la mano destra dell’Arcangelo Uriel forma una “D” di Da e, infine, quella del Bambino segna la “V” di Vinci. I personaggi raffigurati nella scena, inoltre, comunicano molto anche con la postura del corpo, delle mani e con le espressioni del viso, a creare una vera e propria narrazione che ha reso questo dipinto unico al mondo.
per ingrandire clicca qui
Si ringrazia per il contributo:
Lara Ricciotti

Starkey Italy
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"Il nero realizza l'idea di un'arte assolutamente pura e sublime tautologicamente ripiegata su se stessa, scevra da contenuti narrativi ed emotivi"......continua

 

 
 

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