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Testi e commenti di Vilma Torselli su Antithesi, giornale di critica d'architettura.
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L'autoritratto al tempo di instagram
di Vilma Torselli
pubblicato il 17/05/2016
La parola dell'anno 2014 è stata SELFIE, la più votata già nell'anno precedente, che ha raccolto il 21% delle preferenze dei votanti.

Nella storia della pittura, nella specifica tematica dell'autoritratto, nessun artista ha prodotto ritratti di sé con tanta indefessa ossessività quanto Harmenszoon van Rijn Rembrandt (1606 -1669).
Con maniacale attenzione alle trasformazioni del proprio corpo, in una cinquantina di dipinti, trentadue acqueforti, sette disegni Rembrandt ferma le tappe dei cambiamenti fisici del suo volto, sineddoche di una complessa parabola umana, nell'arco di una quarantina d'anni (fra il 1627 e il 1669) in cui la coincidenza tra soggetto ed oggetto della sua pittura lo spinge ad indagare e scoprire sé stesso in quanto individuo in cui sono riposte tutte le domande e tutte le risposte, consapevole della forza della ragione, della centralità del ruolo dell'uomo nel mondo e nell'universo, secondo l'impostazione calvinista della cultura olandese del suo tempo.
Non a caso, Augusto Pieroni definisce l'autoritratto come un "gioco di specchi Rembrandtiano che fa di questo genere uno strumento di autoanalisi e di terapia per riportare ad unità, per quanto aperta e problematica, la molteplicità di identità che l'uomo amministra in sé e per gli altri."

Ma mi piace pensare che quella di Rembrandt sia anche o soprattutto una recherche du temps perdu, forse, come Proust, Rembrandt vuol compiere un percorso circolare dove ogni passo in avanti alla scoperta del significato della realtà passa attraverso la memoria, dove il tempo perduto diventa tempo presente rivivendo nel ricordo del tempo passato, dove l’esperienza soggettiva della durata del tempo diventa sia visione dinamica di un tempo-flusso che semplicemente avviene, sia visione statica in cui gli eventi hanno un ordine temporale oggettivo entro un tempo immobile.

Rembrandt ritrae sé stesso nei momenti più diversi della sua movimentata vita, in abiti da gentiluomo, da militare, da mendicante, da principe, vestendo diverse identità con grande senso scenico e teatrale (la scelta accurata della posa studiata allo specchio, il minuzioso travestimento, lo studio delle luci) creando tante diverse immagini del suo unico sé in tanti momenti differenti sequenzialmente ordinati e bloccati, sottratti al tempo e consegnati all'eternità.
E vien da pensare che il tempo di Rembrandt sia in realtà un luogo, il luogo della memoria, perché non si può ritrarre il tempo, si possono ritrarre i luoghi, la ricerca del tempo perduto è un ritorno, gli autoritratti sono la scia di briciole che riconduce al luogo da cui tutto ha avuto inizio, quel luogo magico, fuori dalla dimensione temporale, “comune tanto al passato quanto al presente, e molto più essenziale di entrambi."

Lo spunto per questa mia riflessione viene da un post, Instagram terapia, che Efrem Raimondi ha pubblicato sul suo blog e relativa intervista ad un amico, Giovanni Picchi, che sta attraversando un particolare momento della propria vita.
E mi sono chiesta: cosa farebbe Rembrandt oggi, ai tempi di instagram? quale inebriante sensazione gli susciterebbe disporre di un mezzo che azzera i tempi lunghi della pittura e permette di raccogliere in tempo reale un pressoché infinito numero di autoritratti? E perché quelli di Rembrandt sono autoritratti e quelli di instagram sono selfie?

Una differenza ci deve essere, se anche Efrem la rileva e commenta: "Non ci troviamo di fronte al selfie tradizionale. Sembra tutto più prossimo all’autoritratto, che è strumento di un’indagine più intima."

Ma qual'è la differenza tra un autoritratto ed un selfie?

Selfie è "una fotografia di sé stessi, tipicamente ripresa con uno smartphone o una webcam e caricata su un social network", questa la definizione del neologismo introdotta nel 2013 nell' "Oxford English Dictionary", in base alla quale pare che l'elemento distintivo di un selfie rispetto ad un autoritratto o ad un autoscatto sia l'inserimento su un social network.
In ultima analisi, la condivisibilità pare il requisito fondamentale per il quale un selfie non è un autoritratto, trovandosi la sua peculiarità "nel principio della comunicazione, nell’esigenza direi primaria che ho di raccontare l’esperienza che sto vivendo" come dichiara Giovanni Picchi nell'intervista, così motivando il perché abbia utilizzato proprio instagram per documentare un momento tanto delicato e privato della propria esistenza: "pensavo che mi servisse per guardarmi un po’ dentro…e anche fuori", 'da' fuori, per mantenere i contatti con sé stesso, accettare i mutamenti anche psicologici che passano "attraverso il cambiamento della mia persona, del mio fisico, della mia immagine più immediata."

Quindi, il selfie non tanto per rappresentare, il che ne farebbe uno strumento sterilmente autoreferenziale, quanto per comunicare la propria identità in relazione a quella dell'altro, sia esterno che interno al proprio sé.

La finalità della condivisione caratterizza una nuova categoria di individui al tempo stesso produttori e consumatori di beni o di servizi in una società del consumo in cui anche la produzione di massa di prodotti standardizzati, puntando ad un livello di personalizzazione sempre più sofisticato, sta trasformando il consumatore passivo in prosumer (producer+consumer) coinvolgendolo nei processi produttivi ed anche divulgativi: il passa parola, la possibilità di postare il proprio parere, i likes, i commenti sui vari social networks sono infatti efficaci canali pubblicitari a costo zero che si traducono in risparmio sui costi sia per il produttore che per il consumatore.
Nel pieno di quella che sempre più somiglia ad una evoluzione sociale e forse antropologica, "il selfie - per usare parole di Nathan Jurgenson, teorico dei social media - parla unicamente per noi. Nessun altro può scattarci un autoritratto: si tratta della nostra voce, qualcosa di molto intimo ed espressivo. È estremamente evocativo di un preciso momento, ed è esattamente quello che vogliamo condividere in quel momento."

Classificabile, secondo Jurgenson, tra quelli che definisce i "social media effimeri", il selfie è un "chiacchiericcio", una conversazione semplice, immediata e sincera che "compone la trama delle nostre esistenze: dirsi ciao, sorridere, apprezzarsi l’un l’altro, fare parlare i nostri volti, le nostre cose, i nostri umori, da quelli positivi ai pessimi."

Con ciò convertendo, almeno in parte, anche i meno indulgenti, come Sherry Turkle, insegnante al MIT, che alla fine di una critica lucida ed impietosa sulle possibili derive negative legate ai new-media pubblicata sul New York Times conclude: "Il selfie, come tutte le altre tecnologie, ci impone di riflettere sui nostri valori. È una buona cosa, perché ci sfida a capire chi siamo realmente."

Sembrerebbe trattarsi di un'assoluzione!

link:
Silvio Tomasoni, "Oltre lo specchio"


DE ARCHITECTURA
di Pietro Pagliardini


blog di Efrem Raimondi


blog di Nicola Perchiazzi
 








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Richard Hamilton, "She"




L'opera di Richard Hamilton nell'ambito del movimento pop inglese è paragonabile a quella...... continua

 
 

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