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Concorso a partecipazione gratuita rivolto agli studenti per l’ideazione e la creazione del logo rappresentativo dell’azienda AMIACQUE srl.
Premio una borsa di studio di €. 5.000,00, termine di presentazione del progetto : ore 16.30 del giorno 15 febbraio 2012.

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Assegnato il Premio "Abitare il Mediterraneo 2011", 1° classificati ex-aequo: Raimondo Guidacci, Elisa Valero Ramos  Bodàr Bottega d'Architettura . La terza edizione aveva come tema “Architettura, strumento centrale nei processi di trasformazione urbana.”
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su Tele Ambiente, Entr'acte Intermediale rubrica televisiva di videoarte e cinema sperimentale, dal 13 Novembre 2011 ogni 2° domenica del mese, ore 23:15
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Il senso del limite
di Gianmarco Chieregato e Vilma Torselli
pubblicato il 10/10/2009
La mancanza di misura, maturando, produce la spiga del traviamento, e il raccolto che se ne trae è di fatto solo lacrime” (Eschilo)


foto di Annie Leibovitz
per Dove

Il mito positivistico dell’ineluttabilità del progresso tecnico-scientifico e la narcisistica fede nelle infinite possibilità della razionalità umana che hanno caratterizzato il passato ‘900 costituiscono una pesante l’eredità culturale che spinge oggi la modernità in una direzione inderogabile: perfezionato ai massimi livelli di integrazione il rapporto uomo-macchina, naturale–artificiale, progresso–libertà, il nostro tempo ha fatto sua l’idea che tutto ciò che sia tecnicamente possibile divenga automaticamente lecito, rappresentando anzi il massimo delle aspirazioni a cui l’uomo deve tendere.

Sempre e comunque, nel nome di una supposta neutralità etica della tecnologia che per sua stessa natura non si pone censure o problemi morali ed offre un facile alibi ad una società che ha sostituito al senso del limite il senso del possibile.

Nell’epoca dell’imperialismo tecnologico, il continuo superamento del limite finisce così per divenire lo scopo dell’agire, una sfida sempre in atto destinata a non concludersi mai, dimenticando che la tecnologia non ha un valore intrinseco, non ha un senso proprio, ma acquista significato solo se/quando usata dall’uomo.

L’arte visiva, l’architettura, la fotografia, tutte le discipline che sono maggiormente debitrici al progresso tecnologico, più direttamente interessate da elementi manipolabili dall’uomo attraverso la tecnica, rischiano così di perdere in libertà espressiva ciò che guadagnano in facilità esecutiva.
E’ questa l’analisi che Vilém Flusser compie in un suo libro, “Per una filosofia della fotografia”, tentando un ripensamento del nuovo rapporto tra immagine e fotografo, in cui si frappone come indispensabile mediatore l’apparecchio fotografico, con sue precise e limitate caratteristiche tecniche alle quali il fotografo si deve adattare operando le sue scelte entro una circoscritta offerta.
Cosicché non è tanto il fotografo ad usare la macchina quanto la macchina ad usare il fotografo per costruire l’immagine secondo i propri parametri interni, determinando il risultato secondo il proprio programma.

Nell’esile confine tra un progressivo asservimento alla macchina e la possibilità di dominarla, tra una autolimitazione nell’utilizzo della tecnologia ed un ricorso indiscriminato agli ausilii della tecnica c’è uno spazio neutro in continua mutazione nel quale nascono (e muoiono) fenomeni di difficile valutazione.

Ho recentemente appreso la notizia dell’esistenza di un carismatico personaggio, tale Pascal Dangin, quarantenne nato in Corsica, ex parrucchiere ora residente a New York, che di mestiere, ed ai massimi livelli, fa il ritoccatore fotografico digitale, inedita occupazione che ha portato alla ribalta figure professionali superspecializzate, fino a poco tempo fa marginali, oggi veri deus ex machina di tanti successi mediatici. Almeno se, come dichiara Dangin, Patrick Demarchelier, Steven Meisel, Craig McDean, praticamente il gotha della fotografia mondiale, cercano le sue prestazioni e le pagano profumatamente. Pare che anche Annie Leibovitz abbia utilizzato la sua abilità nell’uso del computer per conferire alle sue casalinghe-modelle della pubblicità “Dove pro age” la giusta aria dimessa e normale sulla quale è impostata tutta la campagna.

Sono stato fra i primi a convertirmi al digitale e non mi va di fare quello che grida allo scandalo, tanto più che l' obiettivo non è mai stato obiettivo. Però dietro i ritocchi c' è una sorta di omologazione per cui i visi e i corpi della moda e della pubblicità sembrano sempre gli stessi. Banali”, così afferma Oliviero Toscani (Corriere della Sera, 2 giugno 2008), sottolineando un diffuso concetto condiviso, almeno a parole, dalla totalità dei più autorevoli addetti ai lavori. Come Gianmarco Chieregato, ( "In realtà col computer …….. i corpi delle donne sembrano tutti uguali …….” Panorama, ottobre 2004) ) che identifica nei visi e nei corpi della moda e della pubblicità l’immagine più inflazionata del mondo della comunicazione visiva.

"L'arte, e su questo non ci sono dubbi, consiste nel perfezionare la forma. Voi però, ed ecco l'altro vostro errore madornale, siete convinti che l'arte consista solo nel creare opere formalmente perfette ….. “, scrive Witold Gombrowicz nel suo "Ferdydurke", divertente allegoria dell'infantilismo moderno ed intuizione straordinariamente anticipatrice di ciò che la società attuale si aspetta dal mondo delle immagini: la prigione delle forme in un aspetto irreale oltre ogni limite, quand’anche totalmente artificiale, è metafora della costrizione dell’uomo moderno in un ruolo che ha perso ogni carattere di umanità, che ha scelto la conoscenza mediata dalla macchina e da abili manovratori che ci fanno intravedere il mondo come forse vorremmo che fosse.

Ma l'euforia tecnologica, tanto più dilagante quanto più supportata dal processo di globalizzazione, è compatibile con i vitali spazi di libertà dell’essere umano?

I fotografi sono già uomini del futuro, i loro gesti sono programmati dai loro apparecchi, si occupano del “terziario”, si interessano alle informazioni e creano cose (le foto) senza valore. Eppure, convinti che la loro attività sia tutt’altro che assurda, ritengono perciò di essere liberi………” (Daniela di Dato, 2007)

Forse una riflessione seria “per una filosofia della fotografia” deve partire proprio da loro, dal loro rapporto con quel prodigio di tecnologia che è la macchina fotografica, per capire quali possano essere i nuovi spazi di libertà da conquistare in un mondo dominato sempre più dalle macchine.

 




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