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Fuori dall'ombra
di Gianmarco Chieregato e Vilma Torselli
pubblicato il 23/01/2009
che lo si voglia o no apparteniamo tutti al nostro tempo ed io sono sicuro che senza l’esperienza astratta non sarei giunto a certe ricerche fotografiche. Oggi, dopo la lezione dell’arte, il non figurativo ci guarda dai muri delle città dove le macchie, le corrosioni, i manifesti strappati ci emozionano come dei Pollock, dei Klein, dei Soulages”.
(Paolo Monti)

Il ‘900 ha consolidato un passaggio di consegne epocale, trasferendo dalla pittura alla fotografia l’incarico della fedele riproduzione del reale, ma ciò che, all’inizio, pareva un cambio di ruolo certamente portatore di grandi sconvolgimenti, ma sicuramente prevedibile nei suoi rapporti di causa ed effetto, ha finito poi per caricarsi di una serie di impreviste problematiche.
L’attenzione che la cultura dell’ ‘800 e del primo ‘900 riservava all’aspetto fenomenologico della realtà e alla sua fisicità, sembrò aver trovato nella fotografia il mezzo più adatto a soddisfare una sorta di estetica della fenomenologia secondo la quale cogliere intuitivamente, se non scientificamente, l’ “essenzialità” dei fenomeni.
Almeno all’inizio parve quindi che fotografia non potesse significare altro che realismo, basato sulla perfezione tecnica e stilistica della foto (concetto che riprenderà la scuola di Weston e Adams) perfettamente a fuoco, perfettamente inquadrata, stampata e montata. Ciò assecondando la principale frattura tra le due discipline, pittura e fotografia, rappresentata dalla modalità esecutiva, che nella pittura richiede una capacità manuale sostituita nella fotografia dall’abilità tecnica e che mentre nella pittura tollera l’imprecisione riproduttiva, nella fotografia esige la massima precisione ed imparzialità.
Questo motivo ha relegato per molto tempo la fotografia in un territorio ambiguo, bloccandola nella condizione di una non meglio definita ‘non-arte’, anche per il fatto che ogni criterio di giudizio su di essa è stato a lungo desunto secondo i parametri propri della pittura e quindi incongrui.

Acclarata la sostanziale impossibilità di replicare oggettivamente il reale senza un più o meno marcato intervento interpretativo, rivelatasi la fedeltà realistica della fotografia del tutto illusoria, essa ha finito per rappresentare l’esatto contrario del concetto affibbiatole alla nascita, generando un paradosso al quale risale la causa della crisi di identità che attraversa oggi. Tra la sua originaria natura di strumento di riproduzione per eccellenza e l’impossibilità sostanziale di esserlo, tradendo la consegna iniziale la fotografia compie infatti un inevitabile processo di simbolizzazione del reale, non essendo in grado di riprodurre un evento nella sua interezza se non depurandolo delle sue attribuzioni essenziali, del suo divenire, se non estraendone, appunto, i caratteri simbolici, se non compiendo quello che Massimo Cacciari definisce un vero e proprio ‘atto di ri-produzione e di ri-creazione della realtà’, nel senso letterale dei termini.

E’ un percorso non molto diverso da quello seguito dall’arte moderna quando liberata, grazie alla fotografia che la surroga, dalla funzione descrittiva e dalla schiavitù della forma, riflette su sé stessa, sulla sua identità, sulle sue possibilità, ne accetta i limiti e da una severa autocritica ricava l’imput per avventurarsi nell’esplorazione di nuovi campi di indagine, volgendosi all’analisi della realtà meta-fisica, all’interiorità dell’animo, alla profondità delle passioni. Superata l’esigenza di verosimiglianza, l’arte inventa tecniche e forme non radicate nella realtà per parlare il linguaggio antinaturalistico dell’astrattismo, dell’informale, del concettuale ecc.
Cosicché, conquistando un nuovo spazio espressivo nel quale collocarsi non già come interpretazione del reale ma come distanziamento da esso, l’arte moderna ha sancito definitivamente il suo distacco dagli eventi naturali, facendo di questo distanziamento una delle sue caratteristiche principali.

Almeno in teoria queste strade non sono precluse alla fotografia, e forse possiamo aspettarci che essa segua le orme dell’arte visiva che, come è spesso accaduto, ha compiuto una fuga in avanti tracciando una nuova via.
Verso la quale viene oggi un importante incoraggiamento dalla scoperta delle tecniche digitali, estremamente duttili e diversificate, all’interno delle quali ogni fotografo può trovare modi di utilizzo flessibilmente adeguabili alle proprie esigenze: anche senza voler essere a tutti i costi ‘artisti’ nel senso più banale del termine, anche senza saper nulla di matite, pennelli e pittura, come dichiara Paolo Monti, “con la fotografia, invece, posso riprodurre rapidamente delle forme molto complesse e non solo riprodurle, ma attraverso tecniche precise offrire una interpretazione, se non mentale, se non intellettuale, almeno tecnica.” ('La fotografia tra realtà e immaginazione, Le astrazioni volontarie di Paolo Monti', di Diletta Zannelli su Fotologie)
Ciò perché ogni interazione tra uomo e macchina ha sempre come risultato quella che Monti definisce ‘interpretazione tecnica’, che non si discosta molto dalla ‘interpretazione’ tout court che compie l’arte sulla realtà per la dose di soggettivismo che comporta la scelta di una tecnica piuttosto che un’altra se non l’invenzione di una tecnica nuova.
Paradossalmente, nonostante i progressi e le sempre nuove scoperte tecnologiche, la fotografia ha progressivamente perduto la reputazione di ‘scientificità’ ( = obiettività) che le è stata attribuita in origine per diventare una forma di interrogazione esistenziale che rifugge da risposte e definizioni concluse.

Ne è convinto Gianmarco Chieregato, che in una sua mostra di prossima programmazione (26 febbraio/15 marzo), “Fuori dall’ombra”, gioca proprio sull’aspetto demiurgico dell’azione del fotografo che, con quel prodigio alchemico che si chiama fotografia, può far convergere nel ritratto, filo conduttore della sua carriera e tema centrale della mostra, un contesto spazio-temporale che ne viene materialmente escluso, ma che in qualche modo l’immagine è in grado di richiamare come suggestione, imponendo all’osservatore una elaborazione mentale dell’esperienza puramente visiva.

Una scrittura di luce”, così definisce la fotografia Nino Migliori, e se ha ragione chi ha detto che nella pietra grezza già dorme la forma compiuta che lo scultore libera con il suo gesto, è vero anche che nel buio è già nascosta l’immagine alla quale la fotografia dà vita portandola alla luce, fuori dall’ombra.

http://www.gmchieregato.com/
© Copyright Gianmarco Chieregato

Scheda mostra
Genere: mostra fotografica
Titolo: Fuori dall'ombra
Artista: Gianmarco Chieregato
Curatore: Gianmarco Chieregato
Luogo: Roma, Palazzo Venezia, Via Del Plebiscito 118
Durata: 26 febbraio/15 marzo 2009
Ingresso: libero
Orario: dal martedi' alla domenica, dalle ore 11 alle ore 19

Comunicato stampa

Il libro
Fuori dall'ombra di Gianmarco Chieregato




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