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L’ASTRATTISMO FRA ARTE E FILOSOFIA
di Alessandro Tempi
pubblicato il 28/01/2019
Trascendere il reale nella forma astratta come rifiuto della rappresentazione naturalistica e dell’illusione di spiegare tutto nei termini di certezze razionali ed oggettive, con una profonda sfiducia nei valori conoscitivi e logici della scienza che aprirà la via all’informale.
Parte II


Il saggio di W. Worringer (1905) nella sua recente edizione inglese.


Secondo Wilhelm Worringer, che è stato fra i primi ad usare il termine astrazione nell’ambito delle arti visive, in un suo saggio che risale al 1908, il modo speculare-naturalistico implica una sorta di sintonia, di comunione o, come si dice nel gergo degli storici dell’arte, di einfuhlung (empatia), dell’uomo con il mondo fenomenico, con la superficie visibile delle cose, con la natura.
L’einfuhlung  è insomma per Worringer il riflesso di un equilibrio spirituale fra essere umano e universo. Ma, egli continua, vi è anche uno stato d’animo opposto, dominato dall’angoscia, dal senso della propria precarietà di creatura, dal dubbio sul proprio significato di essere umano; l’uomo con questo stato d’animo è portato a distogliersi dal reale, con cui non si sente più o non abbastanza in comunione e cerca di trascenderlo nella forma astratta, vale a dire in un rapporto non-naturalistico con le forme.
È significativo ricordare che Worringer, parlando di astrazione, non si riferisse agli esiti ultimi della ricerca pittorica del suo tempo, ma a manifestazioni ricorrenti in specie nelle arti decorative del passato. 

Il passaggio dall’astrazione come concetto afferente alla storia ed alla psicologia dell’arte all’astrattismo come opzione consapevole del linguaggio artistico avviene, com’è noto, con Kandinskij, il quale sviluppa la componente emozionale di questa pittura e la funzione espressiva del colore, e con Mondrian, che invece è più legato ad una matrice razionale che si gioca tutta sulla purezza della forma ridotta alla sua elementarità geometrica.
Entrambi hanno tuttavia in comune il rifiuto della rappresentazione naturalistica, del legame referenziale fra immagine e cosa, della riproduzione speculare e quindi, in termini più filosofici, dell’illusione di spiegare tutto nei termini di quelle certezze razionali ed oggettive che animano la weltanschauung positivista.
Vasilij Kandinskij, primo acquerello astratto, 1910

Siamo soliti chiamare Astrattismo quella corrente artistica nella quale sono comprese opere che o non hanno rapporto con una rappresentazione del mondo esterno (e qui il pensiero va a Mondrian, Klee, Malevich, Kupka, solo per fare qualche riferimento); oppure nelle quali questo rapporto è così indiretto da produrre una figurazione alterata e irriconoscibile del mondo esterno (come nel caso di Kandinskij, Delaunay, Marc, ancora lo stesso Klee).
Possiamo dire che le prime presentano immagini di origine mentale, mentre le seconde ci danno immagini derivanti da un iniziale stimolo di rappresentazione, ma progressivamente alterate fino a diventare non-rappresentative.
Stiamo parlando di esperienze che si concretizzano intorno agli anni Dieci del XX secolo e che daranno i loro esiti maggiori proprio nel periodo fra le due guerre mondiali. L’arte che si riaffaccia sul mondo dopo il 1945 è tuttavia profondamente diversa, perché segnata da tragedie che hanno profondamente inciso sulla coscienza individuale e collettiva.
L’Astrattismo non va ovviamente esente da questi mutamenti. Infatti, se nel suo passato recente esso poteva dirsi il risultato di una costruzione meditata e progressivamente messa a punto, nel secondo dopoguerra acquisisce ormai per molti pittori un valore soprattutto espressivo, nel senso che adesso le opere astratte mirano ad un’espressione totale ed immediata di quanto l’artista ha in sé di più profondo.
Il pittore sente ora il bisogno di trasgredire i mezzi tradizionali e comincia a servirsi di procedimenti (pensiamo solo a Jean Fautrier o a Jackson Pollock) che la tecnica corrente della pittura esclude.  L’Informale nasce proprio in seno a questo sostanziale abbandono dei fondamenti della cultura pittorica precedente, ivi compresa quella dell’Astrattismo.

Perché ciò avviene? Ancora una volta, abbiamo davanti a noi ragioni che si collocano all’interno dell’evoluzione delle forme espressive della pittura moderna (e delle quali in genere si incaricano di parlare gli storici dell’arte), ma anche ragioni che io chiamerei storiche, perché riguardano le condizioni più ampie e complesse entro cui i fenomeni artistici non meno che quelli culturali avvengono. Giustamente molti studiosi affermano che l’Informale non sia un movimento artistico, bensì una poetica, vale a dire qualcosa che ha a che fare con un certo tipo di sensibilità e con i modi in cui esprimere questa sensibilità.  Già da questo si capisce cosa lo distingue dall’Astrattismo: laddove questo manifestava qualcosa di intensamente spirituale o intellettualmente trascendente, l’Informale ci appare subito qualcosa di più immanente, di più corporeo, di più diretto e immediato. Il fatto è che, pur manifestatasi inizialmente come una sorta di mistica della forma e del colore, l’attitudine all’astrazione andrà a coincidere, nel corso del Novecento, con un atteggiamento di aperta e profonda sfiducia nei valori conoscitivi e razionali della scienza, culminato appunto con le esperienze informali del secondo dopoguerra: sarà allora, infatti, che la pittura procederà ad una radicale rottura con la tradizione precedente ed al rifiuto del naturalismo figurativo, inaugurando una nuova stagione dell’arte contraddistinta dalla volontà di far coincidere l’atto creativo con l’agire e con l’essere.  

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