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L’ASTRATTISMO FRA ARTE E FILOSOFIA
di Alessandro Tempi
pubblicato il 28/01/2019

La nascita dell’astrattismo come esigenza di esaltare le peculiarità dell'arte inaccessibili alla meccanicità dei media visivi, per un'interpretazione del reale centrata totalmente sul soggetto e quindi propria ed esclusiva dell'artista creatore.
Parte I
Il razionalismo moderno, che si dispiega con la rivoluzione filosofico-scientifica del Sei/Settecento, ratifica il divorzio fra arte e scienza, fra creazione e rappresentazione, assegnando a ciascuna prerogative e procedure differenti: da un lato il genio individuale, dall’altro il metodo oggettivo, dall’uno la fantasia, dall’altro la ragione. Nasce quindi l’estetica quale territorio concettuale che delimita quel mondo a parte che è diventato l’arte. Nasce il museo quale luogo ove si raccolgono i prodotti dell’arte. Nasce l’artista quale creatore di cose belle - come avrebbe detto Oscar Wilde un secolo più tardi.  Nascono le belle arti, che nella prima teoria sistematica proposta da Charles Batteux nel 1746 troneggiano su tutte quelle che invece sono volte a soddisfare i bisogni materiali dell’uomo.   
     
Per almeno un paio di secoli, nell’arte rappresentazione e creazione avevano storicamente coinciso l’una con l’altra: Villard de Honnecourt, trattatista ed architetto vissuto nel XIII secolo, era convinto del carattere prevalentemente matematico-scientifico delle arti figurative; le leggi della prospettiva, elaborate da Leon Battista Alberti nel Quattrocento, conducono ad una stretta  identificazione fra arte e scienza; Leonardo da Vinci si fa dal canto suo assertore di una pittura che sia imitazione razionale - e quindi scientifica - della natura.
Il coincidere di rappresentazione e creazione a partire dal Rinascimento non procedeva solo dall’idea o dall’istanza di rispecchiare la natura, ma anche dal fatto che sussisteva ancora una sostanziale compatibilità intellettuale fra gli strumenti teoretici della conoscenza speculativa e gli strumenti espressivi-figurativi della creazione artistica, insomma fra il modo in cui il mondo veniva descritto dalle arti visive e quello in cui veniva descritto tramite il ragionamento.

Ad un certo punto, tuttavia, le strade della rappresentazione e della creazione hanno preso a divaricarsi e ciò non è avvenuto unicamente per ragioni interne all’arte o per un’autodeterminazione della coscienza artistica. È che a partire dal Seicento, gli strumenti della rappresentazione si sono fatti più acuminati, più razionali e la rappresentazione è diventata sempre meno una questione di talento individuale e sempre più di metodo oggettivo.
Ma ciò che indurrà l’arte ad isolarsi ancor di più nel suo universo creazionale arriverà più tardi, nel corso del XIX secolo, con conseguenze prima impercettibili, poi sempre più chiare ed irreversibili. Sto parlando, naturalmente, dei media della visione (fotografia e cinema).
Apparecchio fotografico utilizzato da Niépce, 1820 circa. Daguerre e il suo dagherrotipo, 1839.

Basta citare due date: il 1839, anno in cui viene messa a punto una nuova invenzione, la fotografia (alla quale pervengono simultaneamente, ma da percorsi diversi, i francesi Niépce e Daguerre e l’inglese Fox Talbot) ed il 1895, anno in cui i fratelli Lumière presentano un apparecchio capace di proiettare immagini in movimento, il cinematografo. Non si tratta solo di ennesime invenzioni frutto di un secolo che ne elargisce a piene mani, non si tratta solo di progressi di singole tecniche di riproduzione dell’immagine. Si tratta semmai di qualcosa di enormemente più significativo e gravido di conseguenze, e non solo per l’arte. Questi media infatti costituiscono il primo raggiungimento che segna indelebilmente l’epoca in cui noi ancora oggi viviamo, quella che il filosofo Heidegger ha chiamato die Zeit des Weltbildes , l’epoca dell’immagine del mondo, in cui la tecnica - vera e propria essenza dell’epoca moderna - consegna alla scienza la certezza meccanica del rappresentare, assicurandole così la validità universale del proprio operato.

La diffusione sempre più ampia di questi mezzi di riproduzione delle immagini porterà molti artisti, nei primi decenni del XX secolo, ad esaltare quelle peculiarità dell'arte che siano inaccessibili alla meccanicità; li condurrà insomma sulla via dell’astrazione dal dato meramente figurativo verso un'interpretazione del reale centrata totalmente sul soggetto e quindi propria ed esclusiva dell'artista creatore.

Nella pittura che procede verso l’astrazione, l’arte realizza una sorta di definitiva emancipazione dal mondo della rappresentazione, per diventare un sapere autoreferenziale che assume come proprio oggetto l’atto creativo stesso. Cézanne l’aveva del resto già capito: l’arte è rivelazione, è la creazione, e non la rappresentazione del mondo. Tutta la pittura che verrà dopo di lui si svilupperà nel segno di questo convincimento.
Non mette conto qui addentrarsi in questioni di filosofia della tecnica che pure hanno rappresentato uno dei temi fondanti del pensiero del XX secolo. Basterà, per quanto ci riguarda, richiamare l’attenzione sul fatto che dopo l’invenzione della fotografia e dopo quella del cinema, la pittura e le arti visive in generale non saranno più le stesse. Basterà ricordare che, per una delle tante coincidenze della storia, il 1839 è anche l’anno di nascita di Paul Cézanne, il padre di tutta la pittura moderna. Basterà ricordare che la diffusione della fotografia e poi del cinema nella società coincide con il processo storico di defigurazione o di destituzione dell’immagine nelle arti visive, che prende avvio con l’Impressionismo e, tramite Cézanne appunto, culmina nel Cubismo e da qui arriva all’Astrattismo entre deux guerres  ed all’Informale del secondo dopoguerra. Con gli avanzamenti della scienza e con i media comunicazionali, l’arte viene gradualmente ma inesorabilmente estromessa dall’universo della rappresentazione, con cui non può più,  per ovvie ragioni, competere; perde insomma la sua funzione storica di rappresentare saperi diversi (religiosi, mitologici, naturali, letterari, morali) e di essere lo specchio della natura e del mondo, per scoprirsi ed assegnarsi nuove intenzionalità e finalità del tutto autonome da un mero rapporto di specularità col mondo.
Dagli Impressionisti in poi, le arti visive si vanno concentrando su se stesse, sull’analisi dei propri linguaggi espressivi, producendo un poderoso sforzo autoanalitico teso a ridefinire i propri domini, il proprio significato, la propria stessa essenza estetica. Riprendendo la profezia hegeliana del destino estetico dell’arte moderna, l’arte tenderà sempre più a pensarsi e definirsi come sapere autonomo, come forma specifica e consapevole di conoscenza.
parte II >>>>>

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