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Fotografi italiani in Giappone
di Alessandro Tempi
pubblicato il 17/06/2014
L'isolamento politico e culturale del Giappone, una nazione chiusa e sconosciuta agli occidentali, causa del ritardo con il quale la fotografia si sviluppò nel paese.
Felice Beato,"Danzatori di nô, Samurai e la sua sposa", 1868

Il Giappone contende da molto tempo all’Europa  il primato nel campo dell’ottica di precisione. Ma quasi nessuno sa o immagina che la fotografia in Giappone si sviluppò più tardi rispetto alle principali nazioni occidentali e che questo avvenne a causa dell'isolamento politico e culturale in cui quel paese si trovava.

Fu Felice Beato, giunto a Yokohama nel 1863, a dare il contributo più importante all'affermazione della fotografia nel paese del Sol Levante. Felice Beato, sulla cui vita non si sa poi molto, era nato a Corfù nel 1834. Il padre, probabilmente veneziano, era cittadino britannico e la madre italiana. Nel 1850 incontrò a Malta l’inglese James Robertson, insieme al quale iniziò a praticare con successo la fotografia assieme al fratello Antonio spostandosi per tutto il Mediterraneo ed arrivando successivamente in India, dove Beato documentò la sanguinosa ribellione del 1857.
Dopo alcuni anni in Cina, Beato intuì le grandi possibilità che la fotografia poteva offrire in Giappone, una nazione ancora chiusa e sconosciuta agli occidentali.
Aprì a Yokohama uno studio in società col fotografo inglese Charles Wirgman, cominciando anche a colorare le fotografie. Molti bravi pittori di modeste pretese economiche erano a portata di mano e Beato ne assoldò diversi. L'unico ed esclusivo compito di questi artisti locali all'interno dello studio era quello di colorare le fotografie. Essi lavoravano con grande professionalità, precisione e sensibilità: si dice che per una buona colorazione di una fotografia occorresse almeno mezza giornata di lavoro.

Con l'insediamento nel 1868 dell'imperatore Meji, il Giappone abbandonò completamente la struttura feudale diventando uno stato moderno a vocazione commerciale e industriale. L'apertura all'Occidente fu da questo momento completa e definitiva. Lo studio di Felice Beato cominciò a prosperare e la sua fama si diffuse anche all'estero. Ma nel 1877 Felice Beato vendette il suo studio con tutte le lastre negative al barone austriaco Raimund Von Stillfried (1839-1911) che già lavorava come fotografo a Yokohama dal 1871. Stillfried continuò a stampare e commercializzare le fotografie di Beato apportando delle piccolissime modifiche agli originali.

Nel 1885 lo studio di Stillfried venne rilevato, con gran parte delle negative rimaste, da un altro italiano, Adolfo Farsari (1841-1898), originario di Vicenza.

Fu una figura straordinaria ed eclettica di viaggiatore, imprenditore e lavoratore instancabile e fiero delle sue origini italiane. Si stabilì a Yokohama nel 1875 e, dopo aver tentato varie imprese commerciali nei campi più disparati, aprì un negozio di libri stampando anche piccole guide per stranieri, e cominciò a vendere fotografie e album di altri professionisti, fino a diventare fotografo lui stesso. Nel 1886 un grande incendio distrusse il suo studio, con tutte le lastre negative di Beato e Stillfried.
Farsari fu costretto a intraprendere un lungo viaggio per tutto il Giappone per ricostituire l'archivio fotografico. La fortuna tornò a girare presto dalla sua parte, grazie alla grande qualità della colorazione delle fotografie e alla fine degli anni Ottanta il fotografo aveva 32 dipendenti, due terzi della metà dei quali erano adibiti alla colorazione manuale delle stampe fotografiche. Nel 1888, dopo vent'anni di silenzio, iniziò una fitta corrispondenza con la famiglia, che lo porterà ad intraprendere un viaggio in Italia nel 1890. Vi morirà nel 1898 senza essere riuscito a ritornare in Giappone.

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