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La 'bottega d'arte digitale'
di Stefano Baratti
pubblicato il 15/07/2007
Le tecniche cambiano, ma gli artisti continuano ad affrontare il destino dell'arte nella società di massa e collaudare i propri incubi da un contesto magico-rituale.

La mia tecnica attuale, non quella acquisita, rientra in un'ottica che consiste nell'avvalersi di alcune discipline convenzionali quali l'acquerello, l'acrilico (raramente la pittura ad olio) gli inchiostri di china, le matite, i pennarelli a base d'acqua, il carboncino, ecc., con i quali abbozzare a mano libera su carta con superficie liscia, di solito a grana fine (Fabriano F2) un disegno preparatorio complessivo che viene conseguentemente digitalizzato con la scansione per un'ulteriore elaborazione del colore tramite il protocollo di un software (Adobe Photoshop) unitamente ad una tavoletta grafica interattiva (Wacom).
Una volta terminato di lavorare, il disegno è trasformato in documento di archiviazione ottica, su disco fisso e copia su CD e/o Zip.

Va precisato che la rapidità d'esecuzione e la vasta tonalità cromatica delle attrezzature digitali consentono una dinamica di lavoro e di qualità non facilmente riproducibili utilizzando tecniche tradizionali e danno la possibilità di raggiungere risultati grafici molto vari .

Per chi poi è costretto/a a fare i conti con il bilancio delle spese, o con lo spazio di uno studio non facilmente reperibile, la soluzione digitale mi sembra essere un enorme vantaggio.
Le dimensioni del mio studio sono quelle di un angolo di una sala da pranzo, o di una camera da letto.
La struttura è polifunzionale, e mi consente di trasformarlo in un ufficio, una banca, una biblioteca, un carosello...

Certo, a chi rimanga affezionato al concetto classico della "bottega dell'arte", lavorare entro questi parametri assume delle proporzioni cliniche, asettiche (qui non c'è nessun odore e tantomeno esposizione a sostanze tossiche) quelle, tout court, di una di torre di controllo.

Malgrado la mia preparazione artistica si sia principalmente svolta imitando due maestri perugini in cima ad una soffitta (ricordo che non potevo sollevare la testa per non battere il capo sul tetto) immerso negli strazianti vapori di trementina, acqua ragia, e tavolozze sulle quali spremevo i miei tubetti di colore ad olio, mi accorgo oggi di poter tornare in un batter d'occhio a riproporre le stesse tematiche senza imbrattarmi di vernice e polvere...
Le tecniche cambiano (mutatis mutandis) ma gli artisti, come diceva Walter Benjamin, continuano ad affrontare il destino dell'arte nella società di massa e collaudare i propri incubi da un contesto magico-rituale.

Non credo che il computer abbia eliminato il "quid" sacrale e tantomeno l'aura misteriosa dell'inavvicinibilità dell'arte.
Benjamin, dopo aver scritto "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica", conservò suo malgrado la speranza nel potenziale di "progresso" insito nell'arte.
La nostra epoca digitale, a mio avviso, ha semplicemente modificato - e agevolato - il rapporto più democratico delle masse con l'opera d'arte. Che sia forse stato il computer ha dare inizio all'abbattimento della burocrazia e delle ultime torri d'avorio?

© Copyright Stefano Maria Baratti




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