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Strana sorte, strane sorte - La pittura di Luca Alinari
di Alessandro Tempi
pubblicato il 30/08/2008
"Mais le mots, si vague qu'ils
soient, restent encore trop precis
pour exprimer ces choses."

(Pierre Loti, Pecheur d'Islande)

La strana sorte dei richiami apre alle volte orizzonti impensati, su cui balenano forze epifaniche che in un solo attimo legano e sciolgono ciò che é distante, catturano e ad un tempo liberano un disegno fascinoso ma fugace e precario quanto solo può esserlo un gioco seduttivo anzi tempo interrotto.
In arte ciò accade sovente. E non perché in quest'astratto territorio dell'esperienza umana "tout se tient". Questa sarebbe semmai la risposta di un accademismo pago di sé stesso, ma irrimediabilmente - eburneamente, potremmo dire - restio a spiegarsene i motivi. No, il fatto é che forse dovremmo cominciare a considerare o forse meglio esperire l'arte proprio come un discontinuo gioco seduttivo, come qualcosa da cui dovremmo lasciarci confidentemente attrarre, qualcosa che chiama ed a cui conviene rimettersi sospendendo il giudizio e seguendone le intermittenze e le coincidenze nei loro fuggevoli baluginii. Non dovremmo dimenticare, insomma, che l'arte é anche un gioco che, come tutti i giochi, attira verso inaspettate ed oblique forme di consapevolezza che ridisegnano, per mezzo di epifanie interiori, istantanei scenari mentali da cui ridiscendere carichi di nuove emozioni e nuove visioni. E' questo gioco, del resto, a donarci quei percorsi di senso che il pensiero é chiamato a sgombrare e rendere percorribili.

Con Alinari ho pensato a Montale. Non c’è voluto molto perché dall'animazione indisciplinate del suo universo figurale, dalle sue continue, cangianti oscillazioni di senso, da quel suo innocente e ad un tempo perturbante giustapporre di forme, risalissi al poeta di "Arsenio":

"Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiere
percosse; la tempesta é dolce quando
sgorga bianca di stelle di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'é prossima: se il fulmine la incide
dirompe come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani é il rombo silenzioso
."


E non tanto per una meccanica di comparazioni o assimilazioni che risulterebbe poi, nel nostro caso, coatta, quanto per quella seduzione delle coincidenze che sola sa restituire la levità di un gioco di rimandi che dura un attimo, così come un attimo dura l'eco di quel "rombo silenzioso" che é come un invio che non designa un verosimile orizzonte, ma chiama a raccolta ciò che vi latita: frammenti incongrui, figure spiazzanti, forme che smentiscono il reale. Difficilmente si potrebbe comprendere compiutamente l'arte dei rimandi senza rimettersi all'avventura delle immagini; del resto, vorrebbe da dire, essa pare la sola via per parteciparvi attivamente, per condividere il loro tesoro e riportare indietro ciò che tutte le vere avventure, alla fine, ci assicurano: l'emozione -o, come ama dire Alinari, la "felicità" - di un momento in cui tutto ciò e solo ciò che é fondamentale accade.
Si scoprirà allora che vi é una sottile ironia in tutto questo, che prima ancora di sostanziare l'armamentario retorico delle immagini, coincide in Alinari con un atteggiamento mentale in qualche modo pre-pittorico (se ciò è possibile), con uno sfondo di natura esistenziale in cui tutte le prospettive risultano radicalmente rovesciate; non é il possesso del reale il nodo cruciale dell'artificio rappresentativo (o creativo), ma semmai il suo contrario, vale a dire lo spossessamento: quanto più insomma questo artificio rifiuta il nesso coartante non solo col reale, ma soprattutto con la paralizzante pretesa intellettuale insita nella convenzione rappresentativa, tanto più allora la pittura, fuggendo dalla pittura stessa - come ama dire Alinari - può scoprire qualcosa in più di se stessa; quanto più si assottigli e si rarefà il rapporto fra pittura e mondo, tanto più essa sa essere "mondana" erompendo con le sue seduzioni nella convenzionalità dell'esistente. Certa pittura, disse una volta un critico, é come una bella donna che si finge sciocca per poter prendersi gioco più spietatamente della banalità dei suoi corteggiatori.

Di questo gioco avventuroso e seduttivo, ricco e povero ad un tempo - ricco perché irto di immagini fascinose e povero perché pur sempre consegnato ad una mediazione segnica (ed in questo senso va letta l'ambivalenza quadro/finestra di cui spesso parla Alinari) - la pittura di quest'ultimo si pone non a caso come interprete privilegiata, che deve il proprio privilegio all'impresa generosa di tradurre la soggettività dell'esperienza nell'oggettività di un sistema autonomo di segni. E' questa, del resto, la via per leggere nella rotonda mondanità della sua animazione l'ostensibile ricerca di fantasmi eversivamente adunati a rivelare il montaliano "anello che non tiene" del mondiale contrabbando di senso dell'esistente.
Non che questi fantasmi siano da intendersi - occorre dirlo - come viatico apotropaico nell'attraversamento del "punto morto del mondo". Tutt'altro. La pittura, osserva con lucidità Alinari, non dà riscatto, semmai conferma la condanna. Sublime anacronismo di un mondo che fa mostra di non averne più bisogno, essa tuttavia sperimenta in questa sua storicizzata impossibilità la sua autentica ed unica possibilità, che é quella di conferire forma nominante - e quindi senso - alla sempre più estesa inconciliabilità fra la propria essenza di artificio e l'irraggiungibilità del reale. E' proprio in questa strana sorte di terra di nessuno, comunque, che si dispiega oggi per Alinari la strana sorte di un'arte più che mai consapevole, come ogni seduzione ben giocata, della propria ineliminabile precarietà e finitezza. Ma anche, e forse proprio per questo, della propria utopia.

Leggi FUGA DALLA PITTURA, una conversazione con Luca Alinari



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