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Successioni simboliste
di Ferruccio Giromini
pubblicato il 22/03/2007
Fisionomie dell’ignoto… Effluvi liliali... Cime e abissi della voluttà… Seduzioni macabre… Diavolerie… Creature della luce e delle tenebre… Ebbrezze mistiche… Gli sguardi di Medusa…
Se proprio è inevitabile uno svelto e condensato riassunto delle puntate precedenti, perlomeno che si parta subito con una esplicita marcia indietro: À rebours s’intitola difatti, magnificamente, il famoso romanzo di Joris-Karl Huysmans considerato il punto di partenza del Simbolismo. È il 1884: data di nascita d’un movimento artistico che nasce asserendo a chiare lettere di voler andare “a ritroso”. La ragione principale sta nel suo voler essere bellicosamente anti-naturalista. In Francia, la polemica era contro la cultura mediottocentesca imperante, contro Émile Zola, il Romanticismo, il “pompierismo”, ma pure contro lo stesso Impressionismo. Con Huysmans, si sceglie allora di preferire al reale l’ideale: il simbolo, appunto, anche azzardato e magari oscuro, molto meglio della rappresentazione piana o pomposamente allegorica.

Sarà una gran rivoluzione di “ismi”, che, pur impastandosi con inevitabili detriti neoclassicisti e tardoromantici, pescherà un po’ dal Parnassianismo francese e un po’ dal Preraffaellismo inglese di Rossetti e Burne-Jones; e che a sua volta svilupperà le intuizioni estetiche di antesignani quali Puvis de Chavannes, Fantin-Latour, Moreau (“Io credo solo a quel che non vedo, solo a quanto sento”) per dare vita – grazie all’operato di nuovi artisti come Redon e Maillol in pittura e Rodin e Bourdelle in scultura – anche a quelle famose caratteristiche del tourbillon rimescolatorio di finesecolo via via note come estetismo, decadentismo, dandismo. Invero cruciale in quella temperie culturale, il Simbolismo neppure è estraneo allo sviluppo successivo di fenomeni come l’Art Nouveau, di cui anticipa le morbose morbidità; e, se vogliamo, nemmeno all’irruzione in scena della psicoanalisi, attraverso le nuove attenzioni alla psiche, specie femminile, manifestate dalla Secessione viennese, e in particolare da Klimt, o alla glaciale personalità della femme fatale studiata dal belga Khnopff. E relazioni più o meno dirette se ne potrebbero trovare ancora molte altre. Ma fermiamoci qui, in vibrante bilico tra un secolo e l’altro.

Per non perdere l’equilibrio, allora, prendiamo meglio le misure del paesaggio circostante. Si è parlato più che altro del mondo francofono, e in genere è esattamente in tale ambito geografico che si tende a situare il letto principale del fiume simbolista. Allo stesso modo, si tende a farne proseguire il corso al massimo fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la corrente, snervata, si sarebbe esaurita. Ma questa importante esposizione di Cento, tra caparbietà e acribia, vuole approntare un autonomo “riassunto delle puntate successive”. Ovvero mettere qualche speciale puntino sulle “i”, avanzando una serie di precisazioni spaziotemporali da non sottovalutare: 1) il fenomeno simbolista è di tale portata non si esaurisce presto, ma si rinnova e si ritrasforma da una Grande Guerra all’altra, anche nella Mitteleuropa, anche in Italia; 2) esso continua a riprodursi con vitalità soprattutto nell’Est europeo, dove le istanze simboliste sostituiscono quelle che altrove saranno più precisamente surrealiste; 3) partecipa del grande movimento novecentesco, che coinvolge tutto il mondo occidentale, di studi (psicoanalitici, etnologici, esoterici) sul pensiero mitologico e sulle pratiche magiche, lì dove i vari circoli iniziatici accolgono al proprio interno etnografi, surrealisti, teologi, misteriosofi, esteti e appunto artisti; 4) in particolare a partire dagli ultimi anni ‘70 , si rimette in gioco con piglio rinnovato attraverso l’attività di molta illustrazione internazionale, quella cosiddetta fantasy, che si alimenta abbondantemente di quegli stessi sogni ideali; 5) infine, dopo la metabolizzazione ormai sociale degli studi psicoanalitici e antropologici del Novecento, ulteriori sopravvivenze del sentimento visionario simbolista sono rintracciabili senza difficoltà nel panorama della cultura anche popolare contemporanea, tra la fotografia e il fumetto.

Di fatto, grazie ad un taglio scientifico originale ed efficace di antropologia dell’arte, precisamente quello cui ci ha abituati negli ultimi anni il curatore Roberto Roda, i temi affrontati s’intrecciano attraverso la studiata alternanza delle tecniche espressive, delle provenienze geografiche, delle datazioni, creando continui e spesso inattesi cortocircuiti, dove le rispondenze rimbalzano e si illuminano a vicenda, dimostrando gli eterni ritorni dei meccanismi psichici che si esprimono attraverso la svariante creatività figurativa umana. E, una volta di più, tout se tient.

I diversi percorsi offerti dalla mostra sono complementari e tra loro perfettamente combacianti. Già dalla prima immagine introduttiva, ancora vittoriana, si preannuncia così l’atteggiamento fondante del sentimento simbolista pronto ad irrompere: la fascinazione profonda di fronte al mistero, con sguardo un po’ pieno e un po’ vuoto – laddove però il rapporto con l’ignoto, manifestato dall’occhiata dei due fanciulli abbracciati di fronte al (pur finto) drago volante, si palesa tutt’altro che pacifico, almeno per quanto riguarda il maschietto, che appare decisamente più intimidito della femminuccia. Ecco: lui ha più paura di lei: subito la femmina, addirittura prepubere, si segnala non solo quale segreta imperatrice nel centro dell’immagine e dell’immaginario simbolista, ma si afferma come unica possibile figura-guida nell’arcano mondo dei simboli, esattamente quale simbolo essa stessa e contenitore di simboli per eccellenza.

Da qui parte l’itinerario fascinoso della mostra, lungo il quale ogni immagine si trova in rapporto con la precedente e con la successiva, in un ininterrotto gioco di assonanze e rimandi che ci proietta dal Simbolismo fin nel contemporaneo e viceversa. Veniamo così a contatto, alternando attrazioni e timori in sempre nuovi batticuori, con dèi, démoni, esseri ibridi, e stessi umani ignoti a se stessi, spersi in un universo ampio, le cui ampiezze e vuotezze fan paura letteralmente.

In simmetrie silenziose che nascondono messaggi ancora incomprensibili, di fronte a ciò che la natura nasconde, o semplicemente non dice e lascia immaginare, è quasi inevitabile la nudità degli attoniti attori umani, la nudità come cifra visibile dell’indifeso.

Nel mezzo di paesaggi panici che sono paesaggi interiori, anche i volti sono paesaggi psicoanalitici. Ed è notevole la collazione di ritratti fantastici – forse autoritratti: di quando ci si guarda allo specchio e il riflesso che esso rimanda non è quello che ci si aspetterebbe, ma una sorpresa, sovente brutta – dovuti a una serie di artisti prodotti da un’Italia centrifuga, cui la realtà terragna non basta, che vogliono vedere il mai visto, che vogliono immaginare l’inimmaginabile, che amano rappresentare l’assente. E non a caso lo catturano bloccandolo in una frontalità assoluta, da cui non si scappa.

Invece le donne, ah le donne, quanto più pure e “giuste” appaiono nell’illusione beata del simbolo, dove la divinità è femmina. Che siano profumate vergini in processione nelle feste di primavera, o ninfe sensuose della natura vegetale o animale, o mènadi pronte a scatenarsi per esaltare la fertilità, è l’ennesima riconferma che l’arte è pagana, e meno male; mentre in certi calamitosi monoteismi il dio unico è maschile e maschilista, e c’è ben poco da rallegrarsi.

Invece nel sentire simbolista, vieppiù nitido quando nordico, la voluttà mistica invade tutto, panteisticamente, anche il paesaggio, specie se di montagna. Le vette, le nubi, l’alto dei cieli, l’immensa distesa del mare sono tutti templi naturali per la purezza assoluta del corpo giovane, offerto al rigenerante fresco dell’aria, non meno che per le barbe bianche dei vecchi saggi, discreti ma autorevoli inviti alla meditazione.

Sull’altro versante del sogno, naturalmente, al di là del famigerato specchio, simbolo disperato di vanitas e di quella morte che vorrebbe negare, stanno gli incubi. I richiami della ineluttabile disgregazione. Il confronto della bellezza con la sua vanità purtroppo implicita. La fine della fertilità. La vittoria sogghignante del tempo su tutto. La danza macabra del memento mori. E nel frattempo si snoda la strada disseminata di diabolici trabocchetti. Peccati per tutti; tutti peccatori e peccatrici. Pulsioni oscure, riti sulfurei, labirinti di passioni ora soffocate e ora lasciate esplodere, segreti inconfessabili, deliri sincretistici, satanismi cattolici, insradicabili sadomasochismi. Con l’essere umano sempre perdutamente smarrito tra la notte più buia e il giorno più luminoso, con l’artista simbolista sempre ciclicamente dibattuto tra l’angelismo preraffaellita e il demonismo di Moreau. Ed è qui che risorge, come Pasqua periodica, la stordente ubriacatura della Fede imperante e imperativa, a sua volta coi suoi simboli: Inferno e Paradiso, Croce, Cristo, Madonna.

Fino a che il tutto si scioglie nelle spire del grande rettile, lì dove il tutto era anche iniziato: nell’avvolgente e mortale sguardo di Medusa – la femmina pitonessa, ennesimo simbolo ritornante e immortale, che si offre finta schiava per essere padrona completa. Ennesimo simbolo, appunto.

Un testo scritto in occasione della mostra:
EREDITÀ DEL SIMBOLISMO
Mitologie, etnografie, esoterismi
Civica Galleria d'Arte Moderna "Aroldo Bonzagni", Piazza Guercino 39, Cento (FE)
12 marzo 2007- 3 giugno 2007

Ferruccio Giromini


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