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Giuseppe Capogrossi, "Superficie G.108"
di Vilma Torselli
pubblicato il 27/04/2007
Segni arcaici di civiltà remote e sigle grafiche elementari per esprimere il senso dell'eternità della vita.
Per quanto strano possa sembrare osservando quest'opera, eseguita nella piena maturità artistica, Giuseppe Capogrossi (1900-1972) esordisce come figurativo, come rigoroso e colto seguace della tradizione classica italiana che lo porta anche a copiare le opere di alcuni grandi maestri del passato.
Nei primi anni '30 si nota l'inizio di un processo di progressiva trasformazione che si concluderà alla fine degli anni '40, attraverso il quale egli costruirà il suo definitivo lnguaggio poetico, che farà di lui uno dei massimi esponenti europei dell'informale, come riassume efficacemente, nel 1967, Giulio Carlo Argan : "Fino ad una certa data Capogrossi ha fatto una pittura figurativa e tonale, densa di contenuti poetici. Poi li ha estromessi e, contemporaneamente, la figurazione e' scomparsa. Da quel momento la sua pittura ha cessato di essere elaborazione di materiale poetico ed e' diventata poesia nel senso tecnico e strutturale del termine, come movimento metrico e tessitura ritmica...".

Pur nella gradualità del processo evolutivo del linguaggio, il radicale, concreto cambiamento dei mezzi espressivi è, tuttavia, quasi repentino, dapprima evidenziato dal colore che si fà più acceso e violento, dalla pennellata più mossa, e poi dalla drastica riduzione dei temi e delle figurazioni, fino a giungere ad una elaborazione semplificata dello stesso motivo ed ad un passaggio deciso dal realismo rappresentativo all'astrattismo, collocandosi al margine dell'astrazione lirica.
Dice di Capogrossi, nel 1949, il critico e pittore Michel Seuphor: “.....improvvisamente, senza alcun segno premonitore, abbandonò il figurativo per l’astratto, il mestiere per la fantasia”.
Con una personale del 1950, Capogrossi si avvia dichiaratamente verso un linguaggio anoggettivo, che privilegia il senso strutturale della rappresentazione, la ricerca di una metrica e di una ritmica espresse da moduli grafici ricorrenti, segni di valore simbolico, talvolta vicini agli ideogrammi, impressi sulla tela secondo precisi ritmi spaziali ed armoniose strutture compositive (molto significativa la sua adesione al manifesto spazialista di Fontana, Crippa e Dova).

Mi pare che Sir Roland Penrose, critico e collezionista inglese, individui in modo perfetto le caratteristiche dell'opera di Capogrossi quando afferma: "I suoi segni individuali richiamano, specie quando vengono ripetuti in serie, alfabeti di lingue che non possiamo leggere, ma nei quali l'effetto di consequenzialità e di ordine è tale da implicare la presenza di un significato..........I quadri di Capogrossi appaiono simili a rendiconti di luoghi da tempo scomparsi..........La loro finitura semplice e pulita è qualcosa di impersonale e di contemporaneo......".
L'apparenza impersonale dell'opera di Capogrossi, che Penrose rileva in altre occasioni con una certa insistenza, è in realtà la ricerca di un ordine, di un'essenza quasi algebrica del segno, che si libera nella ripetizione del classico grafema artigliato, a tridente, reiterato eppure mai ripetitivo, slegato da ogni convenzionalismo poetico, nel quale, come dichiara lo stesso Capogrossi, egli trova “la libertà, la felicità, la pienezza del proprio essere, l’espressione diretta del proprio esistere”.

In questa "Superficie G.108" del 1960, collage su carta intelata di 90 x 70 cm, come in altre composizioni di Capogrossi, pulsa un ritmo primitivo, quasi espressione di un ordine arcaico precostituito, scritto nella natura con segni forti e vagamente ossessivi, caricati di significati simbolici, immersi in uno spazio monumentale che ignora la prospettiva: per effetto di una potente suggestione allusiva che travalica qualsiasi riferimento naturalistico, ogni elemento grafico diventa "segno", sigla grafica elementare, reperto archeologico di una realtà metafisica, che trasfigura ed assimila le forme naturali in una tessitura potente di viva forza emotiva e di grande dignità formale.


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