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Arte moderna e arte contemporanea
di Vilma Torselli
pubblicato il 5/04/2007
Modernità e contemporaneità, due concetti cronologicamente vicini e concettualmente distanti.
"L'arte è una condizione, una condizione eraclitea di continuo mutamento" (Marcel Duchamp)

E' inevitabile operare una distinzione tra arte moderna ed arte contemporanea, definendo con la prima l'insieme delle manifestazioni che oggi siamo in grado di valutare e giudicare da un punto di vista sufficientemente lontano per garantire un'adeguata prospettiva storica, con la seconda fenomeni culturali ancora in atto ed in formazione, che ci coinvolgono e sui quali non è possibile, proprio per questo, formulare giudizi oggettivi.

Verso la fine dell' '800, per una serie di fattori di ordine socio-culturale ed anche economico, si assiste al diffondersi di un nuovo bisogno di libertà di pensiero, una nuova apertura mentale, la voglia di confronto e di trasgressione nei riguardi della cultura del passato, e da un primo movimento innovativo come l'Impressionismo, che suscita immediatamente scandalo nella critica e nel pubblico, pur avendo ancora chiari legami con la tradizione figurativista dell' '800, si sviluppano poi tutti i movimenti avanguardisti del '900, in posizione polemica e critica con la tradizione ottocentesca, alcuni in modo fortemente violento.
E' così che si forma l'immagine anche un po' retorica dell'artista emarginato, isolato, in lotta perenne con la società, con il rischio, come osserva anche Gombrich, che si finisca per identificare come arte ogni opera di opposizione.

L'arte moderna nasce quindi con il pre-impressionismo, quando lo sviluppo incipiente dei mezzi di comunicazione e di scambio commerciale ampliano l'orizzonte del mondo dell'arte, prima confinato nei limiti delle scuole e delle accademie, strutturando un sistema anche commerciale di diffusione dell'opera d'arte, sistema commerciale che ancora oggi è uno dei più potenti mezzi di condizionamento del mondo artistico, attraverso tutta una serie di figure di "mediatori", quali il critico, il gallerista, il mercante, il collezionista.
Queste figure-chiave di veri e propri professionisti del settore, sono oggi, nel nostro "regime della comunicazione", dove chi più, e più rapidamente, comunica ha maggiori possibilità di successo, i veri produttori degli eventi artistici, gli indiscussi gestori della produzione artistica contemporanea: su questo argomento è di grande interesse un libro, "L'arte contemporanea" di Anne Cauquelin, libro che in Francia, dal 1992 ad oggi, è stato stampato in ben 6 edizioni, dove viene minutamente analizzato il fenomeno dell'arte contemporanea.

A seguito di un complesso di considerazioni di carattere generale, non solo specificatamente artistico, ma anche sociale, economico, di costume, l'autrice giunge alla conclusione che l'arte "...... appare, quindi, un sistema autoproducentesi e autodigerentesi; in ultima istanza coloro che la producono sono anche coloro che la consumano...." pervenendo quindi alla constatazione che "...ancora una volta il contenente prende il sopravvento sul contenuto: è la 'messa in vista' ('questa è arte') che genera il significato, non le opere; è la rete che esibisce il suo proprio messaggio: ecco il mondo dell'arte contemporanea".

Alla luce di questa evoluzione di costume, supportata dall'instaurarsi di un "regime del consumo" parallelamente ad un "regime di comunicazione", appare quanto mai significativa la posizione di Marcel Duchamp, antesignano della figura dell'operatore artistico contemporaneo.
Basta pensare al suo ready-made che, come tanta arte contemporanea, oggetto anestetico per eccellenza, acquista valenza artistica in funzione del luogo in cui viene esposto, pur essendo il suo valore intrinseco assolutamente assente o indifferente, basta pensare alla sua figura di uomo di successo, acclamato e riconosciuto come grande innovatore che mette definitivamente in crisi il carattere un po' bohemien dell'artista delle avanguardie, per ritrovare alcuni tratti salienti di tanti personaggi di oggi che agiscono all'interno di un sistema in cui, come dice la Cauquelin, "l'artista non è un elemento a parte, separato dal sistema globale: non c'è autore, non c'è spettatore, solo una catena di 'comunicazione' che si chiude su se stessa".

Andy Warhol, fondatore della Pop Art, forse cronologicamente l'ultimo movimento appartenente all'arte moderna, cerniera di raccordo con l'arte contemporanea, è sicuramente il personaggio che meglio esprime e sintetizza le caratteristiche dell'artista-comunicatore, comprendendo l'importanza della pubblicità della propria immagine, molto più che della propria opera: in lui, il nome e l'opera coincidono, sono la stessa cosa, l'opera si identifica nella firma del suo autore.
Scopritore dell'oggetto di consumo che propone nella sua banalizzazione più impersonale, Warhol inaugura il concetto del consumo dell'arte, la quale trae il proprio significato dal solo apparire, dalla saturazione dell'informazione pubblicitaria, abbattendo l'ultimo baluardo che caratterizzava l'evento artistico, la sua localizzazione, che in Duchamp faceva la differenza.

Oggi sappiamo che la computer art sta attuando uno sconvolgimento radicale dell'idea stessa dell'arte, mettendo in crisi il concetto e la definizione dell'opera d'arte con le sue immagini generate dalle nuove tecnologie digitali, completando in qualche modo un processo che, dall'arte moderna a quella contemporanea, ha attuato una progressiva sostituzione del contenuto con il contenente, del reale con l'informazione su di esso ed ora con il virtuale: semplicemente, il referente non esiste più, sostituito da un codice binario, da numeri, calcoli, processi mentali.
Attualmente ciò che si riscontra in campo artistico è, spesso, un miscuglio di diversi elementi, dove è difficile discernere nette prevalenze: come sempre, l'arte saprà trovare la sua via e darci ancora nuove emozioni?


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