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Ground Zero
di Vilma Torselli
pubblicato il 19/06/2007
"La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo" (Marc Augé, "Le temps en ruines")

E' partita la più grande ricostruzione dell'ultimo secolo che non sia stata imposta da cause belliche o da sismi naturali, quella dell'area tragicamente nota come Ground Zero, nel cuore della metropoli simbolo dell'occidente ricco, tecnologico e moderno.
L'Agenzia Governativa incaricata della gestione del concorso per il progetto del nuovo WTC ha operato una scelta fondata non solo su criteri di eccellenza progettuale, ma basata anche sul consenso allargato di varie realtà sociali, addetti ai lavori, gente comune, comitati di parenti delle vittime, per giungere ad una condivisione plebiscitaria come si conviene ad una situazione che ha colpito e coinvolto le coscienze di tutti gli strati della società civile.
Tra i progetti presentati ha avuto la meglio quello proposto da Daniel Libeskind, grazie al quale lo spazio di Ground Zero ospiterà tra breve un grandioso complesso architettonico dominato in altezza da una guglia alta 1.776 piedi, numero che ricorda l'anno dell'Indipendenza americana, e da due grattacieli "tagliati" come due cristalli alla sommità. Il tutto raccoglie la sfida del complesso delle Petronas Towers in Malaysia, attualmente gli edifici più alti del mondo, superandoli di un centinaio di metri.
Libeskind, che è un professionista della celebrazione, uno specialista della memoria, progettista del Museo ebraico di Berlino, del Museo ebraico di San Francisco, del Museo della guerra a Manchester, prevede per il nuovo WTC anche un Memorial Garden di circa 1,6 ettari e la conservazione a vista di ciò che è rimasto delle fondazioni delle Twin Towers. Per un sol giorno all'anno, ogni 11 settembre, un fascio di luce inonderà la piazza dalle 8.46 alle 10.28, intervallo di tempo in cui si è consumata la tragedia.
Sarà questa la testimonianza fisica di un avvenimento unico per eccezionalità e tragicità, profondamente sentito da una collettività ancora emotivamente traumatizzata, il ricordo del quale deve essere tramandato alle future generazioni di americani.

Il ricordo è certamente un bene prezioso, che l'uomo traduce solitamente in simboli celebrativi legati ad una forte carica emotiva, come un monumento, un memoriale, un mausoleo, un museo: il termine stesso, "ricordo", che deriva etimologicamente dal latino cor-cordis, porta con sé la valenza emozionale legata ad un accadimento di determinante importanza psicologica, che, in qualche modo, colpisce "al cuore".
Forse sarebbe preferibile un altro termine, "memoria", che è "funzione generale della mente, consistente nel far rinascere l'esperienza passata, che attraversa le quattro fasi di memorizzazione, ritenzione, richiamo, riconoscimento" (Nicola Zingarelli, "Vocabolario della lingua italiana").
C'è, tra i due termini, una differenza sostanziale, tanto che definirei il ricordo un atto passivo, innescato dalla vista del monumento, del mausoleo, del museo, e la memoria una funzione attiva, che permette, con atto della mente razionale ed emotivo insieme, di ricostruire ricordi interiorizzati e divenuti parte del patrimonio mentale.

Nelle città italiane, la memoria è rappresentata dai centri storici, cristallizzazione del passato dei luoghi, dove, per ricordare, non c'è bisogno di monumenti, basta camminare sulle antiche pietre di una qualunque città italiana, dove sedimentazioni di secoli di storia vivono accanto a noi, in continuo divenire assieme allo scorrere delle nostre vicende umane.

New York è la città, nel mondo, che più demolisce, ricostruisce, amplia e rinnova il suo patrimonio edilizio ed urbanistico, il passato non ha tempo di solidificare, ciò che si evolve è un continuo presente che rincorre il futuro, lo spazio vuoto di Ground Zero è un'anomalia accidentale, alienante ed estraniante, è un baratro, nel quale è precipitato un po' dell'orgoglio americano.
Ma questa immane distruzione ha costruito l'occasione, unica ed irripetibile, per innescare il processo progettuale di una urbanizzazione d'emergenza che non sia semplice sovrapposizione di spazio su spazio, luogo su luogo, ma pretesto per reinventare la semantica dell'architettura, per operare una reinterpretazione spaziale, in grado di "produrre un processo epifanico di rivelazione di un diverso uso per una diversa fruizione" (Francesca Iovino, 'Total machine')
Un'occasione imperdibile, perché "La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo" (Marc Augé, "Le temps en ruines,"), perché è il tempo che trasforma le macerie in rovine e costruisce la coscienza della storia.
E le macerie escludono le rovine: le prime frutto della storia recente, le seconde residuo di un passato storico, hanno un rapporto antitetico con il tempo, le prime lo azzerano, le seconde lo testimoniano. Per questo un mondo senza rovine è un mondo senza storia.

Se l'occasione è stata colta lo sapremo quando la svettante guglia di Libeskind dominerà lo skyline di una città dove il verticalismo non è solo una scelta strutturale ma un modo di concepire la vita, un assetto sociale, politico, economico, dove tuttavia si impone la necessità di una ricostruzione non solo fisica che parta dal ground zero delle coscienze, da una catabasi nella parte oscura di una cultura che si è rivelata fragile e vuota di significati interiori e che deve scoprire in sé stessa come arrivare ad una rifondazione dei valori su cui si sorregge.

Perché per la prima volta a New York, le macerie, quelle del WTC, non sono il risultato di una delle tante operazioni di demolizione-ricostruzione, sono la tabula rasa, la prima stratificazione di un passato del quale bisogna cominciare a costruire la memoria, perché credo che abbia ragione chi ha detto che un popolo, se non sa da dove viene, non sa nemmeno dove sta andando.





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