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BOYS DON’T CRY
di Stefano Elena
pubblicato il 04/03/2007
da “Lullaby”, personale dei due giovani artisti sardi Silvia Argiolas e Giuliano Sale,
Roma, 27 febbraio - 13 marzo 2007
Terribilis est locus iste
Un’introduzione breve

Ne esistono tante, di storie e leggende suggestive, di curiosità nostrane che, dietro le apparenze d’una folkloristica mascherata acchiappa-turisti, nascondono un inenarrabile fondo d’attendibile e antica verità, giunta a noi grazie alle periodiche consegne generazionali che il verbo parlato un tempo era solito attuare.



Silvia Argiolas



Giuliano Sale
Specie nelle campagne poco battute e quasi disabitate, nei dintorni di province dove il cielo preferisce l'abito scuro e le residue anime residenti saprebbero egregiamente personificare il significato di termini adulti come "canuto" e "senile", il passato accennato a voce, quello lontano, può riuscire a diventare mito.

Ne esistono tante, di storie e leggende così, e spesso sono crudeli.

Come destinati a minacciare eternamente l'infanzia nuova che avrà l'inconsapevole coraggio di abitare quei posti poco vivi, i racconti per non dormire rubati alla memoria di antenati andati non si dimenticano mai, radicati profondamente come sono nei resti di terre modeste e inestirpabili dai cuori stanchi di vite stanche che della reminiscenza fanno fonte affidabile d'erudizione e compagnia fidata per gli ultimi giorni.

Dalle mie parti, ad esempio, su al nord, ne esiste una su tutte, di storia non troppo piacevole, che prontamente i lavori di Argiolas e Sale, al di là delle differenze, mi hanno ricordato.

Si chiama "La strage di bimbi" e si svolge tra Santa Margherita e Santo Stefano, dove tra il 1817 e il 1834 ottanta bambini morirono per peste e tifo. Una lapide sui portali d'ingresso dei due paesi recita, ancor oggi, "Terribilis est locus iste": questo è un luogo terribile.
E anche questo, questo di Lullaby, è un luogo terribile.

La fine di Alice
Una fine lunga

Come se un'icona inalterabile dell'immaginario collettivo avesse irrecuperabilmente e doverosamente rassegnato le sue dimissioni, la pittura dei due ideatori di questa ninnananna noir - ambientata ai giorni nostri e tarata sulle dimensioni esistenziali dei bambini in corso - intende provvedere ad una nuova raffigurazione dell'infanzia che si accinge a crescere, rappresentandone le forme e i colori (soprattutto le forme e i colori) che con sintesi eloquente sanno restituire le misure organiche di un mondo dalle strane tinte.

Alice, è cosa certa, non c'è più. E anche il suo paese, quello delle meraviglie, di recente non se la passa troppo bene. Lolita invece, dopo le attenzioni particolari ricevute, è sempre allo stesso angolo di strada e per quanto i clienti comincino a rarefarsi, sembra riuscire a tirare avanti.
Oggi, ora, gli eroi adolescenziali sono costretti a fare così, ad adeguarsi alle effettive esigenze comportamentali che il loro universo prevede e include, senza alcuna possibilità di sottrarvisi, di cambiare mondo.
Non è un caso che i giovani uomini della finzione attuale siano sempre pronti a fottere e a deviare come il "Ken Park" di Larry Clark, somiglino alla Tracy ("Thirteen") di Catherine Hardwicke o siano tenuti a spacciare coca consegnando pizze come il Liam di Loach ("Sweet Sixteen"). Anche Leroy, quel/la bugiardo/a di J.T. Leroy, responsabile di un'acuta, giustificabile e redditizia operazione commerciale, è specchio di una contemporaneità sfatta che a quanto pare non sa più di che farsene dei classici intrattenimenti proibiti, del degrado abituale.

L'ultima storia "di ragazzi" che ho letto si intitola "Bungee Jumping", l'ha scritta Gero Giglio e racconta dell'amore timido, titubante ma profondo, tra Sole e Tommy, tredicenni vittima dello stato delle cose (cit.: "I miei ci violentano da anni, loro e i loro amici che ci pagano perché ci lasciamo scopare. Presto ci porteranno via da casa" o, peggio, "Oggi ho mangiato la cacca di uno, fa schifo!").
Bastevole, suppongo, al fine di attestare quanto le espressioni tutte convergano verso l'unanime necessità di dichiarare il vero, di riflettere la portata grave di biografie inventate prendendo spunto dal mondo autentico, dalla genuinità di strutture e formazioni familiari che tra le loro insondabili mura domestiche allestiscono le più perfette performance antiuomo.
Se Bradbury riconosceva agli adolescenti il merito narrativo di un minaccioso fascino malvagio (valga d'esempio quel "Gioco d'ottobre" che porta alla dissezione del corpo di Marion, "…con quei otto anni quieti. Mai una parola. Solo quei suoi occhi grigi luminosi, quella bocca sempre atteggiata a sorpresa") e Paolo Di Orazio li rendeva protagonisti dei suoi "Primi delitti" splatter, gli autori più recenti non possono che lasciarsi dietro la fantasia suggestiva tipica del villaggio dei dannati per ricalcare un realismo spaventosamente più incredibile dell'invenzione.

Ed eccoci al luna dark di Giuliano Sale e Silvia Argiolas, firme giovanissime di una figurazione che ibrida il pop surrealism di Marion Peck e Mark Ryden con le cifre cromatiche del primo Buccella, approdando all'edificazione di un carosello turbato che danza sulle note introverse di un carillon guasto.
I bimbi partoriti dai due sono figli illegittimi dell'era sterile e anaffettiva che ammorba l'educazione prendendo le distanze da qualsiasi forma (e maniera) di insegnamento utile. Le nozioni imperanti vengono inferte come colpi d'ascia che lasciano barcollanti i piccoli corpi esausti.

La serialità magrittiana delle creature di Giuliano Sale, sempre con la bocca all'ingiù come se imbevute di un'amarezza che non si toglie, vestono uniformi d'ordinanza orientate verso l'assolvimento di obblighi certi, utili alla società e rispettabili. I loro destini sono soggiogati da un futuro che già ricopre le loro forme, impietrite come figurine da collezione e stagliate su sfondi irrilevanti simili a quelli degli ostaggi.

Silvia Argiolas invece colloca le sue giovani vergini (?) tra gli incubi che le assediano, in mezzo a una tebaide notturna per storie gotiche dove si è ancora ed incessantemente soli. Le sue fiabe avrebbero potuto tenere compagnia alle "Piccole donne uccidono" della Alcott oppure potrebbero illustrare le interruzioni dissociative che la psicoanalisi è solita diagnosticare con frequenza regolare. Le bimbe acide della Argiolas non sono qui: forse come Alice, hanno preferito abitare luoghi lontani, irraggiungibili, nascosti tra le forme danneggiate di un altrove tutto loro.

Vedo "Lullaby" somigliare sempre più a una nenia che a una ninnananna.
Intuisco dalle identità apparenti di questi ritratti immobili e dai volti anonimi dei loro protagonisti - contraddistinti da simboli misti che sembrano volerli archiviare, stiparli nel deposito di una memoria condivisa dove l'accesso è negato - una consumata, ingiallita abitudine all'isolamento prima imposto e poi voluto.
Sento, tra le pareti senza spiragli di Giuliano Sale e nei giardini delle vergini suicide della Argiolas, aleggiare cantilene lamentose dai testi indistinti, come se anche loro risentissero di un logorio da usura che le ha rese stanche.

Il silenzio che resta qui, dentro gli spazi allegorici di questi bambini, può comunque aiutare a prender sonno. Può, forse vuole, essere una ninnananna senza parole e suoni, un accompagnamento assente tra i sentieri aridi di un paese illogico quanto la realtà.
Ed è lì, nella realtà, che gli adolescenti sembrano più cresciuti dei loro padri, le occhiaie creano ombre premature sui loro volti e i bisogni infantili sono in prognosi riservata.
E' nel mondo vero, ovvero nel peggiore dei luoghi terribili, che succede d'aver voglia di star soli anche quando è troppo presto per farlo.

Con l'ovvio augurio che Sale e Argiolas non vogliano decidere di concepire figli diversi da quelli che sono soliti dipingere, mi accingo a proseguire il mio cammino in queste terre di mezzo, quelle dove vivono i prossimi adulti. Quelle che al paese delle meraviglie continuano a preferire stanze chiuse e dispersioni notturne. Quelle così vicine alla realtà che basta poco per raggiungerle. Anche un carillon guasto.




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