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Pietro Mancini
intervista di Stefano Elena
"A volte l'intervento migliore è l'assenza"
L'opinione pubblica, specie quella residente nel nostro belpaese, potrebbe reputare "moralmente incerta" la trattazione creativa di tematiche riguardanti l'adolescenza, gli anni delle tante e decisive scoperte, i volti delle età acerbe e i corpi umani ripresi proprio mentre cominciano a sembrarli, umani.


"Anima-le in cattedrale"




"Riccardo cuor di leone"




"Magnolia"

Pietro Mancini, da buon artista, è tenuto ad elaborare le istanze espressive pervenutegli, quelle esigenze che fanno dei preconcetti materia inconsistente e nulla.
Possiamo così fortunatamente consultare i fascicoli generazionali preparati e proposti dal nostro, le "catalogazioni" (come le chiama lui) delle attitudini, dei temperamenti e degli imbastardimenti dei piccoli uomini d'oggi, facenti parte di una proliferazione quasi autonoma ed autoreferenziale che sembra coltivarsi sugli appezzamenti edificabili della pubblicità, del sistema, degli organismi sociali e di tutte le varianti trasmittenti oggi disponibili sul mercato e nei pensieri.

I bambini si preparano a diventare grandi eleggendo i propri maestri estetici, connettendosi direttamente ai dettami delle apparenze per scaricarseli addosso e dentro. Allontanano e rifiutano la presenza ingombrante degli individui generatori, definiscono l'idoneità degli spazi dove soggiornare, impostano con oculatezza gli abiti da indossare e fermano il tempo sulla propria concentrazione, evitando così quelle dispersioni superflue che li avvicinerebbero all'anzianità che non vogliono.

Il loro mondo interiore è celato, non esiste condivisione e si esclude il confronto. Gli occhi si chiudono dietro palpebre silenziose oppure guardano distaccati, affogati nel loro profondo nero, costringendoci ad indietreggiare e cambiare discorso.

Un'alienazione di fondo pervade le sensazioni.
Un distacco armonioso si diffonde tra i pensieri ripresi, si sparge costante e liquido tra quei giovanissimi corpi catturati senza preavviso, fermati nei loro covi forse dopo lunghe attese nascoste sopportate dall'occhio meccanico a scatto deciso a trattenere l'effettiva parvenza dei figli moderni.

E' una prole dalla discendenza vaga e vacillante che ha dimesso i panni transitori e prevedibili delle solite estetiche da Mtv. I dark dai velluti neri e i fuseaux composti, le creste brillanti, l'alito alcolico e le t-shirt con spille da balia dei punk, le borchie ovunque sulle felpe da concerti live dei metals o le casualità larghe e riciclate del grunge voluto da Kobain sono esperienze antiquate. Quelle brevi ribellioni limitate a qualche rutto in pubblico spacciato per nichilismo radicale non ci sono più. Oggi i bambini indossano alla rovescia le griffe ufficiali, si chiudono dentro capi qualunque che sembrano travestimenti, intorno a quelle pose di passaggio che assemblano tra loro elementi misti ricevuti a casaccio in quantità eccessive e somministrazioni disordinate.

Mancini rincorre e comprova le tracce lasciate dai disorientati teenager che vivono oggi.
Dedica a loro le sue produzioni attente e spiazzanti, i suoi files meticolosi, concentrati e sensibili.

Fra poche righe lui ci spiegherà qualcosa di più, ma conviene cominciare ad accettare - e se possibile a risolvere - l'esagerata e confusa ricezione del tutto che gli adulti di domani, proprio ora, mentre io scrivo e voi leggete, si trovano a subire e inventariare. Senza dirlo.

Stefano Elena: Perché hai deciso di indirizzare la tua ricerca estetica verso fisicità adolescenziali, proponendo ritratti (forse meglio definirli "documenti"?) mediati da un'istantaneità digitale che rende generico, collettivo, l'approccio al soggetto trattato?

Pietro Mancini: Mi fa piacere che tu abbia definito "documenti" i ritratti: in effetti è un termine che espone in modo più adeguato i lavori. Più che ricerca estetica la mia è stata una conseguenza: le cose che "abitano" in me mi hanno portato a questa "scelta" e in più il fatto di avere dei figli preadolescenti ha stimolato la riflessione e la creatività. In loro e nei loro amici ho rivisto me stesso alla loro età e quanto ancora di quel periodo mi porto dentro (e non mi riferisco alla sindrome di Peter Pan).
Credo che la fase adolescenziale non finisca mai, se ci riferiamo alla necessità di crescere e di comprendere con i dubbi, gli ostacoli e le speranze che accompagnano il percorso.
Non penso che un adulto sia esonerato dall'esigenza di "crescere".
Nell'adolescente i sentimenti sono meno camuffati, gli elementi in gioco sono più evidenti. C'è la questione della "bellezza" (non mi riferisco a quella fisica), la sua possibile perdita e il forte desiderio di ritrovarla. Anche il rapporto con le varie istituzioni (scolastiche, religiose, familiari, televisive, etc..) ha una forte influenza: spesso ritengo il legame giovane-istituzione-educazione portatore di veloci liberazioni e di rigidi valori.


Stefano Elena: Nei tuoi lavori recenti esiste un equilibrio lampante ed educato fatto di fertilità umana, misticismo ed iconografia del logo che veste corpi casual (Adidas, Puma, etc.). A cosa dobbiamo tale relazione?

Pietro Mancini: Ho utilizzato vari simboli, da quelli religiosi a quelli commerciali. Chiaramente questo tipo di operazione fa pensare a una sostituzione di valori: il logo mercificato diventa aspirazione, desiderio di possedere o meglio di "essere posseduti" dall'oggetto che ti avvolge, ti accetta e ti fa sentire giusto. Parallelamente può esserci un'altra chiave di lettura, dove il soggetto "documentato" rimpasta elementi che fanno parte del suo vivere e li applica con decorazioni-simbolo evocando ferite, recuperi, aspirazioni alla propria origine. Inoltre i loghi hanno spesso origini impegnate: l'Adidas ha un giglio stilizzato (simbolo di purezza), la Guru (già il nome la dice lunga) una semplice margherita che ne rinforza il significato, l'All Star ha evidenti legami con il firmamento e così via. Sembra una pianificazione promozionale mistica…


Stefano Elena: Perché sui volti e i corpi di molti dei tuoi 'young men' compaiono decorazioni/incisioni vicine alle tavole di enciclopedie illustrate?

Pietro Mancini: Le tavole che utilizzo su volti e corpi sono schede di catalogazione di piante, fiori e animali. Questa sorta di tatuaggio ha diverse sfaccettature, prima tra tutte la mimetizzazione della delicatezza dei soggetti che sembrano dire: " puoi osservarmi, ma sappi che sono delicato come una pianta, un fiore, un uccellino".
Ripensando al termine "documento" credo che l'utilizzo del catalogo acquisti ancora più senso: alcuni miei lavori si chiamano "Catalogazioni", altri "Catalogazione negata".


S.E.: Sapresti descrivere un ambiente abitativo adeguato ad ospitare i giovani protagonisti delle tue opere?

P.M.: Se fai riferimento ad un aspetto prettamente artistico, i siti che utilizzo sono luoghi in disuso, fabbriche e abitazioni che assumono una veste diversa, presso la quale i miei young men possono incontrare i propri coetanei, appartarsi, lontano dalle "volontà iniettate senza aghi", come le hai definite tu nel testo della recente collettiva "Fuorigioco".
Dove travi di ferro e muri sgretolati diventano cattedrali per pellegrini in transito.
Nella realtà parlerei di più ambienti che permettano di appartarsi, che possano essere condivisi con presenze adulte e/o familiari e con le loro inevitabili imperfezioni, avvalendosi di equilibri importanti fatti di tolleranza, chiarezza e amore.


S.E.: Recentemente l'immagine del teenager ha vestito, specialmente al cinema, ruoli di ribellione decisa, di un'istintività totale che sembra non necessitare più di alcun ausilio familiare. Penso a film come "Ken Park", "Sweet Sixteen", "Thirteen". In qualità di padre e di artista, quale possibile "autorità" (perdona l'esagerazione del termine) credi di poter esercitare sui tuoi doppi figli, quelli generati da uomo e quelli creati da artista?

P.M.: Non nascondo di ignorare i titoli che citi, ma mi sembra di capire che uno degli aspetti dominanti sia, appunto, l'assenza dell'ausilio familiare. In effetti questo tipo di tematica è veramente molto larga e lascia spazio a osservazioni che credo meritino un approfondimento capillare. Posso dire che la presenza adulta può inibire il "processo di autoguarigione": a volte l'intervento migliore è l'assenza.
Riguardo "all'autorità" di padre non posso che ripetermi: nella mia inevitabile imperfezione cerco di trovare un equilibrio nel rapporto con i giovani uomini, ricordandomi che lo sono stato anch'io e che continuo ad apprendere e, mi auguro, a crescere. Come artista devo solo ringraziarli di essere pazienti e disponibili con me. In verità anche come padre…


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