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Libri
"Breve storia della globalizzazione in arte (e delle sue conseguenze)", di Marco Meneguzzo, 2012, ricostruzione della formazione del sistema dell'arte occidentale e il nuovo assetto dell'attuale scenario globale.
Musei
La rinata Galleria d’arte moderna di Roma Capitale restutuisce al pubblico un nuovo polo culturale nel spazio espositivo dell'ex convento di via Crispi aperto negli anni '20. La collezione museale conta 3400 opere di artisti del '900 quali De Chirico, Guttuso, Carrà, Balla, Morandi, Sironi, Manzù.
Concorsi
Eco Bike Design Contest 2012, concorso per il progetto di una bicicletta assistita elettricamente e una pensilina fotovoltaica per il suo ricovero e ricarica.
Scadenza il 29 giugno 2012.
Premi
Il prestigioso premio Pritzker 2012 per l'architettura è andato all'architetto cinese Wang Shu, che ha usato per le sue moderne costruzioni materiale recuperato dalle demolizioni.
All'estero:
Parigi,"Matisse paires et séries", in mostra le "paia e serie", i 'doppi' che repilcano lo stesso soggetto in varianti con diverse sfaccettature. Fino al 18 giugno 2012 al Centre Pompidou.
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Déjà vu!
di Stefano Elena
L'attualità dell'arte lamenta evidenti crisi di ispirazione e si condanna dolorosamente al sistema seriale. Opere bastarde partorite da seme comune in cerca di successo accusano madre contemporaneità di attività passiva, ereditaria. Le opere-dolly sono tra noi…

"La ricezione di opere d'arte avviene secondo accenti diversi, due dei quali, tra loro opposti, assumono uno specifico rilievo. Il primo di questi accenti cade sul valore culturale, l'altro sul valore espositivo dell'opera d'arte."

Sfruttando le parole che nel lontano 1936 Walter Benjamin dedicava al concetto di sacralizzazione dell'opera d'arte, possiamo oggi sostenere che il valore espositivo dell'opera costituisce -spesso- l'unico accento responsabile di creatività ed ideazione.

L'aggressiva fermezza di tale supposizione è dettata dalla risaputa riproduzione spontanea a carattere ciclico di cui è da tempo vittima (o artefice?) la giovane arte figurativa internazionale, rivolta con modus quasi genetico all'individuazione di immagini/soggetti forti della propria debolezza derivata, ottenuta. Immagini così irrimediabilmente funzionali alle circostanze (in primis la visibilità di cui necessita l'artista) da potersi tramutare in opere. Quasi quanto un passatempo enigmistico -che peraltro invito a provare perché diventi attività di gruppo- può stimolare verificare come un'idea più o meno innovativa che dovrebbe caratterizzare la futura opera d'arte e di conseguenza l'artista, possa invece illuminare più menti creative.

Mirella De Fonzo, nel suo "Arte e follia", scrive: "Le nostre ricerche ci porteranno a distinguere in che misura e in che modo l'atto creativo sia una pseudoterapia e solo il successo agisca da 'terapia', salvando l'artista dalla nevrosi."
Non a caso nomi evidenti dell'arte di tutti i tempi sembrano confermare, seppur in punto di morte, l'efficacia della successoterapia. Paul Cézanne, nell'agonia pre-morte, "…mormorò Pontier! Pontier! Sembra che fosse il nome del direttore del museo di Aix che si era rifiutato di esporre le sue opere…" mentre Egon Schiele avrebbe detto: "La guerra è finita e io devo andare. Le mie opere saranno esposte nei musei di tutto il mondo".

Acquisito questo e reputando indubbia la potenza sempreverde della business art di nonno Warhol, fatta di icone ricorrenti dell'immaginario collettivo che per autosuggestione si rende persuasore occulto di sé stesso, potremmo immaginare l'artista impegnato in una sorta di "zapping ad esclusione" tra motivi interessanti per il suo primo e più importante fruitore: il pubblico.

Questa frenetica, sudata forma di resa creativa potrebbe quindi attingere a un fondo comune di metafore mnemoniche, ricordi iconici o sicurezze randagie popolari e accessibili. Un database di files d'immediata ricezione sfruttato dall'artista (che un tempo si chiamava innovativo istintuale) per correre dritto all'occhio e alla memoria di chi guarda. Questo "canone inverso" del creare arte è il risultato sorprendente di quella fratellanza siamese riscontrabile tra opere create da persone diverse, in regioni ed epoche differenti.

Volutamente noncurante della data di esecuzione degli esempi proposti in questa sede (le presenti osservazioni non intendono dedicarsi ad impegnative accuse di plagio, ma alla constatazione di attimi di impasse che a tratti sembrano cogliere la meccanica artistica), possiamo rilevare la comune, reiterata passione di Jeanne Dunning e Salomòn Huerta per stimolanti faceless heads: ritratti (fotografici per la prima e pittorici per il secondo) di individui che hanno le spalle rivolte allo spettatore ad insinuare l'irrilevante entità di determinati punti fermi del nostro abituale vedere. Oppure la proibita attrazione di Nobuyoshi Araki e Andres Serrano per presunte deboli fisicità femminili orientali (in kimono rosso e legate con corde fetish) che ricordano gli amplessi finto forzati di certa pornografia web, dove la costrizione apparente viene annientata dalle pose accondiscendenti delle modelle riprese. Ancora, Robert Gligorov e Wim Delvoye aboliscono la carne in una fellatio a raggi X che raffredda i tipici bollori umorali strettamente subordinati ai rivestimenti corporei mentre desiderano una realtà esente dai limitati confini che prevedono l'instaurazione di rapporti affettivi esclusivamente tra simili Oleg Kulik e Robert Gligorov, fotografando frangenti emotivi tra uomo e cane proposto quale inequivocabile e completo migliore amico dell'uomo. Segnalo infine "You Will Have It All", installazione voluta da Jason Middlebrook in cui modelle bellebelle s(p)orgono da un ammasso di terra e rifiuti in modo non dissimile dal lavoro "VB53" dell'inflazionata icona dell'arte nostrana Vanessa Beecroft.

L'entità frasale insita nella duplicazione artistica trattata dimostra la quietezza di spirito della creatività di successo che reagisce con fare modulare al bisogno di pubblicazione e notorietà. La "clonarte" insiste ed accontenta la richiesta vigente, facendo della ripetizione un'esperienza portante del nostro voler guardare.

Dolly, uno dei manifesti del trinomio scienza-progresso-futuro, è esposta imbalsamata al Royal Museum di Edimburgo perché "…il suo contributo possa essere riconosciuto per molti secoli a venire…" (Gordon Rintoul, direttore dei musei nazionali della Scozia). L'auspicio è pertanto quello di poter presto visitare in mostra, nel nuovo museo/reliquiario, nutrite forme di "clonarte" a garantire la leggiadra spensieratezza d'identità delle attuali espressioni figurative, oltre che accreditare al fruitore/pubblico il merito non dittatoriale di saper condurre le danze quasi circensi del mercato dell'arte.


Andres Serrano

Nobuyoshi Araki

Jeanne Dunning

Salomòn Huerta

Bibliografia essenziale:
W. Benjamin: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Einaudi)
H. Bey: Immediatismo! (Edizioni Ripostes)
V. Packard: I persuasori occulti (Einaudi)
M. Scatasta: Morire, dormire, sognare forse… Aneddoti terminali (Granata Press)




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