Libri Archeologia del Moderno, di Ignasi de Solà-Morales: alla ricerca delle radici della modernità seguendo un insolito punto di vista.
Musei Gallerie d'Italia, un progetto di Intesa Sanpaolo per condividere con la collettività un patrimonio artistico e architettonico di1.000 opere d'arte esposte in diverse città del Paese a formare una rete di poli culturali unica nel suo genere.
Concorsi Concorso Fotografico Nazionale 2012 di Comuni-Italiani.it dove fino al settembre 2012 si possono candidare foto su due temi: Piazze e Ponti.
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Arte e morte o l’arte è morta? di
Stefano Elena
pubblicato il 7/07/2009
Sul rapporto esclusivo
che corre tra l'agente e il vedente dell'arte, tra chi crea
e chi introita la creazione.
C'è questo rapporto particolarmente esclusivo,
che corre tra l'agente e il vedente dell'arte, tra chi crea
e chi introita la creazione.
E' un capitale relazionale interno agli atti costitutivi dell'espressione
teorica e pratica dell'arte, senza il quale esisterebbe una
forse deleteria reciprocità della condivisione poco
consona all'idea possessiva di autorialità, forma donna
irrimediabilmente vincolante la cui assenza esilierebbe gli
utili profitti elargiti dal fermo guardonismo maschio verso
le scarne terre dell'astinenza corporale dal consumo visivo.
Platone dice che “se uno, con la parte migliore del
suo occhio (la pupilla) guarda la parte migliore dell’occhio
dell’altro, vede se stesso”.
Se "l'altro" godesse (o soffrisse) di una levatura
meno vicendevole rispetto all'altro/simile inteso da Platone,
se "l'altro" diventasse cioè l'arte, con
desinenza uguale a morte, che siamo soliti guardare all'insegna
spesso di un inattuabile confronto colloquiale che ci raffronti
al suo creatore, vedremmo ugualmente noi stessi?
Quale attivo dialogo può instaurarsi tra il consumatore
presenzialista e l’assente creatore che depone l’opera
dentro uno spazio per esser vista e non discussa, se non con
il vicino di contemplazione?
L’opera potrebbe quindi acquisire tratti somatici rassomiglianti
al tacito contegno caratteriale di quella traccia postuma
chiamata tomba che resta in nostra vece ad occupare pochi
metri cubi di spazio bilivello.
La stessa silente posa che non si aspetta repliche con cui
si va a far visita ai defunti cari sembra ritrovarsi non di
rado nell’austerità da mausoleo d’ogni
museo, luogo di culto che invita alla quiete deputato alla
conservazione di corpi a parete muniti di epitaffi (nome,
titolo, anno, tecnica, dimensioni).
L’opera inoperosa non comporta distanze diverse tra
autori in vita e quelli scomparsi: in entrambi i casi l’artista
non c’è, non ribatte e non racconta, consegnando
ai partecipanti all’orazione la libertà piena
di ricordi e memorie, di riflessioni brade e autonome interpretazioni.
Gli apparati didattici si avvalgono di guide valide tanto
per le rovine a cielo aperto quanto per le espressioni più
coetanee e teoricamente “vitali”, nonostante questo
aggettivo non abbia modo di esser riscattato dall’effettività
di un temperamento ugualmente energico.
Se bastasse controbattere che l’ubiquità non
è dono concesso all’uomo né all’artista,
si negherebbero tutte quelle fattibili risorse tecniche in
grado di offrire una partecipazione quantomeno virtuale del
virtuoso, il cui atto di presenza potrebbe venir assolto da
un intervento video, olografico o da quant’altro permetta
al vegliatore di afferrare l’idea dell’ideatore.
Vero è che l’estinzione dell’artista dalla
scena consente ripercussioni plurime sull’agire o-sceno
dello stesso, sul suo compiere dietro le quinte, ma anche
questo equivale a un intervento espresso in vita per un avveramento
postumo.
In linea di massima si può reputare il rapporto artista-spettatore
come un legame necrofilo senza cadavere, un nesso parafilico
che reperisce le proprie peculiarità nel contatto senza
contatto e la cui attuazione risiede nel rapimento provato
(solo) guardando il prodotto esposto come fosse stato rinvenuto
e poi esibito, portato – appunto – in mostra.
L’artista funge da tassidermista di se stesso: capace
imbalsamatore sfrutta le suggestioni nobili del distacco esecutivo
per una miglior resa bio-scenografica dell’esenzione,
intensificando così le potenzialità stilistiche
a propria disposizione (dal video “E’ morto Cattelan!
Evviva Cattelan!”, alle installazioni di Jan Fabre,
al lavoro di Federico Cozzucoli).
In effetti, poggiando sull’esperienza personale, ritengo
la cosa proficua anche per altre ragioni, tra tutte quella
che vede nell’ignorare “l’altro” una
vantaggiosa sollecitazione dell’immaginario personale
del quale, l’anonimo corrispondente, beneficia sino
a prova contraria.
Idealizzare deve d’altronde rimanere, a quanto pare,
un principio capitale del sistema dell’arte, grazie
al quale poter vedere, a nostro insindacabile giudizio, quanto
non è dato vedere…