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B53: Sozdavanje Svetovi
La Biennale di Birnbaum

di Stefano Elena, Cecilia Caliari
pubblicato il
15/06/2009
La forza della visione non dipende dalla complessità degli strumenti messi in gioco.” (Daniel Birnbaum)

Angelo Musco

Valerio Berruti
Anna Parkina

L’obbiettivo dell’esposizione Fare Mondi della 53esima Biennale d’arte di Venezia è quello di creare essenze a sua volta, di agire attraverso la creazione di un ambiente esperienziale che si arricchisce venendo a contatto con la moltitudine delle menti. Nel caso esse siano pensanti, le modifica diluendosi nel flusso e circolando così sottoforma di cangiante e mutevole traccia, sia fisica che mentale (Hawana Aloba/Yoko ono). Sarebbe fuorviante intendere la presenza del singolo artista come rappresentativa in partenza di una classe sociale o culturale: ciò sarebbe una classificazione a priori, mentre è più intellettualmente produttivo considerare il tutto, il percorso sperimentale che si nutre del terreno fertile dalla mescolanza. In questo senso Fare Mondi tenta di essere una nuova entità che vive della ricchezza prodotta dall’interazione delle differenze sfruttando le possibilità dell’inevitabile collisione e differenziandosi così dalla semplice esposizione inventariale dei singoli artisti. E’ un tragitto che si snoda tra scenari toccanti in una prosecuzione fatta di alti e bassi, meno sfarzoso e più concettuale, il che non è male se si pensa che in ogni circostanza si tende usualmente a colpire più che a parlare.

All’inizio del percorso il buio avvolgente (Lygia Pape) convoglia lo sguardo verso il cangiante riflesso della luce sui fili, quasi a predisporre il corpo e la mente all’attenzione, e sembra preparare i sensi allo shock percettivo che coglie entrando nella seconda e illuminatissima sala (Michelangelo Pistoletto) in cui le immagini della realtà sono moltiplicate dal riflesso nei frammenti degli specchi. Proseguendo, l’interazione fra gli elementi si mantiene attiva e significativa, privilegiando la visione corale, che non depaupera l’apprezzamento delle individualità. Appare netta la necessità di incamerare parte dell’evento così da trasportarlo visceralmente in ognuno di noi e nello spazio.

Il rendere attiva l’opera, trasformarla in organ(ism)o pulsante e modificabile è ancora una volta esternato dall’opera di Aleksandra Mir, ed attentamente deformato da Anawana Haloba, entrambe concentrate sull’asporto/trasporto di parti delle opere con un approccio riflessivo e critico.

Probabilmente è per rendere il terreno più ricettivo, o per non distogliere l’attenzione dalla voce dell’arte, che la manifestazione nel complesso risulta più sobria della precedente; ciò non toglie che a volte per far risaltare i chiaroscuri si sfumi l’impatto percettivo ed appaia quindi come una musica sussurrata. Inoltre impedimenti fisici, come le lunghe file o mucchi di persone all’arrembaggio, si sommano alle complessità insite nelle strutture, ai trasporti e all’organizzazione della città e del motore Biennale in sé, e che spesso concorrono a spezzare l’atmosfera percettiva nella sua interezza. In particolare non si dimentica l’epopea titanica intrapresa per raggiungere l’Arsenale Novissimo, comunque ampiamente riscattata dalla visione della piacevolissima Unconditional Love e dal contributo offerto “di getto” da Jan Fabre a questa edizione dell’esposizione.
Ci si ritrova comunque in una pluralità che produce continuità, non dimenticando le singole parti. Una menzione speciale va al lavoro del Cile che con Ivàn Navarro coniuga la profondità del messaggio con una resa spettacolare ampliata con profondità luministica e interattività meccanica nell’ambiente. Più usuale appare il Padiglione Italia che non osa nel proporre e nemmeno nel collegare i vari artisti rappresentati; nella molteplicità emergono comunque alcune notevoli personalità: per la straordinaria tenerezza trasmessa Valerio Berruti, per la viscerale matericità il lavoro di Aron Demetz e per la resa di qualità che non tralascia la traduzione scenografica il lavoro di Daniele Galliano e Giacomo Costa.

A volte la confusione è troppa, come nel caso del Palazzo delle Esposizioni ai Giardini, tanto da indurre all’apprezzamento del singolo più che all’impressione del complesso. Soprattutto quando sono sfruttate al massimo le possibilità dello spazio per trasmettere, le opere riescono a superare le “impossibilità architettoniche” dovute alla conformazione degli spazi dei padiglioni e, nel caso gli artisti siano più di uno, a creare un dialogo aperto e creativo con l’ambiente e il fruitore.
Notevole è in questo senso l’opera di Nathalie Djurberg che risulta profonda sia per valore estetico che concettuale, nonché quella di Tobias Rehberger che in stretta connessione col mondo della geometria e del design reinventa un ambiente, solitamente votato al mero rapporto fruizione/utilità, come quello della caffetteria.

Mixed Exquisite Artists:
Renata Lucas, Simone Berti, Ulla Von Brandenburg, Rebecca Horn, Paul Chan, Chu Yun, Hans-Peter Feldmann, Sunil Gawde, Anna Parkina, Bestué/Vives, Claude Lévêque, Miwa Yanagi, Lucas Samaras, , Péter Forgács, Teresa Margolles, Krzysztof Wodiczko, Raquel Paiewonsky, Simon Starling, Hector Zamora, Wolfgang Tillmans, Franziska e Lois Weinberger, Bertozzi&Casoni.

Mixed Exquisite Exibitions:
Glasstress, The Collectors, Unconditional Love, Distortion.

Tra le funzioni sistematiche previste da un’istituzionale calamità innaturale quale la Biennale di Venezia, esiste quella di recapitare allo spettatore l’andamento coevo del gergo artistico nelle sue poliedriche manifestazioni, prendendo le dovute distanze dalle soggettività preferenziali e dal temperamento estetico personale.
Fare Mondi si estende attraverso una narratività sfogliabile quanto quella di un libro rilegato a mano, tenuto assieme da un’idea letteraria di sutura e giuntura non meno importante della storia raccontata. Se Birnbaum ha ragione quando scrive che l’opera d’arte deve creare mondi e non essere un oggetto, l’alternanza muscolare riservata all’allestimento degli spazi dell’arsenale diventa un planisfero ibrido in cui viaggiare senza muoversi.


DE ARCHITECTURA
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