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FRIGIDARTE
di Stefano Elena
pubblicato il 22/07/2008
Ho scoperto che l’arte non esiste.
O forse me ne sono solo accorto in ritardo.
Larry Clark

Ho scoperto che l’arte non esiste.
O forse me ne sono solo accorto in ritardo.

Non che non esista perché indefinibile in quanto entità fine a se stessa, ossia l’arte non esiste, esistono “solo” le opere e gli artisti.

Ho scoperto, o mi sono accorto troppo tardi, che l’arte non esiste perché se esistesse avrebbe il dovere di applicarsi anche ai sentimenti, sarebbe tenuta a rivolgere quantomeno parte delle sue attenzioni alla gestione delle imprevedibilità emozionali che ci tocca provare e patire nel corso del vivere.

Quanto davvero ci riguarda e coinvolge, la sua costante inclinazione alla trattazione delle sciagure che feriscono il mondo anonimo, generico e autoportante? Quanta apprensione continuiamo a riservare, una volta lasciate le belle sale bianche appena ristuccate perché i buchi rimasti dai dolori a parete precedenti non si vedano più, agli svolgimenti in vendita che come il pensierino elementare del lunedì ci ricordano, ancora e ancora, che là fuori c’è tanto che non va? L’immedesimazione riscontrabile da fratello uomo nei confronti delle discussioni impegnate dell’arte è strettamente proporzionale all’onere economico che si assegna (voce del verbo assegnare, cioè compilare assegni) alle società umanitarie e ai questuanti.

Può senza dubbio sortire un effetto liberatorio, dirigere ansia e trepidazione verso gli infortuni che danneggiano l’umanità tra la quale si aggireranno e nella quale inopportunamente si immischieranno i nostri figli, dopo che lo avremo fatto noi, ma a conti fatti, proprio a guardarci nelle retine o al solito specchio, quanto ci preoccupa la cosa?
Il dopo mostra viene forse intaccato?
L’inappetenza ci costringe a un digiuno istintuale?
L’amarezza per lo struggimento provato a un immediato rincasare che ci tenga lontani da vizi e godimenti?
Il cruccio straziante a prove di solidarietà sensate, quelle che ci tocchino almeno la pelle, per intenderci?
Se la risposta ad almeno tre di queste eventualità, e tre su cinque equivale veramente a raschiare il fondo del limite illusorio del nostro buon cuore, se anche a tre soltanto si accende la lucetta “NO”, allora l’arte, l’intrattenimento, è servito, ma non parliamo di utilità, di sensibilizzazione, di attitudini didattiche e informative, di implicazione. Non parliamo di partecipazione, che sarebbe l’esatto e poco figurato avverarsi della presa per il culo…

Ferlinghetti è stato chiaro: “Il mondo è un gran bel posto per nascerci, se non date importanza alla gente che muore continuamente o è soltanto affamata per un po’ che in fondo poi fa male la metà se non si tratta di voi…”.

Procedendo per esclusione quindi, una volta corredata di onorevole schiettezza la presunta obbligatorietà che conduce e induce alla munifica intenzione di andar per mostre con un po’ di magnanimità nel cuore incline alla spartizione di averi e pareri, ora cioè che l’ammissione non tanto di colpa, ma di obiettività, può favorire la trasparenza e spianare la strada preferenziale che porta all’autenticità, dovrebbe riuscire più accessibile il tentativo di individuare quali luoghi possa l’arte frequentare per rendersi realisticamente capace di farci Sentire e Provare qualcosa di nostro, qualcosa che possa affliggerci davvero perché, almeno apparentemente, non condivisibile. Qualcosa più di niente, per dirla coi CCCP.

Se torniamo allora alle bizzarrie dei sensi, alle stranezze della coscienza sensibile, alla stravaganza rovinosa della passione, ci capita magari di ricordare che almeno una volta, dall’alto o dal basso del nostro procedere cronologico verso il domani, almeno una volta un incidente emotivo ha turbato le nostre rassicuranti certezze relazionali, squilibrando un assetto creduto inespugnabile e facendoci deragliare rumorosamente addosso al supplizio dell’incertezza.

Al cospetto di cotanta dannosa straordinarietà (dannosa perché complica, straordinaria perché solo lo straordinario rinfocola, riaccende e richiama in vita non solo i coinvolti nel/dal fatto, ma superbe e scordate voci quali, in ordine sparso: MERAVIGLIA, LUCE, VITA, OCCHI, VOGLIA, SGUARDO, CAREZZA, IMMAGINE, SOGNO, IMPOSSIBILE, IRREALE… e tocca fermarsi, che sennò poi non potete divertirvi ad aggiungere quelle che mancano), ci si precipita a interpellare quei frangenti espressivi, diversi per ognuno di noi, affondando nei quali ci auguriamo di scovare una qualche solidale e partecipe verità, una spalla segreta sulla quale versare lacrime, un antro solo nostro in cui restare un po’ da soli.

E tra queste inesauribili e probabilmente infruttuose sedi di cordoglio, costrette a subire le nostre perplesse atrocità, a chi è mai capitato di annoverare l’arte? Come negare che un Werther o un Brian Eno o le nostre foto da piccini siano state le più battute e sfruttate vittime sulle quali riversare i nefasti esiti fasti di un indesiderato stato d’animo?
Perché non c’è opera d’arte - quadro,scultura, fotografia, installazione, video che sia - competente in merito, abile nel fornire sussidio?
Dov’è, qual è l’opera d’arte che, senza pippe mentali né rimandi balordi, sappia offrirci soccorso, aldilà delle parziali confutazioni che tirano in ballo il limite e l’alibi dell’impossibilità di godere di una fruizione tangibile dell’opera d’arte, visto che consultare un quadro richiede un moto a luogo?

Nan Goldin (foto di vita e amore reale), Felix Gonzalez-Torres (installazioni/cumuli di caramelle il cui peso è quello del corpo del compagno al momento della morte per aids), Marina Abramovic e il suo artistic boyfriend Ulay (performances varie, su tutte “The Great Walk Walk”: i due percorrono 2000 km lungo la grande muraglia cinese, partendo da due punti opposti – ricorrente, il due – per ritrovarsi a metà percorso), Sophie Calle (all’ultima biennale di Venezia ha proposto una pletora di riletture/interpretazioni stilistiche – video, poesia, danza, reading, trascrizioni ed esercizi di stile vari molto Queneau – della mail con cui il compagno la liquidava): alcuni nomi che la mia infeconda memoria a breve tutto mi permette di rievocare e revocare,disdire,data l’effettiva inconsistenza sussidiaria.

Sentite piuttosto Vicente Aleixandre: “Lascia, lascia che ti guardi, macchiato dall’amore, arrossato il volto dalla tua vita purpurea, lascia che guardi l’ultimo clamore delle tue viscere dove muoio e rinunzio a vivere per sempre”.

Ahhhhhh, che inquieto ritrovarsi... Come non intendere il proprio nostro e vostro cuore declamare “GRAZIE, VICENTE!”? E’ il cuore chimico, quello che sempre agisce e reagisce in via sperimentale agli avvenenti olezzi che attraggono per trarre.
Come non lodare tale sanguigna confidenza in prognosi riservata, quasi certamente più gravosa di quella che ci tocca e ammanta?
Perché se c’è chi sta peggio, noi stiamo meglio.
E’ il cuore egoista: guarisce per procura e compassione.
E’ il cuore retroverso, come certi uteri…

Amici,
se ci tenete a sopravvivere
non vi raccomanderei
l’Amore

(Harold Norse)

Sophie Calle

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Marcel Duchamp,"Nu descendant l'escalier n.2"



 

 
 

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