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SEI QUELLO CHE FAI.
A Nativity.

di Stefano Elena
pubblicato il 27/03/2008
Bastava non farlo, Vargas
Da quando ho appreso della nuova posa gastronomica vigente in Giappone, consistente nella consumazione dell’interno di pesci portati in tavola ancora in vita, che continuano per intenderci a boccheggiare mentre le bacchette pseudofalliche attingono con approccio tentacolare a viscere e carni che più fresche non si può, ho creduto che il fatto potesse contribuire a corroborare la teoria secondo la quale l’arte che ci è coetanea

(quella “dei giorni nostri”, direbbero i giornalisti d’ufficio) non riesca di fatto, pur provandoci con notevoli picchi di autentico estremismo, a superare in efferatezza la vita e i vizi che la vita comporta, a volte, spesso, frutto di rimuginamenti contorti intenzionati ad accaparrarsi l’inedito merito d’aver scovato il nuovo, bizzarro trend (e in questa disciplina, si sa, i nipponici non hanno rivali).

Ma.

Lo scorso inverno (ne dico ora, in preparato ritardo, perché l’osservanza del metodo sincronico non di rado pilota l’utente verso il plausibile sospetto che la dissertazione abusi del frangente per l’impinguamento dello share) Guillermo Habacuc Vargas, artista 50enne del Costa Rica, ha tenuto presso la galleria “Codice” di Managua la mostra “Eres lo que lees” (“Sei quello che leggi”). La sola opera/installazione ivi esposta era Nativity, un cane randagio prelevato dalla strada e legato privo di viveri in un angolo dello spazio. Gli spettatori era invitati, anzi agli spettatori era proibito dispensare sostentamento alcuno alla creatura, secondo certi (come Leonor Gonzalez, editore del supplemento culturale di “La Prensa”) deceduta pochi giorni dopo l’inaugurazione, secondo altri (come la galleria che ha ospitato l’evento) fuggita in un momento di distrazione dei presenti.

In un'intervista rilasciata a “Nación” l’artista (soprannominato, come si fa coi serial killer, “Il torturatore”) ha dichiarato: "Salve a tutti. Il mio nome è Guillermo Habacuc Vargas. Ho 50 anni e sono un artista. Recentemente sono stato criticato per il mio lavoro intitolato “Sei quello che leggi”, raffigurante un cane chiamato Nativity. Lo scopo del lavoro non era causare sofferenza alla povera innocente creatura, bensì illustrare un problema. Nella mia città natale, San Josè, Costa Rica, decine di migliaia di randagi muoiono di fame e malattia e nessuno dedica loro attenzioni. Ora, se pubblicamente mostri una di queste creature morte di fame, come nel caso di Nativity, ciò crea un ritorno che evidenzia una grande ipocrisia in tutti noi. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada".

Ora, preferendo intanto rinunciare ad intrattenervi con un inventario pedantesco degli artisti servitisi di animali per le proprie produzioni (vedi, giusto per, i cavalli di Kounellis, le interiora di Nitsch, le zebre e gli struzzi di Paola Pivi, gli squali di Hirst…), è ovvio che non ci possa esimere dal ritenere i vari “MUORI BASTARDO INFAME!” o “GUILLERMO HABACUC VARGAS E’ UNO STRONZO CHE PER FARE L’ARTISTA HA FATTO MORIRE UN CANE DI FAME E SETE” o “IO METTEREI LUI AL POSTO DEL CANE, TANTO SE IL CANE ERA RANDAGIO LUI E’ UN BASTARDO E PRIMA O POI DOVRA’ MORIRE” o “QUESTO VARGAS E’ UN EMERITO COGLIONE E UN GRANDE FIGLIO DI PUTTANA”, reperiti on line, più che condivisibili. Ed è (tristemente) insolito notare come, ahimé solo in occasione di episodi tanto disturbanti, la notizia di un presunto appuntamento d’arte riesca a smuovere e intaccare l’opinione umana tutta a quote controproducenti, quasi l’eventuale intento propagandistico, cui la provocazione creativa ha più volte mirato proprio attraverso la scalfittura dei limiti consentiti, sia rimasto vittima di se stesso per un eccessivo dosaggio di cruda crudeltà.
Poi: le giustificazioni di cui sopra rilasciate dal torturatore potrebbero lasciar intendere, volendo proprio dimostrare un atto di buona fede e di clemenza che in verità suppongo non sarebbe manifestabile nemmeno da parte del più santo e illuminato degli uomini in vita -e tanto meno da chi scrive, un gesto di tale audacia (tentare di sensibilizzare il mondo in merito alla questione in oggetto a costo della propria reputazione, immagine e nomea) da meritare il beneficio del dubbio.
In verità e per fortuna questo non può accadere poiché chiunque sia dotato della pur minima dose di “oggettiva” sensibilità riesce a non legittimare, nemmeno in nome e a causa dell’arte, l’alibi per una simile manovra espressiva, sia essa effettivamente generata da oneste intenzioni concettuali tese a scuotere gli animi (ma allora si preferisce il gran lavoro, meno concettuale e ben più esplicativo, svolto da associazioni come “Animal Amnesty”, l’eloquenza della quale -dagli stickers ai video shock- lascia ben poco spazio al concetto…) o, peggio, da auspici pubblicitario-divulgativi che hanno superato il segno.

Allora l’arte batte la vita, in quanto ad atrocità? Il pesce vivo servito ansimante e Nativity che muore dove si fa arte sono casi tanto distanti tra loro o dietro a ognuno dei due c’è lo stesso uomo? E se invitassimo l’arte a moderare i suoi messaggi, oltre che a decidersi di intraprendere la strada per un dire che se proprio deve danneggi o uccida se stesso e il suo papà? E se, già che ci siamo, chiedessimo all’uomo a cena, se proprio deve, di saziarsi senza assistere a un funerale in diretta?

Da http://carolacatalano.blogspot.com:
“Vargas, in un comunicato diffuso via web, ha affermato che ‘Sei quello che leggi’ non verrà più chiamata opera d'arte, in segno di rispetto verso quanti si sono sentiti offesi. Ha ammesso l'errore ed ha chiesto a tutti di accettare le sue scuse.”

Bastava non farlo, Vargas.




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