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BLOCKBUSTER SHOWS & ARTISTARS
di Stefano Elena
pubblicato il 7/03/2008
L'arte ha venduto l'anima al diavolo!
Francesco Vezzoli
Leggevo un articolo, pubblicato di recente su di un rispettabilissimo quotidiano inglese, il Guardian, in cui l'autore riportava alcune riflessioni su quanto eccitante dovrebbe essere scrivere d'arte in una città come Londra dove l'arte, specie quella contemporanea, ha raggiunto lo status di cultura universale per la middle class e un notevole livello di esposizione internazionale.
Damien Hirst,
"For the love of God"
La cosa che più mi ha colpito è stata la palese ammissione che, in realtà, anche nella “Capitale Mondiale dell'Arte” la maggior parte delle cose che si vedono in giro per la città sono “idee tanto trite che verrebbero rifiutate da qualsiasi agenzia pubblicitaria”. Ancora, parla di “profondità illusoria” citando la ormai ben nota frattura di Doris Salcedo realizzata alla Tate Modern (si chiama “Shibboleth”: è una crepa pavimentale lunga 167 metri che squarcia la Turbine Hall) e l'atteggiamento di quel pubblico di massa nei confronti delle opere, cioè di quel chiedersi solo ed esclusivamente il “come” della realizzazione di un'opera e mai il “perché”.

Se un intervento come quella della Salcedo fa tanto rumore grazie alla serie ripetuta di vittime che incidentalmente vi inciampano (con somma gioia degli avvocati della City, immagino…) e non per il suo presupposto significato socio-culturale-storico-ecc…, qualcosa di strano in questa universalizzazione sovraffollata dei luoghi dell'arte ci dovrà pur essere, no? Se non altro, possiamo prendere atto della civiltà di un paese come l'Inghilterra in cui, nonostante il vanto di superpotenza dell'arte contemporanea, una o più voci dissenzienti riescono a esprimersi senza censura (penso invece a realtà come Roma, dove il “va tutto bene, anzi benissimo, anzi stiamo diventando uno dei centri internazionali più in vista del MONDO” viene sbattuto tutti i giorni sulle pagine dei più importanti quotidiani nazionali, senza che in verità accada nulla che non sia “the next big party for the opening of something new with the same people in the same place”).

L'arte ha venduto l'anima al diavolo!

Pur di troneggiare sulle copertine patinate delle riviste più in voga, pur di uscire dalla sua condizione di esiliata dal favoloso mondo dei mass media (mica tiran tutti come Warhol!), la nostra eroina che si era scagliata sin dall' inizio del secolo scorso, con tutta l'avanguardia in prima linea, per sovvertire quel sistema di omologazione di massa, si ritrova oggi, nella maggior parte dei casi, ad esso asservita. Il suo riderne, appropriarsene, smascherarlo e via dicendo diventa sempre più spesso un patetico e mal riuscito travestimento che ha invece quale esito massimo quello di rispecchiarlo in pieno. Più falsa degli inganni pubblicitari, di qualsiasi occulta strategia marketing, l'arte assorbe le pose dell'impegno umanitario per vendersi, dichiarando di voler distruggere, urlare, disgustare, quando invece il fine ultimo è solito e banale: AVERE SUCCESSO.

E così i suoi eroi.

“Quando l'artista era maledetto”: questo sarebbe un bel titolo per un libro che andasse ad analizzare la figura dell'artista nel corso della storia. Senza polemizzare, né fare retoriche ramanzine sul fatto che il vero artista dovrebbe nutrirsi d'idee, vestirsi di ispirazione e contemplare il cielo nel tempo libero, sarebbe tuttavia interessante tracciare un profilo antropologico dell'artista contemporaneo, che stanco di leggere articoli lusinghieri nei confronti delle nuove icone della cultura contemporanea degli anni 90, le “archistar”, si è rifatto il look (in tutti i sensi: fidanzata famosa, casa da sballo, apparizioni strategiche…) e da perfetto stratega ha capito che il primo comandamento dello star system - in qualsiasi ambito - è sempre lo stesso: vendi bene la tua immagine e avrai successo.

Tanto per fare un esempio tra quelli che giustamente meriterebbero (e nel caso specifico l'ha ricevuta) una laurea ad honorem in sociologia, prendiamo il re degli affabulatori, Maurizio Cattelan: nel suo caso bisogna togliersi tanto di cappello, infatti qui i pubblicitari accorrerebbero in massa per farsi dare consigli su come riuscire a vendere aria a qualcuno (il mercato dell'arte) prendendolo per i fondelli e, con il pretesto di deridere il sistema, si costruiscono una fama degna di una movie star. Dopotutto il punto è sempre lo stesso: qual è il prezzo del successo? In certi casi è sufficiente rivestire un ruolo da stupido: tutti continuano a credere che effettivamente si tratti di un ruolo ed applaudono.

Amati e ambiti come delle celebrities, invitati ai party più esclusivi, con gli stessi divi del cinema pronti a lavorare gratis pur di far parte del favoloso mondo dell'arte, le artistar del 2000 brillano più dei diamanti da loro usati per creare superteschiglamour (o jeans “tutti tempestati di pietre preziose”, direbbe Bonolis), ricevono più attenzione mediatica delle loro mogli showgirl, passano i weekend a bere drink sulle spiagge private delle loro case miliardarie in Messico o Brasile…

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