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E' fotografia
di Gianmarco Chieregato e Vilma Torselli
pubblicato il 22/01/2008
"La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: tecnica, realtà, reportage, arte, ecc.: non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva." (Roland Barthes)
Il cammino interiore che Barthes suggerisce per cogliere 'l'anima' dell'immagine è l'inverso di quello che il fotografo deve compiere per trasferire nell'immagine informazioni sensoriali non visive presenti sulla scena al momento dello scatto, odori, suoni, sensazioni tattili, stati d'animo ….. per fare in modo che la sua fotografia non rappresenti solo ciò che si vede, ma ciò che si 'sente', per usare parole di Ansel Adams.
Con ciò affrontando una sfida non facile, sia perché nel cervello la coscienza affettiva e quella cognitiva sono strutturate distintamente, sia perché la vista, così come l'udito, si orienta verso la coscienza rappresentativa e cognitiva, a differenza dei sensi del tatto, dell'odorato e del gusto, eminentemente 'affettivi'.
Ogni fotografo compie questo cammino a modo suo, non c'è una regola, c'è chi scatta a ripetizione, per poter poi rintracciare nella grande quantità delle immagini quella più vicina alla perfezione, c'è chi preferisce 'pensare' e pre-visualizzare l'immagine in tutte le sue successive fasi, dalla composizione allo scatto alla stampa, c'è chi, come Gianmarco Chieregato, mediando tra le due posizioni, dà modo all'inventiva e all'impulso del momento di modificare e perfezionare un'idea di massima iniziale che cresce e si sviluppa in un vero e proprio work in progress.

La possibilità di trasferire nell'unica rappresentazione possibile, quella visiva, comunicazioni di altro tipo è una delle tante sfide che la fotografia è chiamata a raccogliere nel suo annoso confronto con il reale, dal quale è tuttavia destinata ad uscire sconfitta, perché l'esperienza mediata sarà sempre e comunque ingannevole: un bravo fotografo potrà infatti mostrarci l'immagine di un'onda che si infrange così perfettamente realistica da farci sentire il rumore della risacca, ma non sarà mai il rumore di quell'onda, sarà per ognuno il rumore delle onde della sua memoria, del suo vissuto e della sua esperienza personale.
Così come la tridimensionalità, caratteristica della visione umana bi-oculare, preclusa all'obiettivo mono-oculare della macchina fotografica, simulata con l'uso chiaroscurale di luce ed ombra, con effetti di sfocatura, con l'introduzione di maglie prospettiche ed altro ancora, suggerirà una percezione spaziale certamente assai diversa da quella effettiva.
E' anche vero, rileva Gianmarco Chieregato, che il fotografo che guarda attraverso il mirino della macchina con un occhio solo, è il primo a rendersi conto della diversità della visione poiché, come il suo strumento, 'vede' bidimensionale e, a differenza della macchina, sa che quello che vede "non è realtà, ma non è neanche bugia, è fotografia."
Un'affermazione di pragmatica semplificazione che supera il concetto di fotografia come mimesi della realtà per introdurre all'idea di fotografia come simulazione, sparizione del reale dietro la rappresentazione, fotografia come medium tra l'oggetto e la sua immagine, e in definitiva fotografia come un insieme di segni autonomamente significanti che possono non aver nulla a che vedere con la realtà.

Se infatti Ansel Adams, per citare un fotografo tra i più noti del '900, concilia la veridicità dell'immagine ottenuta grazie ad una raffinatezza tecnica estrema e quasi maniacale con il fatto "che il fotografo ha la totale libertà di espressione, e non è in nessun modo limitato" nella sua interpretazione soggettiva una volta relazionatosi col soggetto ed aver preso coscienza delle potenzialità espressive dell'immagine che scatterà, Jean Baudrillard dà per inevitabilmente persa la credibilità realistica dell'immagine fotografica alla quale viene riconosciuta una specificità espressiva autonoma ("una forma di seduzione più sottile" rispetto al reale, e molto lontana da esso): "L'intensità dell'immagine é la misura della negazione della realtà, e dell'invenzione di un'altra scena. Trasformare un oggetto in immagine vuol dire sottrarre, una ad una, tutte le sue dimensioni: il peso, il rilievo, il profumo, la profondità, il tempo, la continuità, il senso. A prezzo di questa spoliazione, l'immagine acquista una tale potenza di fascinazione da diventare medium della pura obiettività, da cui traspare una forma di seduzione più sottile".
La negazione, o quantomeno l'indifferenza verso il realismo dell'immagine vengono portate all'estremo da tutto un filone di fotografi-teorici (basti citare Franco Vaccari) che concepiscono "la fotografia non come rappresentazione ma come suscitatrice di azioni", archiviando definitivamente l'idea romantica alla Cartier-Bresson del grande fotografo che coglie l'instant décisif collocato in una armoniosa costruzione formale, a favore di una interpretazione del prodotto fotografico squisitamente concettuale, come concettuale è oggi tutta l'arte visiva.

Pur nella diversità e nell'antinomia delle posizioni che si sono alternate per tutto il secolo scorso, si può rilevare un percorso coerente a denominatore comune, il binomio fotografia=realismo, due termini di un parametro che, per analogia o per contrasto, ha sostanzialmente determinato la ricerca attorno alla fotografia avendo come riferimento la mimesi della realtà, la stessa sorte che è toccata alla pittura e a tutte le arti visive.

Ma ora, nell' epoca in cui, a seguito della rivoluzione digitale, è radicalmente cambiato sia il modo che il concetto di fare fotografia (ed il concetto stesso di realtà), si impone una profonda revisione del criterio di giudizio, un nuovo atteggiamento autenticamente autonomo, non condizionato da confronti e pregiudizi culturali, per affrontare con animo sgombro una disciplina che non è evoluzione della pittura, che non è clonazione della realtà, che non è riproduzione dell'esistente.

E' fotografia.

 

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