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Fotografia: origini di un'arte media
di Erika Lacava
pubblicato il 25/03/2007
"Quando la fotografia fu inventata, sembrò che il mondo da un alto sonno si levasse......" (Alberto Savinio)
Quando la fotografia fu inventata, sembrò
che il mondo da un alto sonno si levasse.
L’invenzione della fotografia segna un
punto di trasformazione nella storia
dell’umanità, supera per certi riguardi la
conquista di Costantinopoli, la scoperta
dell’America, altre “chiavi di volta” della
storia. Se fatti di uguale momento si
vogliono contrapporre a questa
invenzione fatale, bisogna compulsare
addirittura nella storia del pensiero,
cercare nell’archivio degli avvenimenti
che hanno mutata non solo la faccia ma
la psiche del mondo.

(Alberto Savinio) [1]
Ogni creazione dell’uomo è rivelatrice delle caratteristiche proprie della cultura in è nata, essendone prima conseguenza e poi presupposto per future nuove invenzioni, che di quella cultura andranno a modificare gli aspetti. Trovandosi costantemente inserite nello spazio percettivo dell’uomo, collaborando quotidianamente in modo funzionale alle sue azioni individuali e collettive, le innovazioni tecnologiche hanno avviato un processo interno d’integrazione nella quotidianità culturale, in particolar modo occidentale, tale da fare in modo che non si avverta più la loro presenza, o che non la si senta come estranea, meritandosi così la reputazione di “seconda natura” umana, altrettanto indispensabile della prima, ed entrando di diritto negli studi antropologici. Relazionandosi costantemente con le proprie invenzioni, infatti, l’uomo le assimila come parti integranti del suo mondo, non distinguendo più, in senso percettivo e funzionale, tra il dato che gli si offre naturalmente e quello acquisito culturalmente, considerando, così, le innovazioni, una specie di «estensione»[2] della propria sensibilità organica.
In questo contesto, risulta particolarmente interessante analizzare le condizioni di nascita e di affermazione di un medium, come la fotografia, apparso a cavallo tra due epoche, quella moderna e quella contemporanea, per cercare di individuare se e in che modo la sua comparsa abbia contribuito all’approssimarsi di una nuova era comunicazionale e a rinnovare la concezione del fare e del pensare i modi dell’arte.
Bramosa di correre verso il futuro senza accorgersi di esserci già entrata, come la foce di un fiume che non sa di essere già, in sé stessa, mare, la fotografia ha segnato a sua insaputa il momento di passaggio tra due epoche.
Costruita con mezzi tipicamente moderni, preparata e attesa da secoli di invenzioni precedenti, il nuovo mezzo è il paradigma più compiuto dell’era moderna, eppure porta, dentro di sé, i germogli del rinnego, del radicalmente diverso e dell’inaspettatamente nuovo.
Basata su meccanismi ottici risalenti alle camere oscure rinascimentali e perfezionati nel corso dei secoli successivi, resa possibile dalle nuove conquiste ottocentesche nel campo della chimica, la fotografia sembrerebbe concretizzare tutta una serie di aspettative che la cultura occidentale nutriva da secoli: nello “specchio” fedele della natura, infatti, da una parte trovavano accoglienza le istanze artistiche naturalistico-mimetiche, alla base, da sempre, di tutta l’estetica occidentale, e dall’altra trovava realizzazione l’ideale positivista di una scienza esatta in base alla quale si potessero controllare e riprodurre sperimentalmente i fenomeni naturali osservati, dando origine, così, a nuove realtà. Ma, a queste premesse, la fotografia risponderà con uno sviluppo del tutto eccentrico rispetto all’ambiente di provenienza.

Lo statuto ontologico di «arte media», attribuitole per la prima volta nell’ambito di una ricerca sociologica condotta da Pierre Bourdieu e diversi collaboratori, deriva alla fotografia, dunque, in primo luogo dai motivi, precedentemente espressi, di collocazione temporale, e secondariamente, di disposizione spaziale. Il nuovo mezzo, infatti, non potendo vantare una paternità certa ed univoca, essendo stato concepito in ambienti misti di scientificità ed artisticità, non ha ereditato una propria sede naturale e non è, per questo, posizionabile se non in un luogo intermedio tra la scienza e l’arte, e tra questa e la “non-arte”, o arte applicata, essendo stata da sempre accusata di essere coinvolta in dinamiche industriali o di eccessiva diffusione popolare.
Uno spazio neutro, dunque, o piuttosto un limbo, caratterizzato da una perenne incertezza d’attribuzione, che condurrà a lungo la fotografia a vagare per i diversi sentieri dell’applicazione complementare ad altre discipline, alla ricerca costante della propria identità.

Un altro motivo per considerare la fotografia un’arte media è tutto interno alla logica artistica, dal momento che, per quanto incerta sulla propria natura, la nuova tecnica è riuscita a donare all’arte, con la sua sola presenza, la certezza della necessità di rinnovarsi. Applicando, infatti, ai modi tradizionali di fare arte i metodi «rivoluzionari» [3] della fotografia, quali l’infinita riproducibilità ed il suo annullare ed oltrepassare la superficie del quadro per mostrare l’oggetto nudo, il dato di fatto, il puro «è stato» [4] del soggetto o dell’evento, l’arte contemporanea ha imparato a distinguere tra l’oggetto materiale e il suo significato concettuale, rivalutando la presenza di entrambi e dando loro reciproca autonomia, in un’ottica non più naturalistico-mimetica, ma mediale, comunicazionale. I risvolti di quella che possiamo definire una rivoluzione fotografica, inoltre, riguardano tanto il mondo dell’espressione artistica propriamente detta, tanto quello della comunicazione sociale quotidiana, di cui l’oggetto fotografia entra a far parte fin dai suoi esordi, contribuendo, in tal modo, a condizionare negativamente i giudizi sullo status della fotografia e sul suo possibile ingresso nella sfera delle alte arti ufficiali.

Infine, la macchina fotografica come mezzo d’indagine, per eccellenza, della relazione tra il soggetto e l’oggetto, tra il fotografante e il fotografato, ha contribuito allo smantellamento dei ruoli tradizionali di autore e fruitore, rivelando come l’oggetto d’arte in generale e la fotografia in particolare siano la risultante provvisoria e mutevole di un’operazione, più o meno consapevole, d’influenzamento basata sull’interscambio di sguardi, posizioni e valori tra i due partecipanti all’evento artistico.

Nel delineare il percorso d’analisi ci si varrà di contributi di filosofi, sociologi, storici e teorici della fotografia, e, in particolar modo, di un testo nato in ambito sociologico, La fotografia di P. Bourdieu, che ben presto ha varcato i confini della propria disciplina fecondando dei propri concetti le riflessioni filosofiche ed artistiche contemporanee. Altrettanto si può dire riguardo ai testi del mediologo M. McLuhan, alla cui teoria comunicazionale il presente discorso si appoggerà come al suo terreno naturale, convinti che rileggere «come fanno spesso i filosofi - quel che i sociologi hanno detto da tempo» [5]sia un’operazione quanto mai «legittima» [6], se non necessaria.

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[1]Articolo pubblicato sul quotidiano «La Stampa» negli anni Trenta, cit. in D. Mormorio, Un'altra lontananza, Sellerio, Palermo 1997, p. 13.
[2]Il termine «estensioni» è presente negli scritti dello studioso canadese Marshall McLuhan (1911-1980), che ha sviluppato le tematiche dell’interrelazione tra cultura e mezzi di comunicazione a partire dai risultati ottenuti da Milmann Parry, Erik Havelock e Jack Goody sulla comparsa, nella Grecia del VI sec. a.C., della theoria in concomitanza con la pratica alfabetica e dall’economista Harold Innis sui legami tra i cambiamenti culturali e i mezzi di comunicazione in uso. In tal modo McLuhan ha dato avvio ad una modalità di ricerca mediologia sulle nuove e sulle vecchie tecnologie poi seguita da un gran numero di studiosi, il più noto dei quali è il suo allievo e teorico di internet Derrick De Kerchove. Di M. McLuhan si vedano, in particolare: La Galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico (1962), Gli strumenti del comunicare (1964), Il medium è il messaggio (1967) e Il villaggio globale (1987).
[3]Nel senso usato da Walter Benjamin nel saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966.
[4]Si veda Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 1980.
[5]Intervista a P. Bourdieu dal titolo La violenza simbolica, realizzata a Parigi nel maggio 1994, disponibile on line sul sito dell’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche dell’archivio RAI all’indirizzo http://www.emsf.rai.it/interviste.
[6]Ibidem.

link:
L'arte media di Bourdieu: una fiorente polisemia
Fotografia: una tecnica, tra arte e scienza


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