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Un discorso interrotto
di Alessandro Tempi
pubblicato il 04/04/2006
Eravamo abituati a pensare i rapporti fra arte e società secondo le varie declinazioni che la sociologia e l'estetica di derivazione marxiana - ma non necessariamente marxista - ha proposto nel corso del Novecento e che si basano sull'analisi dei contesti storici e dei rapporti di forza (e di dominio) fra chi detiene il potere (anche quello immaginale) e chi lo subisce.








Eravamo abituati a pensare l'arte come lo specchio della società e ad analizzare le basi delle sue dinamiche materiali (produzione, ricezione, committenza, domanda e offerta, mercato, intermediazione) con gli strumenti che le scienze sociali avevano predisposto.
Ma rimanevamo, almeno in Italia, ancora profondamente e forse inconsapevolmente crociani, attanagliati nella logica dei distinti e quindi nella separatezza e nella specificità delle loro sfere di influenza.

Ora sembra sia tempo di cambiare opinione e ripensare i rapporti fra arte e società in un modo nuovo. Un volume collettaneo (1) edito di recentemente dall'editore Sossella cerca di tracciare, attraverso i contributi integrati di teorici, economisti, giuristi, critici d'arte, e manager culturali pubblici e privati, i contorni di questo nuovo approccio, nel quale "la ricerca e la produzione artistica non sono separate dalle questioni centrali della società, dall'economia, dalla gestione del territorio e dei suoi conflitti, dalla vita delle comunità e dall'individuazione di forme sostenibili di innovazione produttiva" (2).
La parola chiave è "arte pubblica", che non vuol dire arredo urbano o legge del 2% o monumentalità, ma allude ad una ricerca che tragga dalle specificità dei luoghi la sua ragione d'essere. Fra queste specificità ha un ruolo fondamentale il bisogno di arte, la domanda insomma. Questo identifica per le pratiche artistiche nuove istanze di socialità e di relazionalità volte a riqualificare la vita collettiva.

Il tema in sé non è nuovo - in area anglosassone è dibattuto da tempo ed ha una bibliografia ormai sterminata (3) - ma lo è per il nostro paese, almeno per l'impostazione multidisciplinare che ne caratterizza l'approccio, ma anche per l'attenzione che esso pone al rapporto stretto fra luogo e creazione artistica e che collega l'istanza propriamente creativa (e storicamente definita) del "site specific" a quella, più etica si direbbe (e più aggiornata), del "social accountability" dell'artista.

Si potrebbe obiettare che l'arte è da sempre pubblica, che le sue origini e la sua storia premoderna depone a favore di una sua socialità (anche se legata o determinata dal potere civile o religioso). Ma è innegabile che l'arte della modernità abbia seguito ben altro destino, quello che l'ha indotta ad attitudini autoanalitiche che hanno finito col diventare autoreferenziali. Così l'ascesa estetica dell'arte, tema hegeliano che paradossalmente ritorna nelle esperienze artistiche di tutto il Novecento, non è che l'esito di quel processo di modernizzazione innescato nel Settecento con la nascita del museo. Con questa potente istituzione, l'arte diventa quella sfera separata dal corpo sociale che tutti conosciamo, quell' "essere altro" che chiude la partita della sua socialità e relazionalità.

Ma il senso del rapporto fra arte e spazio, o fra arte e società, non è andato perduto nell'ultimo secolo e lo si è visto riemergere, ora timidamente, ora potentemente, nel lavoro di artisti tanto diversi quali Vito Acconci, Bruce Nauman, David Tremlett o Mauro Staccioli, che ripropongono il discorso di un'arte non solo per lo spazio, ma nello spazio della vita umana.


1 "Creazione contemporanea. Arte, società e territorio tra pubblico e privato" a cura di Martina De Luca, Flamiania Gennai Santori, Bartolomeo Pietromarchi, Michele Trimarchi", Luca Sossella editore, Roma, 2004. La pubblicazione prende le mosse dal convegno che si è svolto nel novembre 2002 presso la Fondazion Adriano Olivetti di Roma organizzato dalla Fondazione e da ECCOM - Centro Europeo per l'Organizzazione e il Management Culturale.
2 Ivi, pag. 9.
3 Un numero dell'autorevole rivista australiana "Art&Text" è stato, ad esempio, dedicato a questo argomento nel maggio 1992.


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