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Il declino del ritratto
di Alessandro Tempi
Il rapporto fra ritratto e identità, così fortunato nella pittura del passato, pare sia ormai giunto al limite o perfino esaurito ed estinto: quali forme espressive potranno d'ora in poi aspirare ad esprimere l'identità dell'uomo?







L'identità del sé ha una sua storia, una sua tradizione di pensiero a cui la pittura ha contribuito non meno che la teoresi filosofica, la psicologia e le scienze cognitive.
In pittura questa tradizione, questa storia è stata elaborata sull'idea o presunzione che il volto umano ci identifichi non per l'effettiva fisionomia, ma per l'immagine che essa, la pittura, ne sa dare.
L'iconografia è più forte della mimesi - nel Medioevo un uomo si riconosceva dalle insegne o da altri segni esteriori che parlavano se non per lui, di lui. Almeno fino al Rinascimento, i tratti del volto erano infatti considerati un'articolazione di segni simbolici che concorrevano a trascrivere l'invisibile entro i confini della fisicità.

Se seguiamo Benjamin e la sua teoria dell' "inconscio ottico", questo fatto è ritornato con l'avvento della fotografia: un procedimento tecnico che pare assicurare la perfetta aderenza rappresentativa riconsegnandoci nel tempo quello che il naturalismo rinascimentale pareva aver smarrito, vale a dire l'invisibile, il non-dicibile, il non conscio.
L'evoluzione storica del ritratto tuttavia ci dice che il volto umano non si pone mai come soggetto autosufficiente; esso necessita infatti di una coreografia, di una messa in scena in base alla quale aggiungere alla riconoscibilità fisica caratteri ulteriori (status sociale, culturale, velleità, ambizioni, vezzi, ossessioni etc.).
Il cinema ha poi ripreso il tema del volto dalla pittura, più che dalla fotografia (Jacques Aumont "Du visage au cinema" , Paris, Editions Cahiers du Cinema, 1992) ma ha fatto sì che la fotogenia sostituisse la fisionomia. La rappresentazione del volto è scissa dal problema dell'identità e dell'elaborazione visibile di ciò che non si vede.
Il tema della scissione è del resto contiguo alla "crisi della soggettività" che si dibatte in ambito filosofico (ricordiamo a proposito le parole di Deleuze su Francis Bacon: "Dipinge la testa cancellando il volto").
Il problema è dunque questo: è ancora possibile pensare la rappresentazione del volto (ritratto) come fattore di identità, come corrispondenza significativa fra segno e cosa?

Lo è ancora, oggi che l'eidomatica può produrre volti senza corpo, corpi senza anima, mere fittizie apparenze ?
Oppure sono queste altrettante forme di soggettività senza identità, di sé decostruibili?
Il rapporto fra ritratto e identità, così fortunato in pittura, è ormai giunto al limite o perfino esaurito?

Nel cinema, il ritratto coincide col dominio iper-identitario della star. Nella fotografia, esso funge da modello per individui affamati di fisionomie precostituite. In pittura, esso è ormai da tempo un genere estinto.

Cosa può ancora aspirare ad esprimere l'identità dell'uomo?




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